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Benvenute e benvenuti a questa Edizione Straordinaria dei Brunch!
Il Nautilus getta il periscopio oltre le Colonne d’Ercole e punta dritto sugli USA, pedina fondamentale nello scacchiere mondiale.
Le elezioni presidenziali statunitensi sono da sempre un momento cruciale per la geopolitica internazionale. L’Election Week si è conclusa da pochi giorni con la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris, esponenti del blocco democratico.
Approfondiamo questo evento con l’aiuto di un analista e appassionato di politica americana: Simone Carugno, Dottore in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, laureatosi presso l’Università degli Studi di Siena. Successivamente, a conferma della sua vocazione internazionale, ha conseguito il Master of Science in International Security presso l’Università di Bristol (UK). Nella città in cui siamo entrambi cresciuti, cioè Novara, io e Simone siamo stati impegnati attivamente nella società civile, su molti fronti, motivo per cui mi permetto – anche stavolta – di dare del “tu” al nostro ospite.
Dunque, contento che abbia accettato l’invito, do il benvenuto a Simone.
Cominciamo.

In via preliminare, approfondiamo il meccanismo delle presidenziali americane e l’importanza del cosiddetto Election Day.

Il Presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti non vengono eletti tramite voto popolare, bensì con il sistema chiamato “collegio elettorale”. Questo collegio è composto da 538 grandi elettori e i candidati ne devono conquistare 270 per assicurarsi la vittoria. All’interno di questo sistema, ciascuno stato ha un numero ben definito di elettori che vengono assegnati con il meccanismo “Winner-take-all, ovvero chi ottiene il maggior numero di voti all’interno di uno stato conquista tutti gli elettori che il medesimo assegna; non vi è suddivisione proporzionale degli elettori in base alle percentuali di voto ottenute come accade durante le primarie dei due maggiori partiti, Democratico e Repubblicano.

La sera dell’Election Day, che solitamente cade il martedì successivo al primo lunedì di Novembre, i decision desks dei maggiori network televisivi e dei principali quotidiani, man mano che ottengono i dati prodotti dallo spoglio dei voti, fanno delle proiezioni su chi sarà il vincitore nei vari stati. Ciò significa che, basandosi sui risultati ottenuti e sui trend dello spoglio di voto, assegnano gli stati ad un candidato o all’altro. A fine serata, in tempi pre-pandemia, si conosce l’esito della corsa alla Casa Bianca. Quest’anno, a causa della pandemia, oltre 100 milioni di americani hanno votato prima dell’Election Day: non ci sono state grandi complicazioni, ma il puro e semplice spoglio di voti ha richiesto tempo, specialmente negli stati chiave. Quindi si è trasformato in una Election Week.

Come si sono strutturate le rispettive campagne elettorali? Quali sono stati i principali cavalli di battaglia degli schieramenti opposti?

Nel bene o nel male l’intera campagna elettorale è ruotata attorno alla figura di Donald Trump e al coronavirus. Ci sono sicuramente state delle prese di posizione dal punto di vista delle politiche offerte nei due programmi elettorali, dalla sanità alla lotta ai cambiamenti climatici, passando per riforme del sistema giudiziario e sul salario minimo. Trump dall’inizio della sua presidenza ha cercato di cancellare l’Affordable Care Act (conosciuto come Obamacare), senza riuscire completamente nell’intento, e ha continuato a ripeterlo senza però offrire un solido piano alternativo nel bel mezzo di una pandemia globale. Joe Biden ha sposato l’idea di creare una opzione pubblica, nel contesto del sistema sanitario americano basato sull’acquisto di una assicurazione sanitaria a costi talvolta molto elevati, gestita dal pubblico anziché da compagnie private.

Anche sulla lotta ai cambiamenti climatici le posizioni non potrebbero essere più diverse. Donald Trump non ha mai creduto e puntato su questo tema e non ha presentato un piano chiaro in questo senso. Joe Biden ha invece fissato come obiettivo il raggiungimento di un’economia al 100% basata sulle energie rinnovabili e zero emissioni di CO2 entro il 2050, con investimenti federali di 1,7 trilioni di dollari, più investimenti privati, statali e locali per arrivare ad un totale di 5 trilioni complessivi. Joe Biden ha anche sposato la proposta del Senatore Bernie Sanders di alzare il salario minimo a 15 dollari l’ora, oggi fermo a poco più di 7.

