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Dopo 23 anni dalla fine dell’assedio, il più lungo nella storia del XX secolo, vogliamo ribadire il legame profondo, sempre presente, tra Educare alla Bellezza e la Bosnia.

Ci piace pensare ad Educare alla Bellezza come la figlia primogenita della nostra generazione. Nata in Italia e nel Mediterraneo negli anni Novanta.
Gli anni del grande shock. Il dissolvimento dell’Unione Sovietica. La fine della storia. Tangentopoli e le stragi del ’92 e del ’93. Gli anni del nuovo ordine mondiale, della prima guerra del Golfo e della fondazione del WTO. Gli anni degli sforzi critici che porteranno a Seattle e a Porto Alegre. Gli anni del nuovo ordine italiano con Forza Italia e l’Ulivo.

Ma sotto e sopra tutto questo, infilato come acqua tra le pietre, il macello balcanico. La tragedia jugoslava.
Lì, a due passi da casa, la guerra, il genocidio, lo stupro etnico. Lì, a due passi da casa, l’inferno e la nostra impotenza. Fino a Srebrenica.

Sarajevo assediata: l’orrore quotidiano, dal 4 aprile 1992.
La città di Sarajevo, capitale multietnica e multi-religiosa della Bosnia ed Erzegovina, ricca di storia antica e famosa in quella moderna, almeno per il fatale attentato del 28 giugno 1914 in cui morì l’Arciduca Ferdinando erede al trono imperiale austro-ungarico, fu sottoposta a un assedio di inimmaginabile durezza, crudeltà e lunga indifferenza (da parte del resto del mondo, o quasi) per 1300 giorni: bilancio finale dodicimila morti.

È passato un ventennio, un po’ più, un po’ meno, e pochi se ne ricordano. Sarajevo e la Bosnia Erzegovina, bene o male sistemate dagli accordi di Dayton e Parigi (novembre-dicembre 1995) sono tornate ad essere punti geografici dei Balcani di cui non importa più nulla, invischiati come sono, sui due lati dell’Atlantico, in un’altra storia di massacri in cui si ripetono le solite antinomie: cristiani e musulmani, due civiltà, due culture, due eredità imperiali antiche di secoli, un Bene e un Male vicendevolmente impegnati a eliminarsi. Ecco che la nostra generazione si è trovata costretta, vent’anni dopo, a scegliere tra abbandono e speranza. Tra fuga e resistenza.

Ci hanno aiutati a scegliere le testimonianze di uomini e donne che in 500 arrivarono a Sarajevo sotto assedio, nel dicembre del ’92.
Don Tonino Bello, uno degli animatori della Marcia, il suo viso, il suo modo di “stare” nella fragilità personale che si portava addosso e allo stesso tempo la sua capacità di vivere con serenità quella difficile situazione. Fu il suo ultimo viaggio, perché era malato e morì pochi mesi dopo.
Oltre al suo viso sono scolpite nella memoria le parole che pronunciò in quei giorni; parole in cui la Pace era al centro di tutto e disegnavano un altro mondo possibile.

La Bosnia è una di quelle realtà che ci ha insegnato e ci ricorda ogni giorno cosa vuol dire “stare accanto”. Condividere un’assenza feroce. Sopportare almeno un po’ di quegli strappi.
Portare insieme il bisogno di verità e di giustizia, che dà un senso al dolore.
Senza la Bosnia non ci sarebbe stata quella maturazione che non lascia scampo, perché non è l’infiammata repentina di una qualche indignazione, ma il quotidiano e continuo confronto con l’insostenibilità di una vita privata di dignità e di giustizia.