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Il 12 novembre è stata inaugurata a Brescia la quarta edizione del Festival della Pace. Un’iniziativa promossa dal Comune e dalla Provincia, portata avanti in prima battuta da Roberto Cammarata, Presidente del Consiglio Comunale dal 2018.

Una serie di incontri e di eventi culturali di grande rilevanza e interesse che si susseguiranno fino al 28 novembre. Sabato sera è stata la volta dell’apertura della mostra fotografica “Untold Stories” del due volte premio Pulitzer, nonché fotografo National Geographic: Muhammed Muheisen.

L’idea della mostra è nata da un gruppo di giovanissimi dell’associazione Miso, i quali sono riusciti a portare per la prima volta in Italia un fotografo del calibro di Muheisen.

La serata è iniziata con un suo discorso di apertura presso il Teatro San Carlino dove, di fronte ad un pubblico decisamente emozionato, ha raccontato della sua passione, diventata lavoro, diventato a sua volta un ponte di connessione tra un mondo e un altro.

Muheisen è un fotografo giordano che si occupa di documentare i conflitti di guerra e, in particolare, le condizioni di vita dei rifugiati. Nel corso degli anni ha lavorato in molte aree afflitte da situazioni difficili come: Balcani, Medio Oriente e Asia Centrale, mostrando al mondo ciò che spesso viene censurato dalla maggior parte dei media.

Attraverso i suoi scatti e con una sensibilità e delicatezza disarmante, Muheisen racconta che anche nel bel mezzo del conflitto la vita va avanti.

Non sono un’appassionata di fotografia, devo ammetterlo, e non ho mai seguito un fotografo con attenzione ma gli scatti di quest’uomo mi hanno smosso qualcosa dentro. Mi ricordo ancora una delle sue prime fotografie che ho visto, per caso, scorrendo sulla home di Instagram. Mi ha letteralmente scombussolata e ho sentito la necessità di cercare altro e di interessarmi sempre più ai suoi lavori che non definirei solo “lavori” ma veri e propri messaggi.

Durante il suo discorso, una frase mi ha colpita molto: “Se non documenti qualcosa che succede, è come se questa cosa non sia successa mai”. Ed è vero. Soprattutto per chi, come me, come voi, vive nel lato fortunato del globo.

Ci servono immagini per credere. Ci serve una certa dose di informazione per renderci conto di quanto accade neanche così tanto distante da noi. Ci servono persone come Muheisen per abbattere l’indifferenza che regna sovrana nella nostra società. Ed è anche per questo che i suoi “click” si concentrano maggiormente sui bambini che, come dice lo stesso fotografo, non possono scegliere né dove nascere né il contesto in cui crescere e le cui sofferenze sono ingiustificabili.

Sono gli sguardi di questi bambini a colpire nel profondo. Hanno una potenza emotiva sconvolgente. Destabilizzano e destabilizzare è proprio ciò che queste fotografie dovrebbero fare per indurci ad avere uno sguardo più profondo su tematiche fondamentali come quelle sui diritti umani.

Muheisen non ha solo il merito di avere un’indiscutibile sensibilità fotografica ma anche quella di avere un’innegabile nobiltà d’animo, infatti è il fondatore dell’organizzazione “EveryDayRefugees”, la quale si occupa di documentare, educare e aiutare tutti i rifugiati, le comunità locali e le persone colpite da guerre, povertà, calamità naturali e discriminazione. Qui non si parla più di “semplice fotografia” ma di trovare, attraverso un mezzo quale la fotografia, motivi di esistenza e resistenza in contesti di negatività.

 Ogni scatto può costargli la vita e ogni servizio gli cambia inevitabilmente l’esistenza ma il motivo che lo spinge a perseguire nella sua missione è più forte e grazie ai suoi lavori, il motivo è arrivato anche a molti di noi che attraverso il suo esempio possono essere a loro volta spronati ad essere persone migliori.

Una foto forse è solo una foto o forse è qualcosa di più.