Quali sono gli Stati chiave di questa competizione presidenziale, cioè quelli in cui si è giocato e deciso il risultato finale? E perché?

Gli stati chiave di questa corsa alla Casa Bianca sono stati quelli del Midwest (Wisconsin, Michigan e Pennsylvania), la Georgia, la North Carolina, l’Arizona e il Nevada. Personalmente includerei il Minnesota: quando è stato assegnato a Joe Biden poco dopo la chiusura dei seggi è stato un ottimo segnale per i democratici. Qui, peraltro, Trump aveva puntato forte sull’attacco a Ilhan Omar, la prima donna di colore, fortemente progressista, musulmana, e di origini somali a rappresentare il Minnesota al Congresso. Pochi democratici si erano spesi per mostrare il loro appoggio alla deputata, se non quelli più progressisti. Dopo esser stata rieletta con una percentuale di voti ancora più alta rispetto alla prima volta, si è impegnata fortemente in tempo di Covid per avere un’elevata affluenza nello stato, portando i “Minnesotans”, in particolare la comunità musulmana, ai seggi. È stato un successo, avendo avuto la più alta affluenza degli interi Stati Uniti assieme al Maine, 79.2% ciascuno.

Il Midwest è stato un punto cruciale per Joe Biden grazie all’alta affluenza delle aree suburbane e al voto della comunità nera delle grandi aree metropolitane come Philadelphia, Milwaukee, e Detroit. Inoltre, Joe Biden ha fortemente incoraggiato il voto per corrispondenza, a differenza di Donald Trump, e questo è andato fortemente in suo favore arrivando ad eccedere le percentuali di voto ottenute in quasi tutte le contee dei “battleground states”, ad eccezion fatta per l’Arizona dove le cose sono state più equilibrate.
Per la prima volta dal 1992, la Georgia andrà, con altissima probabilità (il vantaggio è di oltre 10mila voti), ad un candidato democratico. Questo è dovuto al grandissimo lavoro delle comunità nere dello stato e probabilmente al cambio demografico verificatosi nell’ultimo decennio che ha visto abitanti di aree fortemente democratiche del New England trasferirsi in centri urbani e metropolitani dello stato.

Gli stati chiave che sono sembrati più in bilico sono stati l’Arizona e il Nevada per diversi giorni dopo l’Election Day. La situazione del Nevada ha fatto riflettere perchè la maggior parte della popolazione dello stato vive nella contea di Clark, dove è situata Las Vegas, da sempre roccaforte democratica. Inoltre, già durante le primarie democratiche, Joe Biden si era scontrato con esponenti di organizzazioni latinoamericane che lo hanno paragonato ad Obama sulle politiche immigratorie.  In molti casi, perse la pazienza dicendo al suo interlocutore di votare per Trump. In Florida, Trump ha vinto il 50% del voto latino a fronte del suo 35% del 2016, mentre Biden ha ottenuto poco più del 50% contro il precedente 62% di Hillary Clinton. Anche in Georgia ed Ohio, Biden ha riportato un’emorragia del voto latinoamericano; rispettivamente 16% e 24% contro il 40% e 41% di Hillary Clinton. L’unico stato dove ha avuto una performance sopra la media con il voto ispanico/latinoamericano è l’Arizona, quinto stato per popolazione ispanico/latinoamericana, che è andato in proporzione 2:1 a Biden.

Il candidato democratico ha trovato un supporto schiacciante tra i giovani, specialmente negli stati chiave. In Wisconsin e Pennsylvania, i 2/3 dei giovani ha votato per l’ex vicepresidente, mentre in Arizona il voto si è diviso allo stesso modo di quelli ispanico/latinoamericano, 2:1.

Trump non ha accettato il risultato elettorale, ha già minacciato ricorsi legali, eppure per i repubblicani non è stata una “sconfitta”. Perché? 

