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Ultimo onsdag, mercoledì,prima delle vacanze di Pasqua. Viola camminava piegando un po’ le ginocchia per alleviare lo sforzo di Lene che allungava il braccio sinistro nel tentativo di raggiungere la sua mano. Poggiando i piedi a terra il paio di gambe lunghe e zampettando quello più corto scaturiva un rumore croccante. Il sale era stato sparso ancora per le strade. Restio a cedere il passo alla primavera, l’inverno aveva dato un ultimo spruzzo di neve.

Lo scricchiolio dei passi cessa qualche secondo. Si fermano al semaforo. Contemporaneamente, quasi a controllare di essere ancora insieme, Lene alza lo sguardo mentre Viola lo abbassa. In poco tempo si erano affezionate l’una all’altra come una nipote alla zia. Viola aveva trovato in quella bambina dal nome danese e  sangue italiano un motivo per restare.

L’idea era stata di Rebecca, nei giorni in cui lei avrebbe lavorato Viola sarebbe rimasta ad Århus con Lene e la bambina avrebbe avuto sempre una figura materna accanto. Il caldo sorriso accondiscendente del padre apparentemente avvolto nella lettura si era espanso in tutta la sala dalla sua lontana poltrona.

Così Viola aveva cominciato a passare più tempo nella seconda città più grande di Danimarca, senza però rinunciare a godersi la capitale. Aveva imparato quasi a memoria il paesaggio che si susseguiva durante il tragitto Århus-Copenaghen e viceversa, senza saper dire se fosse più felice pensando ad una meta o all’altra.

Århus, alberi, casa rossa con i cavalli, campo coltivato , campo secco, borgo di case in mattoni, Copenaghen.

Copenaghen, borgo di case in mattoni, campo secco, campo coltivato, casa rossa con i cavalli, alberi, Århus.

Ad Århus aveva cominciato ad accompagnare Lene all’asilo tutti i giorni. Quella mattina, lì ferme al semaforo, mentre si guardavano negli occhi, l’aveva sorpresa con una domanda.

“Perché sei venuta qui da noi, così lontano da dov’eri? Rebecca dice che vieni da dove venivano anche lei e papà e che era un bel posto. ”

“Era un bel posto, è vero, ma non ero tanto felice là.” Aveva risposto.

“Allora era un brutto posto. Un posto è bello se…” Poi si era distratta “Verde!” L’aveva strattonata con il braccio. “Viola verde veloce!”

Non aveva mai capito perché ma effettivamente il conto alla rovescia che compariva di fianco all’omino verde luminoso che camminava e che indicava il tempo a disposizione per attraversare aveva sempre messo più ansia che sicurezza ad entrambe.

Avevano fatto una corsa, poi, in salvo, sull’altro lato della strada, Lene aveva proseguito.

“Un posto è bello se piace a te. A te piace qui?”

“Sì mi piace”

“E allora adesso sei felice?”

La domanda aveva un’innocenza disarmante, eppure penetrava quasi più profondamente di quelle degli adulti. Da quelle delle telefonate dall’Italia, a quelle di Rebecca e Sander a Copenaghen, fino a quelle dei camerieri che a fine pasto fingono interesse sullo stato d’animo che quei piatti avrebbero permesso di ottenere.

“Sai Lene? Mi sa proprio che sono felice.”

“Allora è un bel posto.”

La bambina, dal trotterellio che la sua andatura aveva preso, si sarebbe potuta dire soddisfatta.

Arrivate all’edificio sui cui vetri delle finestre erano attaccati disegni dalle papere pre-stampate agli ammassi indistinti di colore che avrebbero dovuto raffigurare, nella testa dei bambini, qualcosa di preciso, ma che finivano per aprire l’immaginazione agli adulti che tentavano di indovinarne la natura.

Viola si era abbassata per dare un bacio a Lene, la quale si era prontamente sfregata la guancia mentre si preparava ad un ingresso trionfale tra gli amici. Poi si era voltata, un attimo prima di entrare.

“A Pasqua andiamo tutti a messa a Copenaghen? Me l’ha promesso Rebecca. Dice che tu e Jonna potete preparare qualcosa e così facciamo anche il pranzo insieme.”

La guardava con occhi che lanciavano accecanti saette di speranza.

“Ah, Rebecca non sa proprio tenere le sorprese! Ma sì, partiamo domani sera, tu pensa a un bel vestito da portare.”

Saltellava.

“E vai, che ti aspettano!”

Si era fermata un momento ad osservarla. L’aveva vista immergere le mani nei colori e già aveva capito che l’avrebbe dovuta infilare intera in lavatrice quella sera. Comunque, non riusciva proprio ad arrabbiarsi con lei.

Era tornata a casa. Straordinariamente silenziosa. Jonna cercava disperatamente ricette per la Pasqua imprecando contro i computer e le nuove tecnologie. A mala pena l’aveva salutata in un brontolio che aveva supposto essere un goddag . Alla fine aveva ceduto ed era passata all’obsoleto ma più affidabile cartaceo.

Nel frattempo Viola ne aveva approfittato. Aveva seguito online ancora qualche lezione di danese la cui pronuncia sarebbe poi stata accuratamente passata in rassegna da Lene la sera.

Era passata a piegare i suoi vestiti in miniatura per metterli in valigia, e infine, aveva prenotato i biglietti del treno per il giorno dopo.

Tre adulti e un ridotto.

Era la prima volta, per Lene, che avrebbe assistito alla sua sequenza paesaggistica Århus-Copenaghen. La prima volta che sarebbe entrata in una cattedrale diversa dalla cattedrale o dalla Vor Fur Kirke di Århus per la santa messa.

Mentre ripercorreva la strada per recuperarla si chiedeva se spontaneamente avrebbe scelto come lei il sedile girato nel verso opposto a quello del treno o il contrario. Ma in fondo sapeva che nella loro complicità avrebbe avuto i suoi stessi gusti e volentieri le avrebbe ceduto il finestrino.