Tempo di lettura: 13 minuti

Benvenute e benvenuti a questo brunch di inizio Primavera, con un’ora di sonno in meno che non vi aiuteremo a recuperare, anzi… che questo momento ci svegli ulteriormente!
Perché quando si affrontano certi argomenti, il sonno passa e torna la difficoltà.
Dopo aver parlato con Sara Manisera di rotte migratorie e corridoi umanitari e con Luca Leone di Bosnia tra passato, presente e futuro, oggi restringiamo ulteriormente il nostro campo d’indagine connettendo questi due ampi temi, cercando di approfondire l’attuale crisi umanitaria nel cuore dell’Europa: The Game on the Balkan Route.
Lo facciamo con la Dottoressa Silvia Maraone, esperta di Balcani e migrazioni nella regione, che coordina i progetti a tutela dei rifugiati e richiedenti asilo lungo la rotta balcanica in Bosnia Erzegovina e Serbia. Si occupa di cooperazione internazionale, animazione giovanile e volontariato internazionale. Collabora con riviste di settore e ha pubblicato come co-autrice il libro guida “Sarajevo”.
Abbiamo tante domande, dunque, ringraziandoLa ancora per aver accettato l’invito, cominciamo.

– Che cosa L’ha spinta a recarsi in Bosnia? Qual è il Suo ruolo?

La prima volta che sono stata in Bosnia era il 1997. Tuttavia, questo percorso era già iniziato nel 1993, quando andai per fare attività di volontariato. Proprio in quell’anno la mia famiglia aveva ospitato una coppia di ragazzi di Mostar che erano profughi della regione. Aver incontrato e conosciuto queste persone mi aveva smosso e quindi mi decisi ad approfondire quello che stava accadendo.

Ho cominciato ad andare in Slovenia a fare volontariato nei campi profughi per i rifugiati che scappavano dalla guerra in Bosnia-Erzegovina. Da allora, quella che era un’attività di volontariato è diventata un’attività di lavoro e ormai già da moltissimi anni sono in contatto con questa terra, dove ho lavorato anche come cooperante e in cui sono tornata negli ultimi anni, vista la complicata situazione dei migranti lungo la rotta balcanica.

Attualmente sono Country Coordinator per l’ONG Ipsia-Acli in Bosnia-Erzegovina. Lavoro nella città di Bihać dove coordino uno staff di persone bosniache e italiane per le attività svolte all’interno dei campi profughi allestiti nella regione.

– Come e perché nasce la Balkan Route? Quali aspetti geopolitici sono fondamentali per capirne il ruolo nevralgico nella attuale crisi umanitaria?

La Rotta Balcanica è un corridoio geografico che viene attualmente percorso dai migranti internazionali, anche se originariamente era una rotta che prima del 2014 prevedeva soprattutto il traffico di droga (eroina) e armi, che dall’Afghanistan arrivavano al nostro continente proprio risalendo la dorsale dei Paesi Balcanici. Questi, a causa dell’alto grado di corruzione interna, permettevano il passaggio di tali merci attraverso le proprie frontiere.

Esplode come fenomeno migratorio nel 2015 quando, a seguito dell’inasprirsi delle tensioni in diversi Paesi come Iraq, Afghanistan e Siria, una massa enorme di persone decide di scappare da questi territori martoriati. Il loro obiettivo è raggiungere la Turchia, risalire per la Rotta Balcanica ed entrare in Europa. Nel 2015 è stata attraversata da  più di 850 mila persone.

– Com’è cambiata la situazione dal 2015 ad oggi? La Turchia è fedele al patto stipulato con la UE nel 2016?

Questa rotta è in continua trasformazione: nel 2015 – l’anno della crisi dei rifugiati – le persone si muovevano dalla Grecia verso la Macedonia, per poi procedere verso Serbia e Ungheria; nel settembre 2015 Orban decide di chiudere i confini ungheresi con reticolati, filo spinato e controlli della polizia, costringendo queste persone a deviare dalla Serbia alla Croazia e successivamente passare per Slovenia, Austria e Germania, che permangono le mete desiderate. Il 18 marzo 2016 l’Unione Europea stipula un accordo con la Turchia a causa dell’afflusso così imponente di persone lungo questa rotta: in cambio di sei miliardi di euro, l’accelerazione delle procedure per entrare nell’Unione (che non sta avvenendo) e l’accesso per i cittadini turchi in UE senza visto (che non sta avvenendo), la Turchia avrebbe dovuto controllare i propri confini al fine di ridurre l’afflusso di migranti diretti in Europa.