Come mi piace pensare e dire, non è il Presidente che lascia la presidenza ma la presidenza che lascia il Presidente. Non c’è alcun fondamento nelle cause legali che Donald Trump vuole portare avanti e il suo team legale non si avvicina minimamente per bravura a quello di George W. Bush: a differenza del 2000, in cui c’erano poco più di 600 voti della Florida che dividevano Gore e Bush, oggi i margini di vittoria di Biden su Trump sono decisamente più ampi. Non si vedono molti repubblicani spendersi in difesa della crociata del Presidente sui vari network e anche FoxNews sembra averlo abbandonato al suo destino. La spiegazione è per me molto semplice, i repubblicani come partito non escono enormemente sconfitti come molti pronosticavano alla vigilia: hanno conquistato più seggi di quanti pensassero alla Camera, hanno per ora mantenuto il controllo del Senato, anche se ci sono due ballottaggi in Georgia a Gennaio che decideranno in via definitiva chi avrà il controllo, e hanno riportato vittorie importanti in molti stati a livello delle legislature statali che decidono la suddivisione dello stato per quanto riguarda i vari distretti (che potrebbero essere paragonati alle circoscrizioni italiane). Le legislature statali possono decidere o meno se mettere mano a tale suddivisioni per rimediare al “gerrymandering“, pratica che mira a stabilire un vantaggio politico distinto per un partito tramite la manipolazione dei distretti elettorali, “diluendo” il potere di voto degli elettori della fazione opposta su più distretti oppure concentrarlo in uno specifico distretto per ridurlo o eliminarlo in un altro.

Alla fine, la vittoria di Joe Biden sarà inequivocabile dal punto di vista del collegio elettorale, e il candidato democratico otterrà il più alto numero di voti nella storia delle elezioni presidenziali americane. Il problema è che Donald Trump otterrà il secondo più alto numero di voti nella storia delle presidenziali americane: più repubblicani hanno votato per il Presidente uscente rispetto al 2016, cioè il 93% contro il 90%, a testimonianza che il tentativo democratico di raggiungere repubblicani insoddisfatti non abbia avuto successo. Inoltre il “voto Covid19”, cioè quello che avrebbe dovuto spingere le aree più colpite dalla pandemia a votare per Joe Biden più che per Donald Trump, è un evento che non si è verificato. L’Associated Press ha analizzato le 376 contee con il più alto numero di nuove infezioni Covid-19 per capita, e ha riportato che il 93% di queste sono andate a Trump. Paradossalmente, la questione pandemia potrebbe aver inciso più negativamente su Biden: Donald Trump ha dipinto l’avversario come qualcuno che avrebbe confinato tutti in casa e ha probabilmente fatto breccia in una fetta di popolazione.

Quella di Biden e dei democratici è stata una vittoria netta ma non schiacciante e il trumpismo non è finito: quali saranno gli scenari futuri nello scacchiere interno?

La situazione è estremamente delicata al momento. Saranno cruciali le scelte che verranno prese nell’ambito del gabinetto da parte della coppia Biden/Harris, e soprattutto bisognerà vedere se i democratici riusciranno ad ottenere il controllo del Senato in Gennaio. Trump è stato un sintomo di problemi più grandi e latenti degli Stati Uniti. Il rischio che si corre non andando a fare scelte coraggiose per eliminare quei problemi è che il prossimo Trump sia più scaltro, meno interessato ai ratings televisivi, e meno avvezzo ad agire di impulso facendoci sapere cosa pensa in un tweet. Alla convention democratica è stato concesso spazio ad esponenti repubblicani per provare a raggiungere un possibile elettorato repubblicano scontento; un esempio è John Kasich, che ha firmato da governatore dell’Ohio 18 misure restrittive sull’aborto, tagliato i fondi a Planned Parenthood, organizzazione non-profit che fornisce aiuto in ambito di salute riproduttiva, ha detto di non sapere fino a che punto l’essere umano è responsabile per i cambiamenti climatici, ha favorito la proliferazione delle carceri for-profit e ha spinto apertamente per andare in guerra con l’Iraq. Eppure l’Ohio è andato a Donald Trump. Non la ritengo una formula vincente quella di appellarsi a figure del genere andando avanti.

