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Benvenute e benvenuti a questo brunch natalizio, l’ultimo del 2020.
A pochi giorni dalla celebrazione della Giornata del Migrante , non potevo che concentrarmi su questo tema, ampio e profondo come il Mediterraneo, e lo farò con un’ospite di primo livello: Sara Manisera.
Laureata in Relazioni Internazionali, ha conseguito il master in Relazioni del Mondo Arabo e del Mediterraneo a Beirut, dove ha vissuto dal 2014 al 2017. Si occupa di donne, conflitti, società civile, agricoltura e ambiente e ha realizzato reportage in Iraq, Siria, Libano, Tunisia, Kosovo, Bosnia e Italia. Nel 2018 ha vinto il Premio Ivan Bonfanti con un articolo sulle donne mogli dei combattenti dello stato islamico, e la Colomba d’Oro per la Pace con il webdocDonne fuori dal buio“, realizzato con la collega Arianna Pagani in Iraq. Ha ricevuto una special mention al True Story Award con un’inchiesta sui desaparecidos in Siria. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo libro “Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne“. Nel 2020 ha realizzato, ancora con Arianna Pagani, il web-documentario interattivo “Iraq senz’acqua” sulla lotta dei giovani iracheni per il diritto all’acqua e la protezione del Tigri e dell’Eufrate. I suoi reportage sono stati pubblicati, tra gli altri, da Al Jazeera, La Repubblica, Arte, Libération, Internazionale, The Nation, RSI, The New Humanitarian, Rai 1, RSI, televisione svizzera italiana. Ho avuto il piacere di condividere con Sara il viaggio a bordo delle Navi della Legalità nel 2013, motivo per cui, anche in questo caso, darò del tu alla nostra ospite.
Dunque, contento che abbia accettato l’invito, do il benvenuto a Sara.
Cominciamo.

Perchè si parla di crisi migratoria? Quali rotte riguarda?
Con questo termine si intende l’ingente flusso di migranti verso l’Europa dagli stati africani e mediorientali, tramite varie direttrici che si sviluppano via mar Mediterraneo o via terra per i Balcani. In questi ultimi 30 anni l’approccio europeo alla migrazione è stato di tipo securitario: non è stata considerata come un fenomeno umano, sociale, economico e politico, e questo si è tradotto in legislazioni stringenti per l’accesso per i tanti cittadini di paesi non comunitari. Sono stati tagliati i visti turistici, quelli per motivi di studio, lavoro, ricongiungimenti familiari: un cittadino tunisino, senegalese, maliano, che vuole muoversi per cercare il proprio diritto alla vita dignitosa in un altro paese, è precluso. L’approccio securitario andrebbe, se non sostituito, implementato dall’approccio del diritto al viaggio.
Perché questo diritto deve essere solo occidentale? Parallelamente, bisogna capire quanti soldi europei sono stati spesi per l’esternalizzazione dei confini, con un’architettura volta a spostare i confini UE nel sud del mediterraneo, in cui si investe anche per pagare la polizia locale e le azioni repressive volte a fermare i flussi.
Siamo in un mercato e siamo in un sistema economico liberale basato sul capitalismo, per cui la domanda di un bene corrisponde ad un’offerta: se non ci sono modalità legali, vengono sviluppate alternative illegali, incrementando il fenomeno della tratta di esseri umani e il conseguente arricchimento di organizzazioni criminali che lavorano a questo scopo.
L’approccio tradizionale degli ultimi 30 anni ha portato all’apertura di molte rotte migratorie: alcune partono dal Centro Africa, si snodano poi a imbuto in Libia o in Tunisia o in Egitto, a seconda dei mutamenti interni sociopolitici di questi paesi, e da qui via Mediterraneo giungono in Italia; altre vie partono ad est, dove si apre la rotta dei Balcani, in cui confluiscono le popolazioni del Medio Oriente (Bangladesh, Pakistan, Iraq, Siria, Libano, ecc.).
Queste rotte sono varie e variabili, dipendono dal momento storico e dal contesto politico. Ad esempio, la Libia è un territorio canaglia, in cui ci sono milizie e vari attori regionali e internazionali: qui è più facile contrabbandare merci o persone, perché ci sono delle zone franche occupate da organizzazioni criminali.
Recentemente se n’è aperta un’altra: dall’Africa Occidentale verso le Canarie.
Ci sono anche micro-rotte, come quelle tra Tunisia e Sardegna.

