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“Se il Natale non esistesse già, l’uomo dovrebbe inventarlo.

Ci deve essere almeno un giorno all’anno a ricordarci che stiamo su questa terra per qualcos’altro oltre che per la nostra generale ostinazione.”

[Eric Sevareid]

In questo mese il tempo procede a singhiozzo, portando con sé pensieri e preoccupazioni difficili da zittire.

Per la prima volta sarà un Natale “a distanza”. Un Natale con un retrogusto amaro, diverso, necessario ma indigesto.

Si avvicina con costanza quel momento in cui il sorriso diventa protagonista delle nostre giornate, in cui ci sentiamo parte di qualcosa di umano, in cui la vicinanza è l’essenza stessa della festa.

Da bambino immaginavo fosse opera di un incantesimo e che puntualmente attivasse i suoi effetti in questi giorni. Una magia semplice ma capace di permeare ogni atomo del corpo come aria ed espandersi a macchia d’olio per il mondo.

Quest’idea non mi ha mai abbandonato, l’ho custodita con cura nel profondo come straordinaria difesa in tempi disillusi.

Da quando persino uscire a fare due passi non è una libertà scontata, la solita abitudine di vagare senza una meta per la mia città ha subito una trasformazione involontaria ma significativa.

Il girovagare non serve più come sfogo e mezzo per riordinare la mente e lasciare fuori il caos della vita e, al contrario, diventa ricerca di contatti umani.

È un escamotage per rifiutare, pur rispettandola, la distanza sociale imposta. Così uno stralcio di conversazione tra due amici, un saluto distratto per strada o qualcuno alla finestra diventano universi di senso da analizzare che permettono di inferire o immaginare vite possibili.

Proprio durante una delle mie evasioni dalla routine pandemica ho avuto la fortuna di incrociare lo sguardo di un bambino ai giardinetti e di sentire un frammento del discorso con il padre:

<< Babbo perché la nonna non viene a Natale? Avete litigato e non ci vuole più bene?>>

<< Certo che no! La nonna ti vuole ogni giorno più bene ma non può venire a Natale perché non è sicuro per lei, e la colpa è di quel cattivo virus di cui si parla tanto.>>

<< Allora facciamole una sorpresa e andiamo noi da lei.>>

<< Martino, non possiamo andare nemmeno noi da lei perché l’unico modo di vincere questa lotta con il virus e di tenerlo il più lontano possibile dalle persone a cui vogliamo bene, fino a quando non ci sarà il vaccino.>>

<< Babbo ma noi stiamo tutti bene e il virus sono sicuro che non lo abbiamo.>>

<< Devi sapere che quello è un cattivone furbo e gioca spesso a nascondino, quindi magari si è nascosto a casa nostra e aspetta il momento buono per vincere il gioco.>>

<< Ma se si è nascosto come facciamo a trovarlo e a cacciarlo? Così la nonna può venire!>>

<< Non serve cercarlo e sai perché? Lui ha un punto debole, non sopporta stare da solo e quindi se stiamo tutti lontani e non giochiamo con lui, alla fine il furbetto si stancherà e ci lascerà in pace.>>

<<Quindi potrebbe essersi nascosto anche adesso vicino a noi?>>

<<Certo è possibile…>>

Bisbigliando: <<Babbo allora parliamo piano altrimenti ci sente e capisce che la nonna non viene e invece di venire a nascondersi da noi magari va direttamente a casa sua!>>.

Queste parole hanno suscitato un inevitabile sorriso seguito da una lacrima ma anche un senso profondo di affetto verso Martino e il suo cuore d’oro. Pur non conoscendoli mi sono sentito parte della loro famiglia, vicino al loro sentire. In quel momento per me è arrivato il Natale.

Quello stralcio di conversazione però mi ha anche fatto sentire, ancor di più, il peso della distanza da casa, la voglia di un abbraccio di cui si conosce il profumo.

È proprio strano l’agire della psiche umana, assorbe ogni trauma come un sasso gettato nel lago; quando l’acqua torna a dormire, dopo il tonfo, è allora che le increspature si tramutano in onde e turbano una quiete apparente, agitando emozioni che avevamo deciso di lasciare inascoltate.

Dove sono finiti i Natali imbiancati?

Dov’è finita la neve che ovatta ogni cosa e rende magico anche un semplice raggio di sole in una mattina invernale?

Dove sono le feste in famiglia, gli abbracci, le strade affollate?

La distanza sociale adesso è una distanza affettiva che se da un lato protegge te e chi ami, dall’altro ti violenta in profondità e riporta a galla le debolezze di ognuno di noi.

La foto scelta per queste riflessioni mi è tornata tra le mani un po’ per caso e un po’ per necessità. Chi mi conosce sa che non credo al caso e, al contrario, ritengo che ogni cosa si verifichi per un motivo e nel momento stesso in cui siamo pronti per viverla.

Guardando questo scatto, apparentemente insignificante, sono tante le emozioni che tornano alla mente.

Chiudo gli occhi, torno al 2018. Cammino per strada in una Siena che ha ancora tanto da offrire; la prima neve imbianca ogni cosa trasformando il paesaggio in un presepe.

Mi accorgo per caso di questa siepe completamente avvolta dal bianco ma con qualche foglia che si staglia con nitidezza. È un verde che emerge, accarezza la vista e abbraccia il bianco. L’aria è pungente.

Scatto la foto e torno verso casa, sono in forte ritardo e devo ancora preparare la valigia per tornare in Sicilia.

Le vacanze di Natale e la mia famiglia mi aspettano. Respiro a pieni polmoni un freddo che sa di casa e che scalda il cuore.

Riapro gli occhi e torno alla realtà della mancanza.

In quel momento andava tutto bene ma non me ne ero accorto, mai più darò per scontata la felicità che scaturisce dalla semplice condivisione e dalla possibilità di progettare una vita insieme agli affetti di sempre e a quelli ancora da incontrare.

Lorenzo La Rosa

Foto di Lorenzo La Rosa