Tuttavia, il mancato rispetto dei termini prestabiliti da parte dell’UE ha indotto Erdogan ad allentare il controllo sui propri confini; lo scoppio della pandemia ha inizialmente rallentato questi passaggi fino allo scorso febbraio, quando ingenti flussi di migranti sul confine turco-greco si sono indirizzati verso l’Europa. Il Presidente turco aveva infatti annunciato che non avrebbe più controllato i confini perché l’UE non rispettava i propri patti. Inutile sottolineare l’altissimo grado di instabilità e fragilità di tale accordo.

– Molti Stati europei fanno soldi fabbricando ed esportando armi: l’Italia annovera tra i propri partner commerciali Afghanistan, Iraq e Pakistan, Nazioni da cui molti migranti di questa rotta scappano. L’Europa (e l’Italia) sono responsabili di queste migrazioni?

L’Europa e l’Italia sono responsabili delle migrazioni nell’area balcanica nel momento in cui commerciano in traffico d’armi. È però doveroso sottolineare che oltre al Vecchio Continente anche gli Stati Uniti hanno forti interessi nello scenario mediorientale-asiatico, come nel caso siriano o afghano. La situazione di instabilità in Afghanistan ha infatti radici molto antiche e profonde che non derivano solo da questioni interne: qui la guerra è iniziata con l’operazione Enduring Freedom lanciata proprio dagli USA che, a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle, si fecero portatori di Democrazia anche nel Medio-Oriente e in Asia, cercando di abbattere i movimenti terroristi locali.

Il problema è capire che cosa crea questo tipo di operazione militare – che in realtà nasconde un’occupazione territoriale – nelle aree in cui le truppe straniere si stanziano, e quanto giova alla popolazione nazionale una presenza esterna così massiccia (nel caso afghano si tratta di venti anni, visto che il conflitto è iniziato dopo i fatti del settembre 2001).

Le stesse considerazioni valgono per la Siria: anziché supportare i movimenti democratici e a favore (ad esempio) delle Primavere Arabe e sostenere la Democrazia, Europa e USA hanno sfruttato nuovamente queste situazioni di instabilità per incentivare la propria presenza in tali territori.

– Nel 2020 sono state respinte dall’Italia alla Bosnia 1240 persone, con un aumento del 423% rispetto all’anno precedente. Questa pratica, detta chain-pushback, è stata recentemente definita illegale dal Tribunale di Roma in quanto in violazione della Costituzione, della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. La maggioranza degli immigrati ha origini irachene, pakistane, siriane, afghane o bangladesi; dovrebbero avere diritto alla protezione internazionale in quanto rifugiati che fuggono da conflitti pluridecennali, violenze collettive e persecuzioni. Questi pushback tra frontiera slovena e italiana avvengono in virtù di un accordo bilaterale stipulato tra Serbia e Italia in materia di immigrazione illegale, mai ratificato dal nostro Parlamento. In questo modo, la loro richiesta d’asilo in Italia, Slovenia e Croazia viene annullata, trasformando queste persone in migranti irregolari e lasciandole perire in Bosnia. Che cosa pensa al riguardo?

Questi pushback a catena, che nascono dall’Italia e costringono queste persone ad arretrare fino in Slovenia o Croazia, sono stati e sono tuttora un problema e chi attua queste “riammissioni”, come le chiamiamo erroneamente in Italia, non si rende pienamente conto dell’irregolarità delle proprie azioni. Gli accordi di riammissione tra Italia e Slovenia del 1996 fanno riferimento ad un periodo storico in cui fondamentalmente non esisteva l’Area Schengen e l’ex-Jugoslavia si era appena disgregata, per cui l’Italia al tempo controllava i propri confini.

Sono accordi rispolverati lo scorso anno in occasione della pandemia: l’Italia ha iniziato a “riammettere” persone in Slovenia quando un numero molto alto di migranti è effettivamente riuscito ad entrare nel nostro Paese durante il periodo di lockdown; tuttavia, non trovando posto nei campi di accoglienza in Friuli-Venezia-Giulia poiché saturi, le persone sono rimaste bloccate praticamente per strada proprio a Trieste e quindi, per fare fronte a questa situazione, sono riemersi questi accordi con la Slovenia.

Il problema è che sussiste un’irregolarità di fondo: le persone che vengono respinte dovrebbero poter presentare la richiesta d’asilo anche laddove vengano colti ad attraversare illegalmente i confini ma la Slovenia, ricevuti i riammessi/respinti dall’Italia, anziché processare la loro domanda d’asilo, li riconsegna illegalmente alla Croazia, che a sua volta massacra queste persone e le scarica in Bosnia, abbandonandole.

