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Aveva già ripercorso mentalmente che cosa avrebbe dovuto fare non appena le lancette si fossero posate sulle posizioni genericamente occupate dal 4 e dal 12 ma che su un orologio di design quale il Marble Wall Clock erano ovviamente superflui. Orologio che le era sembrato vagamente fascista, somiglianza che si era ben guardata dal condividere con gli innumerevoli clienti che ogni giorno passavano per il negozio e ne rimanevano estasiati. Del resto accadeva lo stesso con tutti gli altri famosissimi pezzi che esponevano e vendevano, ma mai come con le sedie, tutte all’apparenza così scomode e in alcuni casi anche nella pratica. Ovviamente ai clienti non avrebbe mai rivelato di averle provate tutte e averne promosse poche nei pomeriggi di noia di bassa frequentazione del negozio, se di bassa frequentazione si poteva parlare in un negozio come il Klassik Moderne Møbelkunst.

Aveva salvato la Round Chair di Hans Wegner senza troppi ripensamenti, anche la Egg Chair di Jacobsen era stata facilmente promossa, ma la Ant Chair non voleva saperne di dare tregua al suo osso sacro. Per sua fortuna dietro il suo bancone avevano pensato di farla accomodare su una sedia che valesse due natiche laureate quali le sue, e ovviamente tale scelta non sarebbe potuta ricadere che sulla fantomatica Ant Chair. Non aveva ancora deciso se si chiamasse Ant Chair perché poteva essere solo della morbidezza di un insetto con esoscheletro o se fosse invece per via delle dimensioni della pazienza che una persona si ritrovava dopo esservi stato seduto più di cinque minuti.

Tuttavia, anche su un orologio fascista, l’ora di fine della sua detenzione, anche detto turno di lavoro, ne segnava la scadenza.  

“cinque, quaaaaaattrotredue, uuuuunnnnnnno…” Contava nella mente i secondi in maniera per così dire soggettiva per l’arrivo di Mikkel. Poi vedeva sbucare gli occhiali Dolce e Gabbana dalla montatura pesante. Le loro lenti correggevano un difetto così di così poche diottrie che sarebbero potuti essere finti, ma che davano senso di certezza e serietà ai clienti dei cui acquisti era responsabile. Di contro oscuravano degli occhi verdi catalizzatori.

“Puoi andare tu, aspetto io che Celina finisca con i bagni stasera”.

Celina era la donna delle pulizie, aveva sempre fatto quel lavoro, da che a sedici anni il padre le aveva comunicato la necessità di qualche arrotondamento in una casa di quattro fratelli e due stipendi di 20.000 corone danesi. Rebecca amava sentirla parlare della propria vita, che, per quanto poco promittente le sarebbe potuta sembrare all’età di sedici anni, aveva finito per darle soddisfazioni inaspettate.

Pur non avendo dubbi su ciò, aveva a mala pena sentito il suo nome di sfuggita mentre si infilava il cappotto nella manica sinistra saltellando sul piede destro e spingendo la porta d’uscita. In qualche millisecondo era all’aria aperta con ancora qualche barlume di luce del giorno offuscata dalle nuvole pesanti. Ma erano pur sempre nuvole pesanti di un venerdì sera in cui per il sabato non aveva previsto turni, e non avevano potere di portarle malumore.

Attraversata la strada si era voltata ad osservare il negozio. Quel muro d’angolo in pietra grezza grigia che aveva le pareti delle vetrine, con eleganti telai bianchi che lasciavano intravedere i capolavori di design flebilmente illuminati all’interno, aveva un certo fascino.

Dopotutto, per quanto il suo sogno fosse più legato all’architettura, aveva finito per appassionarsi anche a ciò che faceva. Per quanto fosse contro i suoi ideali ammettere di venerdì sera che l’insegna con la “K” del Møbelkunst le fosse cara, sapeva in qualche angolo remoto di sé che era proprio vero.

Il boato che aveva appena emesso il suo stomaco l’aveva distolta da pensieri tanto mielosi e l’aveva riportata a focalizzarsi sulla prossima meta. Il West Market. Come sua routine quando decideva di essere in diritto di riposo si sarebbe lasciata trasportare in quell’atmosfera di calore e felicità avvolgente che le dava quel posto. Forse il suo preferito, frequentato a tal punto che era riuscita a rimediarsi il migliore amico proprio tra le bancarelle, il che si rivelava estremamente comodo. Poteva evitare di cercarlo quando più gli mancava, non era necessario farlo sentire desiderato o necessario, aveva la possibilità di mantenere sulla sua persona quell’alone di mistero e indifferenza che tanto le piaceva.