C’è un distinto sentimento anti-attivismo all’interno della leadership del partito democratico che sembra quasi accecarli. La strategia incentrata su un messaggio moderato, politicamente ristagnante al 2005, si è dimostrata inefficace, specialmente laddove è mancata del tutto un’impalcatura comunicativa importante e un entusiasmo che non ha propriamente caratterizzato la campagna elettorale di Joe Biden.
C’è un’opportunità nei prossimi due mesi per definire una visione vincente del partito, specie quando la leadership ha un’eta media superiore ai 70 anni e che sembra totalmente in dissonanza con la base; se si dovesse fallire, nel 2022 il partito democratico perderà la Camera e plausibilmente nel 2024 la presidenza. Un replay del secondo mandato di Obama.

Quali sono gli scenari internazionali? Gli USA torneranno ad essere “baluardo della democrazia”? Tornerà l’asse America-Europa, come si augura il Presidente del Parlamento Europeo?

Le aspirazioni egemoniche di Cina e Russia hanno subito un colpo importante. Questa sconfitta di Trump, da un punto di vista geopolitico, scontenta tutti i populisti autoritari in giro per il mondo, dalla Turchia alla Russia, passando per il Brasile. Al contrario, è una notizia positiva per gli alleati storici degli Stati Uniti in Europa, ma anche per l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud. Joe Biden ha scritto un articolo pubblicato su “Foreign Affairs”, in cui ha sottolineato l’importanza di essere forti e intelligenti allo stesso tempo. Questo significa, secondo il Presidente eletto, porre fine a operazioni su vasta scala con decine di migliaia di truppe, utilizzare poche centinaia di soldati delle Forze Speciali e asset della comunità d’intelligence per supportare partner locali contro nemici comuni: un cambio in questa direzione è più sostenibile militarmente, economicamente e politicamente nell’avanzare gli interessi della nazione. Inoltre, Joe Biden ha sottolineato che la diplomazia dovrebbe essere il primo strumento del potere americano, e si impegnerà per ridarle credibilità, frantumata da Trump.

Questo restauro passa anche per la NATO.
Joe Biden ha affermato che l’impegno statunitense per il Patto Atlantico è sacro, ed è al centro della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Lo ha sottolineato specialmente come monito per il Cremlino, il quale, afferma Biden, teme una NATO forte, con capacità militare – e non – di far fronte a minacce di tipo tradizionale e non tradizionale. Ha altresì affermato che bisogna imporre sanzioni concrete sulla Russia per le sue violazioni delle norme internazionali, restando al fianco della società civile russa, che innumerevoli volte si è eretta a baluardo contro il sistema autoritario e cleptocratico del presidente Vladimir Putin.
La cooperazione, in breve, renderà gli Stati Uniti più sicuri e garantirà il loro successo andando avanti.

Un’altra presa di posizione forte ha riguardato la Cina. Semplificando, se la Cina sarà lasciata libera di fare come vorrà, deruberà gli Stati Uniti e le compagnie americane della loro tecnologia e proprietà intellettuale. Il modo più efficace per confrontare la Cina e i suoi comportamenti abusivi e le violazioni dei diritti umani, pur sempre cooperando sul fronte dei cambiamenti climatici, non-proliferazione nucleare, e sicurezza sanitaria globale, è di costruire un fronte unito di alleati e partner degli Stati Uniti. Da un punto economico gli Stati Uniti rappresentano un quarto del GDP mondiale, se unissero le forze con le proprie democrazie alleate la loro forza raddoppierebbe. E la Cina non potrebbe ignorare più della metà dell’economia mondiale.

In generale, all’interno dell’Unione Europea ci sono diverse democrazie che saranno estremamente felici di poter cooperare con Biden, un interlocutore sicuramente più ragionevole su questioni come i dazi, le quote per la NATO e l’accordo sul nucleare iraniano del 2015. Ad ogni modo, il sentimento non è unanime. Trump rimane estremamente popolare con i leader politici di Polonia, Ungheria e Slovenia (il cui Primo Ministro si è affrettato ad offrire le proprie congratulazioni a Trump per la sua rielezione). La situazione non cambierà immediatamente dopo l’insediamento di Joe Biden in Gennaio; realisticamente ci vorrà del tempo per vedere gli Stati Uniti e l’Unione Europea ricominciare a coordinarsi per azioni da prendere su scala globale come succedeva sotto Clinton, Bush, e Obama.