Dove affondano le radici geopolitiche di questo ampio fenomeno?
In via preliminare, possiamo identificare delle macro categorie:
1) questione geopolitica, conflitti e guerre che determinano la fuga di civili (come il caso siriano);
2) questione ambientale, fenomeni come la desertificazione, il land grabbing (cioè l’accaparramento delle terre, lo sfruttamento dei suoli e delle risorse naturali da parte di multinazionali aggressive che comprano territorio) provocano altri esili forzati;
3) questione politica, con dittature e governi autoritari reazionari che soffocano diritti e libertà;
4) questione economica, che induce persone a migrare per la ricerca di un benessere futuro;
5) questione di scelta, cioè il citato diritto al viaggio.
Nel dettaglio geopolitico, credo che la cosiddetta realpolitik sia estremamente cinica: penso alle relazioni internazionali che alcuni paesi europei intrecciano con altri paesi ma improntate su uno sguardo neocoloniale, verticale, volto a proteggere interessi particolari e status quo. Faccio l’esempio dell’Egitto, in cui abbiamo interessi enormi e regaliamo l’amicizia ad un dittatore sanguinario che porta gli egiziani a sognare la fuga, e non entro nel merito delle questioni Regeni e Zaky. Manca una politica estera comune forte in UE: ciascuno segue i propri interessi.

La crisi migratoria è prima di tutto una crisi umana. La tua esperienza ti ha portato in Libano e sei stata sostenitrice attiva dei Corridoi Umanitari: che cosa sono, come nascono e come si strutturano?
Dopo il mio anno di master, ho scelto di restare in Libano e iniziare a lavorare come giornalista freelance e sono diventata addetta stampa locale per i Corridoi Umanitari, un progetto ecumenico partito dalla società civile italiana, nato dalla sinergia tra protestanti e cattolici, cioè tra Chiesa Valdese e Comunità di Sant’Egidio, che hanno scelto di concedere dei visti umanitari attraverso un accordo con il Ministero degli Esteri e il Ministero dell’Interno e permettere a delle persone con determinate vulnerabilità, in particolare siriani e libanesi, di spostarsi con un aereo. Questa gestione della migrazione è sicura per entrambi: permette alle persone di spostarsi senza rischiare la vita in mare o camminando chilometri nel deserto in mano ai trafficanti; è sicura per chi accoglie lo straniero, perché c’è una precisa procedura di sicurezza, con la rilevazione delle impronte digitali, il controllo dei documenti, ecc. È un esperimento politico lungimirante, radicale, visionario: potrebbe essere la nuova risposta alla domanda futura di migrazione.

Questo tuo percorso ha avuto un’accelerata proprio il 27 dicembre 2015, e questa è una storia che porterai sempre nel cuore. Ce la racconti?
Stavo rientrando a Beirut e alcune persone che si occupavano dell’accoglienza migranti a Milano mi hanno chiesto aiuto per una bambina siriana rifugiata in Libano: aveva bisogno di aiuto per ricevere cure tumorali e mi hanno messo in contatto con la famiglia della bambina. Ci incontrammo, avviammo la procedura e quella bambina, Falack, è stata una tra i primi a usufruire di un corridoio umanitario. Ora abita con la sua famiglia a Roma e sta bene.  Come loro, più di un milione di siriani erano rifugiati nel piccolo Libano.
Tutti i paesi avrebbero dovuto prendersi la responsabilità di organizzare dei corridoi umanitari semplici per organizzare la cosiddetta “riallocazione”, che è stata guidata dall’Agenzia delle Nazioni Unite peri i rifugiati UNHCR. Sono processi molto lenti, di nicchia, che escludono molte persone.
Quello dei corridoi umanitari è un progetto verso cui sono estremamente grata. Entri in contatto con la dignità delle persone, che lasciano la propria terra, la propria casa, talvolta la propria famiglia, con tutta la sofferenza che questo comporta.

Oltre al Libano, la Tunisia è stato un altro terreno di studio, in cui hai elaborato un reportage su desaparecidos nel Mediterraneo. Com’è nato questo lavoro?
Il mio lavoro ruota attorno a quattro grandi tematiche: società civile, donne, ambiente e migrazione. Il reportage che ho realizzato con la mia collega Arianna Pagani è stato fatto su un gruppo di donne tunisine che chiedevano verità e giustizia per i propri cari che hanno scelto di partire attraverso il Mediterraneo e di cui si sono perse le tracce.
Ho fatto questo lavoro anche per cambiare la narrazione della migrazione: è necessario concentrarsi sulle storie. Non sui numeri. Storie di vittime, sì, ma anche di protagoniste di una lotta: queste donne, madri e mogli, figlie e sorelle, si sono unite per chiedere verità per figli e mariti, padri e fratelli. Inoltre, il concetto di madre è universale: queste storie possono essere storie di chiunque, la giustizia deve essere universale.