Anche nei momenti in cui desiderava di più la sua compagnia era sufficiente passeggiare qualche secondo per quelle scatole allegre e fingere qualche attacco di fame. Oltretutto raramente aveva bisogno di essere finto di fronte a delle frikadeller, polpette di carne macinata servite con patate lesse e cavolo rosso, o dello stjerneskud, letteralmente stella cadente e praticamente filetti di pesce al vapore e fritti, guarniti con salmone affumicato gamberetti e caviale e serviti su pane imburrato.

Aveva imboccato appositamente l’entrata sud per avere il tempo di assaporare quel momento. Era il punto più lontano dal Kød e Bajer.  Amava indovinare le personalità delle persone sedute sugli alti sgabelli attorno ai loro banconi preferiti. Qualcuno festeggia il fine settimana con il marito, qualcuno più giovane civetta con l’infatuazione del momento e finge qualche litigio al momento del pagamento. Le piace quando la donna senza che l’uomo se ne accorga riesce a prevedere le sue mosse. E’ lei ad offrire ciò che le sue papille stanno gustando e che i neurotrasmettitori gli stanno facendo provare, e rende così ogni futuro tentativo di rimborsarla vano, lasciandolo alquanto deluso e inutile.

Le migliori rimangono le amiche. E’ certa che in altri contesti siano le persone più eleganti e raffinate, ma è come se tra queste leggere mura di mercato coperto si trasformassero nei peggiori camionisti.

Finalmente scorge Sander, sta servendo  con il sorriso l’ultima cliente e allungandole il piatto.

Rebecca si mette pazientemente in fila, sempre per la sua aura di mistero. Poco sa che Sander l’ha già smascherata da tempo e che è proprio l’esserne consapevole senza che lei lo sospetti che gli ha permesso di far scivolare il manico del coltello dalla sua parte. Certo, lei gli aveva reso il gioco difficile, ma pur sempre emozionante.

“Rebecca!” Le aveva gridato smascherandole la sorpresa e facendole disegnare sul volto una palese espressione di disappunto, detestava quando succedeva, mentre lui segretamente si divertiva. “Vieni, siedi pure qui, oggi decido io per te, scelta dello chef.” E ancora una volta rendeva vani i suoi minuti passati a scorrere mentalmente il menu mentre passeggiava per la città per arrivare lì con le idee chiare.

“Bene, cosa mi tocca stasera?” Sospirava sconsolata.

“Birra della casa e salsiccia stagionata di alce.”

Se non altro conosceva i suoi gusti.

“Andiamo al Vega quando stacchi?” Aveva proposto quando le aveva servito il cibo che non aveva potuto scegliere. Il Vega era il loro locale preferito, o meglio, tre in uno su più piani, a pochi passi da lì, in cui nuovi artisti dei generi più svariati venivano proposti ogni sera.

“Stasera cosa c’è?”

“Come se ti interessasse saperlo. Ci sono io, non ti basta?”

Era bastato.

Aveva preso l’S-tog, il tram di Copenaghen, per tornare a casa stremata un po’ brilla e felice ad un orario che poteva essere definito libertino.

Sugli scalini della sua casa azzurra aveva intravisto un corpo scuro estraneo. Raggomitolato a dormire in una posa contorsionista. A poco a poco aveva delineato i contorni di una ragazza. Come fosse arrivata a quelle quattro mura immerse nella zona boscosa del quartiere di Christiania e perché tra tutti avesse scelto proprio scalini così scomodi ed ingombrati da piante praticamente mummificate non riusciva a spiegarselo.

Guarda te, fin dove mi devo ritrovare i drogati adesso. Aveva pensato tra sé.

“Unskyld, hvordan går det?”

La ragazza si era svegliata, le aveva sorriso, ma non l’aveva guardata come qualcuno che avesse compreso che le aveva appena chiesto come stesse. Eppure aveva un volto familiare.

Ecco, pure straniera.

Poi invece le aveva parlato in italiano. Quella lingua l’aveva fatta attraversare da una scarica di energia, non la sentiva da secoli. Sapeva di casa.

“Rebecca? Sono Viola, non sono sicura ti ricordi di me.”

A un tratto era tornata ad anni prima, su quel pontile, con la brezza marina ad osservare il porto. Con i sogni e le aspettative, felice di partire all’avventura alla volta di quel posto in cui si trovava ora da un tempo che pareva infinito e che, per quanto si stesse sbiadendo, conservava ancora qualcosa dello straordinario originale.