Si tratta di una situazione molto pesante, incredibilmente violenta e assolutamente illegale. Noi che lavoriamo sul campo vediamo i risultati quotidiani di questi pushback, come i segni dei manganelli sui loro corpi. Non ci sono parole che possano descrivere quello che sta accadendo. Ciò che mi dispiace di più è che in Italia regni un silenzio totale sulle vicende che accadono lungo la Rotta Balcanica e sulle violenze della polizia europea.

– Quanti campi profughi attivi ci sono in Bosnia e come vengono gestiti? Come vivono le persone al loro interno?

In Bosnia ci sono cinque campi di accoglienza in gestione all’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM); di essi, tre sono campi per famiglia (due sono situati nel cantone di Una Sana e uno nella zona di Sarajevo), e i restanti due campi sono riservati agli uomini adulti.
Le condizioni in questi ultimi campi sono molto dure perché al sovraffollamento si sommano condizioni logistiche estreme: in particolare si evidenzia una debolezza dal punto di vista igienico-sanitario e oltretutto, per via del Covid-19, stiamo assistendo alla nascita di focolai in tutti i campi che però non permettono alcun distanziamento, come vorrebbero invece le norme per la prevenzione del contagio.

Questi campi sono non-luoghi in cui le persone vivono tutti i giorni uguali; si perde il senso del tempo e dello spazio e le persone vivono senza la possibilità di avere privacy, in condizioni miserabili. Ci sono organizzazioni, come anche la nostra, che cercano di portare un po’ di supporto psicologico e psicosociale facendo attività di animazione, educazione non formale, ricreazione e sport, ma le condizioni continuano a essere invivibili.

È interessante notare la discrepanza nel numero di campi presenti in Bosnia e in Serbia: cinque contro diciannove, nonostante il flusso di migranti sia paragonabile. Parrebbe che la Bosnia soffra di un problema strutturale per cui non vuole i migranti nel proprio Paese.

– Qual era la situazione del campo di Lipa prima dell’incendio del 23 dicembre scorso e qual è la situazione odierna?

Tra i cinque campi citati prima, vi è anche quello di Lipa. Dopo l’incendio divampato il 23 dicembre dello scorso anno è passato in gestione amministrativa al governo: è in corso la ristrutturazione e verrà eretto un nuovo campo di container sulle ceneri di quello vecchio, che ospiterà 1500 persone.

Chi si trova adesso a Lipa sta vivendo nella zona del vecchio campo all’interno di tende militari che ospitano 30 persone l’una, per un totale di circa 900 persone. Sussistono gravi problemi perché questo campo è situato presso un altopiano completamente isolato battuto dal vento e con temperature molto rigide, soprattutto d’inverno. Altri seri problemi riguardano l’acqua e i bagni. La Croce Rossa locale distribuisce colazione e pranzo, ma per il resto è tutto molto improvvisato e precario.

– In un comunicato ufficiale del 21 gennaio 2021 dell’Alto Commissariato per i Rifugiati si legge che “La rappresentante dell’UNHCR in BiH, Lucie Gagné, è lieta di constatare che, in seguito al forte sostegno da parte di diversi attori, tra cui l’UE e l’ONU, le autorità della BiH stanno compiendo sforzi considerevoli per affrontare la gestione della situazione dei migranti e dei rifugiati e hanno ora individuato una soluzione provvisoria per circa 900 persone che vivono in condizioni disastrose a Lipa”. Tuttavia, il governo bosniaco ha implementato ulteriori misure restrittive nei confronti dei migranti sul territorio (coprifuoco, divieti). Qual è l’effettiva posizione del governo nei confronti di queste persone? Cosa pensa l’opinione pubblica?

La popolazione del Cantone Una Sana è diventata molto ostile nei confronti di queste persone come risultato di una campagna anti-migrante che si è ormai radicata. A causa di queste tensioni, i migranti, come i volontari e le associazioni non registrate che vogliono apportare aiuti, sono costretti a stare nell’ombra per non subire ripercussioni. È come se l’opinione pubblica fosse stata vittima di un lavaggio di cervello per cui i migranti rappresenterebbero il principale problema della Bosnia-Erzegovina. In realtà ci sono molte persone che non esprimono la propria opinione, anche se non sono contro le migrazioni, proprio perché temono le conseguenze attuate dai gruppi filo-fascisti locali.