Joe Biden ha già confermato che rientrerà negli accordi di Parigi per la lotta al cambiamento climatico e nell’OMS. Inoltre, la vittoria di Biden manda un segnale positivo agli alleati storici degli Stati Uniti nel mondo. Hassan Rouhani, il presidente iraniano, ha fatto appello al Presidente eletto Joe Biden per “rimediare a errori passati” e ritornare a far parte dell’accordo nucleare del 2015 con le altre potenze mondiali. Sarà anche interessante l’evolversi della situazione in Medio Oriente: Biden ha detto più volte che non vuole gli Stati Uniti partner della guerra in Yemen portata avanti dall’Arabia Saudita; guerra per cui il Congresso aveva votato a favore di un embargo di armi verso l’Arabia Saudita su cui Trump pose il veto.  Importante in questo senso sarà il team assemblato per la transizione e poi il gabinetto stesso.

Joe Biden e Kamala Harris sono le figure giuste per questa rinascita americana, soprattutto in tempo di pandemia? Negli USA si registra un’avanzata del contagio impressionante: più di 100 mila casi al giorno.

A confronto di Donald Trump, sono due figure cruciali per la lotta globale alla pandemia. Possono riportare gli Stati Uniti ad essere l’avanguardia per quanto riguarda sfide di questa magnitudine. C’è anche una certa soddisfazione a vedere una figura “presidenziale” sedere nuovamente nello Studio Ovale e vedere la prima donna figlia di immigrati, nera e di origini asiatiche nella veste di vicepresidente.

Il male minore ha certamente prevalso in queste elezioni. Dico male minore perchè Joe Biden si avvicina ai 50 anni spesi in politica e porta con sè un bagaglio importante e a tratti scomodo; dal cercare di tagliare programmi di welfare ripetute volte, al 1994 Crime bill, al voto per la guerra in Iraq di Bush e Cheney. Ha una enorme opportunità davanti a sé, è arrivato a ricoprire la veste più alta nelle gerarchie statunitensi, e difficilmente si ricandiderà per un secondo mandato considerata l’età. Ha un grande capitale politico da poter spendere, prendendo decisioni coraggiose che potrebbero avviare il Paese, e il mondo per estensione, verso giorni più rosei e lontani dal populismo autoritario.

Qual è il tuo auspicio per questa nuova alba a stelle e strisce? Scommetteresti sulla riuscita?

Politiche coraggiose, politiche coraggiose, e ancora, politiche coraggiose. Soltanto così si può aspirare ad orizzonti migliori. Queste elezioni presidenziali sono state l’invidia di molti dal punto di vista dell’affluenza. Non bisogna dimenticare che gli Stati Uniti non sono cambiati nel giro di una settimana e gli oltre 70 milioni di voti presi da Donald Trump ne sono testimonianza concreta. C’è molto lavoro da fare. Un insegnamento importante che bisogna trarre da queste elezioni è che non si può pensare di vincere e convincere solamente mettendo in piedi campagne elettorali “contro” qualcuno; bisogna offrire delle alternative politiche serie e importanti. Altrimenti si passeranno anni a sopravvivere, politicamente, contro forze populiste autoritarie che continueranno a crescere.

Una battuta finale, parafrasando un passo del discorso di Joe Biden di sabato notte, è che una scommessa contro gli Stati Uniti sarà sempre una cattiva scommessa.

Come si evince da questa parziale ma profonda analisi*, il meccanismo presidenziale statunitense è parte necessaria dell’ingranaggio internazionale. In giro per il mondo, i più hanno gioito della vittoria della coppia Biden-Harris. Il capitale artistico e culturale degli USA ha inondato i canali social di entusiasmo.
Il peggio, politicamente parlando (e Covid permettendo), sembra passato e una parte importante dell’onda populista è per ora quantomeno ridimensionata.
Il ruolo del gigante americano è storicamente ambiguo, pendolo continuo fra luci e ombre: la nuova presidenza può decisamente correggere il tiro.
Rise and Shine, USA. C’è molto lavoro da fare!

*altri approfondimenti sono disponibili qui, a firma di Simone Carugno

Illustrazione di Riccardo Ventura