Il Mediterraneo è il “mare tra le terre”: le accomuna, non le divide. Eppure, non siamo ancora riusciti a realizzare il progetto di una Generazione a maggioranza Mediterranea. È un sogno possibile? Come realizzarlo?
Secondo me è una questione politica: se è vero che l’UE adesso è consolidata, dovrebbe anche avere uno sguardo cooperativo sul Mediterraneo e meno economico: per fare ciò c’è bisogno di investire in Scuola e Scambi culturali, come l’Erasmus del Mediterraneo. Io ne sono esempio: ho fatto l’Erasmus Mundus tra Barcellona e Bierut. Questo può dare la possibilità a studenti libanesi di venire in Europa e viceversa. Gli scambi sono il punto principale di un investimento per creare una cittadinanza mediterranea più forte.
Serve anche uno sguardo politico lungimirante per creare un’unione mediterranea di protezione dei mari, tutela del paesaggio, gestione dei rifiuti: tra Albania, Croazia, Tunisia, Libano ed Egitto non ci sono le stesse norme e questo crea un problema di gestione. Scuola, educazione, formazione: tutti investimenti per pulire il Mediterraneo e proteggere l’ambiente. Fernand Braudel diceva che “Il Mediterraneo è un insieme di cose, ma è anche approccio tra uomo e ambiente”, riferendosi a quell’armonia che prima c’era ed era tangibile.

Questa cura del territorio non c’è più a causa di un’economia ultra-capitalista che ha distrutto paesaggi ovunque.
Serve immaginare nuovo modello, fondato su Scuola e Ambiente. Da qui, sviluppare una partnership commerciale, economica, imprenditoriale, ma vincolata alla politica e non viceversa. È impensabile negoziare su diritti civili per interessi economici.

Nel nostro Paese, resiste una certa cultura del pregiudizio verso lo straniero. C’è anche in senso opposto?
Sì, indubbiamente. Ritrovo elementi di diffidenza in entrambi i sensi, dovuti ad una scarsa conoscenza reciproca. Torniamo al punto della scuola e della formazione.
La gioventù mediterranea è aperta al cambiamento ed è accomunata da tante cose, tra cui l’eredità di un mondo che sta fallendo e precarietà diffusa. Ci sono poche prospettive, per tutti: Libanesi, Iracheni, Italiani, Greci, Tunisini. C’è anche voglia di riscatto, soprattutto per chi è figlio di migranti. Il tema delle seconde generazioni è stato assente nel dibattito politico, o comunque insufficiente, come dimostra la questione cittadinanza. Lo stesso Papa Francesco nelle sue encicliche ripete il concetto di fratellanza. Ci vuole una politica lungimirante e di ampio raggio.

Che cosa vuol dire oggi essere una giornalista freelance?
È una scelta di vita, dettata da una grande passione. Fare il giornalista indipendente, precario, che vuole andare all’estero, significa auto finanziarsi e investire di tasca propria in prodotti e contenuti che poi si spera vengano venduti e fruiti. Manca una redazione che ti copre le spalle, devi andare sul campo, investire nella storia che raccogli. E per me è il lavoro più bello del mondo, ma difficile. Per questo motivo, io e altre cinque persone abbiamo fondato un collettivo, FADA.

Che cos’è FADA?
Un collettivo di giornalisti, giornaliste, autori, autrici, fotografi e fotografe, videomakers che si occupano di esteri, lavorano sul campo, raccontando le storie delle persone con una visione umana e non generale. Le vite che partono, che restano, che soffrono, che lottano. Lavoriamo con le fonti locali, andiamo oltre alla news, oltre alla velocità dell’informazione. Approfondiamo in modo accurato, vivendo quelle persone.
Per superare l’isolamento, la precarietà e la competizione che c’è tra freelance, abbiamo scelto di metterci insieme. Il mio sogno è creare una grande rete disciplinata e professionale. Vogliamo infine che il tema degli esteri in Italia sia più considerato e non relegato ad una pagina di quotidiano o ad un programma di seconda serata.

Quest’anno di Covid19 è stato molto complicato. Come ha condizionato il tuo lavoro? E che cosa ti è mancato?
Mi ha impedito di viaggiare. La quarantena e i tamponi hanno aumentato le tempistiche e gli sforzi, e si parla solamente di Covid. Ad esempio, molti disastri ambientali sono stati messi in secondo piano. Per quanto riguarda la vita privata, mi è mancato il contatto con amici e amiche, i momenti conviviali, oltre lo schermo.

Quella di Sara è una vera e propria missione. Il suo desiderio è quello di continuare su questa strada, difficile e gratificante. Lei vuole raccontare storie e noi abbiamo bisogno di ascoltare, leggere, conoscere percorsi di vita alternativi ai nostri. Solo così potremmo cogliere la complessità dei fenomeni che ci circondano, come quello migratorio, superando pregiudizi e ignoranza.
E forse, un giorno non lontano, riusciremo a costruire quella base necessaria per creare una Generazione a maggioranza Mediterranea, che sappia riconoscersi unita, diversa e profonda, all’insegna del rispetto reciproco e della giustizia universale.
Buon lavoro Sara, e buon 2021.
A te,
a noi di EDAB,
a chi è costretto a migrare,
a chi sceglie di farlo,
a tutti Voi, Lettrici e Lettori.

Illustrazione di Riccardo Ventura