Stiamo parlando di uno Stato che non si è mai veramente ripreso dalla guerra del fine secolo scorso e che si trova tuttora spaccato in due. La miseria economica e culturale di venticinque anni fa persiste e contribuisce a fomentare l’assurda idea del “migrante = causa di tutti i mali”.

– I report pubblicati da Border Violence Monitoring Network mostrano un incremento nell’uso di violenza bruta nei confronti dei migranti da parte dei corpi di polizia dei vari Stati toccati dalla rotta balcanica. Nonostante queste persone sappiano che potrebbero giocarsi la loro vita, si affidano a reti di vera e propria criminalità organizzata che coinvolgono tanto trafficanti di esseri umani (agenti e passeur) quanto poliziotti di frontiera corrotti, al solo fine di raggiungere uno Stato in cui poter vivere degnamente. Nel Suo blog personale si fa anche testimone di questi orrori. Può raccontarci di questo fenomeno e una testimonianza che l’ha particolarmente colpita?

Lavorando in loco assistiamo a parecchi pushback e non saprei descrivere un caso più terribile di altri. Posso sicuramente citare il caso di Alì, un uomo tunisino di circa trent’anni in fuga che aveva provato a superare il “game” più volte senza successo.

Nel febbraio 2019 durante un respingimento da parte della polizia croata era stato privato di calze e scarpe; dal confine riuscì a raggiungere il campo di Bira dove noi abbiamo lavorato fino alla chiusura nel settembre successivo, nonostante la neve. Presto però iniziò a mostrare segni evidenti di cancrena alle dita dei piedi e, abbattuto da depressione e negazione per quello che stava subendo, si chiuse in se stesso e rifiutò aiuto.

Inizialmente gli venne prospettata l’amputazione delle zone in cancrena; la necrosi però si estendeva lungo il corpo, così venne parcheggiato in un container del campo di Bihać per single men, senza farsi aiutare e senza che nessuno si prendesse veramente carico di lui, ad eccezione di Lorena Fornasir, fondatrice dell’Associazione Linea d’Ombra.

Mi ricordo che il suo container era proprio di fianco al nostro social caffè e lo vedevamo tutti i giorni sdraiato nel suo letto, con i piedi che andavano disfacendosi giorno dopo giorno e si respirava questo odore terribile di cancrena e di morte. Poi Alì, in preda alla disperazione, è scappato prima a Sarajevo, per poi tornare verso Bihać. Ha provato ad andare nuovamente al “game” senza superarlo. Alla fine è morto pochi mesi dopo nell’ospedale di Bihać per diverse cause mediche.

Questa è sicuramente una delle storie più brutte cui abbiamo assistito, ma ce ne sono molte altre: casi di persone con le braccia rotte, le gambe rotte, la testa rotta… insomma, ci sono situazioni veramente estreme, e tutto questo avviene sotto gli occhi di tutti, perché esistono report, prove e testimonianze pubbliche ma evidentemente a questa Europa va bene così…

– Lo chiamano “The Game” ed è un vero e proprio gioco al massacro, tra polizia corrotta e vite dimenticate. Qual è la soluzione?

La soluzione non c’è, o meglio, è una soluzione politica che vale in generale per tutte le migrazioni: bisogna garantire alle persone che scappano da certi Paesi o che vogliono muoversi da certi Paesi – non per forza si deve scappare per cercare una vita migliore! – di godere del Diritto di movimento con l’emanazione di visti per lavoro, salute o visti umanitari e permettere a tutti quanti di viaggiare dignitosamente. Così agendo, si abbattono le reti mafiose e i traffici illegali che stanno dietro ai moti migratori, permettendo alle persone di vivere in sicurezza questa loro Odissea.

L’Europa, culla del Diritto, sembra non interessarsi abbastanza di queste persone, lasciando che ai suoi confini vengano quotidianamente violati i Diritti Umani e i principi su cui si fonda. Dovremmo smetterla di “giocare” con le vite degli Altri (migranti, stranieri, diversi …), imparando a considerarli nostri pari e impegnandoci a elaborare politiche comuni volte alla Solidarietà invece che all’indifferenza.

Quello che accade nel cuore dell’Europa e fuori dall’Europa riguarda sempre tutta l’Europa.

Prima che a Lipa, l’Europa si era fermata a Moria. Quante catastrofi umanitarie dobbiamo permettere prima di dare Dignità a queste persone?

Vorrei ringraziare ancora una volta la Dottoressa Maraone per la sua disponibilità e Francesco Di Donna per aver contribuito alla stesura di questa intervista.

Illustrazione di Riccardo Ventura