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Eccezionalmente di Sabato, torna l’appuntamento con il Brunch a bordo del Nautilus 2.0, in chiusura di un difficile ottobre 2020.
Il nostro ospite di oggi è stato un collega esperto – uno tra quelli sicuramente più bravi di me – per buona parte del mio percorso universitario, soprattutto extra-curricolare, motivo per cui nello sviluppo dell’intervista mi permetterò di dargli del tu.
Pierpaolo Farina è ideatore e direttore di Wikimafia – Libera Enciclopedia sulle mafie, nonché dottorando in Studi sulla Criminalità Organizzata presso l’Università degli Studi di Milano e attivista politico, autore peraltro di “Casa per Casa, Strada per Strada”, libro sulla figura di Enrico Berlinguer.
Dunque, contento che abbia accettato l’invito, do il benvenuto a Pierpaolo, per il quale ho molte domande.
Cominciamo.

Come hai passato la prima quarantena, com’è stato il tuo ritorno all’ordinario e come stai vivendo le rinnovate limitazioni?
Ho passato il primo lockdown a riprogrammare tutte le attività che sono saltate a causa della pandemia, a cominciare dall’evento organizzato nell’Aula Magna della Statale previsto per il 18 marzo scorso, in cui sarebbe arrivata in Università la Quarto Savona Quindici, l’auto di scorta di Giovanni Falcone, momento in cui avremmo ricordato le vittime innocenti delle mafie per la prima volta nella sala principale dell’Ateneo. Tra maggio e luglio abbiamo organizzato video-chat in occasione degli anniversari delle stragi del 1992 e dei dieci anni dalla maxi operazione Crimine-Infinito, che ha squarciato il velo dell’omertà sulla colonizzazione ‘ndranghetista in Lombardia.
Sono sincero, dovendo scrivere la tesi di dottorato, sono stato abbastanza bene chiuso in casa. Questo lavoro mi ha visto impegnato fino a pochi giorni fa, quindi il ritorno all’ordinario non c’è ancora stato, ma ho potuto ritagliare del tempo per una mia passione, cioè la fotografia. Milano regala scorci mozzafiato, soprattutto al tramonto.
Le nuove limitazioni non mi creano problemi, al netto della preoccupazione per la situazione: lavoravo tanto da PC prima e lo faccio anche ora.

Wikimafia ha appena compiuto 8 anni di attività: com’è nato il progetto, qual è la sua mission e che soddisfazioni personali ti ha dato?
Wikimafia nasce dal desiderio di concretizzare in ambito accademico quello che Rocco Chinnici aveva fatto in ambito giudiziario, ovvero riorganizzare la conoscenza sul fenomeno mafioso e renderla accessibile a tutti, con l’obiettivo di tradurla in più lingue arrivando così in altri Paesi europei, socializzando il sapere che abbiamo sviluppato e sviluppiamo tutt’ora sulle mafie.
Le soddisfazioni sono state tante: quello che facciamo è apprezzato, il nostro modus operandi è riconosciuto in ambito accademico, ogni voce pubblicata è rigorosamente controllata. Nel 2014 abbiamo portato in prima serata Rai il documentario su Pippo Fava; tramite una nostra iniziativa abbiamo ottenuto la cittadinanza onoraria per il magistrato Nino di Matteo qui a Milano; siamo stati stimolo per estendere i benefici della legge Bacchelli (garantisce un sussidio per chi ha onorato la patria) al giornalista, e collega di Pippo Fava, Riccardo Orioles. Anche ricevere una donazione è motivo di orgoglio perché la gente apprezza il nostro sforzo.

Il 27 settembre scorso è stato celebrato il centenario dalla nascita del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa e Wikimafia è stata promotrice di una petizione: com’è nata l’idea e perché quella del Generale è oggi più che mai una figura di fondamentale importanza per la nostra memoria storica e civile?
È stata un’idea nata per caso, proposta da un cittadino che anima il Circolo filatelico di Saluzzo, paese che ha dato i natali al Generale, che auspicava l’emissione di un francobollo per i cento anni dalla nascita di Carlo Alberto dalla Chiesa. Quindi abbiamo raccolto la proposta e organizzato una petizione sottoscritta da illustri figure delle Istituzioni raggiungendo l’obiettivo, che si unisce alle soddisfazioni citate in precedenza.
La figura del Generale è fondamentale perché è l’esempio di come si possa restare aderenti al giuramento fatto sulla Costituzione, nonostante remi tutto contro, proprio come nel suo caso, tant’è che è stato tragicamente ucciso insieme alla moglie e all’agente di scorta Domenico Russo.
Non solo è stato uno dei primi a fare Relazioni sul potere mafioso, ma è stato uno dei primi che ha capito l’importanza della mappatura dei clan (su questa scia nasce Mafiamaps). L’eredità che ci lascia va ben oltre il suo operato.

Le mafie sono agenti di trasformazione economica e sociale: approfondiamo queste due dimensioni. La recente puntata di Speciale TG1 ha avuto come oggetto “Contagio criminale – Mafie e pandemia” e la relazione del commissario antiracket Annapaola Porzio non è incoraggiante: qual è il tuo punto di vista sul questo rapporto?
Per quanto riguarda la pandemia, il rischio concreto segnalato è che le mafie ne escano più forti, come qualsiasi altra frazione della classe dirigente (e dominante) della società occidentale. Quando il sistema economico va in crisi, loro sono in grado di immettere enormi quantità di liquidità. Basti pensare che Federico Varese, professore ordinario di Criminologia a Oxford, in un articolo del 2012 cita un rapporto Onu che afferma che alcune banche d’investimento americane sono sopravvissute alla crisi del 2007-2008 anche grazie ai depositi occulti, cioè soldi provenienti dal narcotraffico internazionale.
Si tratta di una liquidità che si traduce anche nell’acquisto strategico di pezzi del territorio, cioè attività commerciali  come bar, ristoranti, pizzerie. Parliamo di attività che diventano luoghi di aggregazione mafiosa e talvolta sono usati per summit e per nascondere latitanti (lo storico processo “Pizza Connection” docet). 
Di recente, sono stati molti i commercianti e proprietari che hanno denunciato offerte fuori mercato per le loro attività, perché le organizzazioni criminali cercano tramite prestanomi di reimmettere i soldi sporchi e riciclarli. Simultaneamente, tolgono porzioni di territorio alla legalità, sia dal punto di vista economico che fisico e sociale: da una parte colpiscono le attività legali che vengono espulse dal sistema economico tramite concorrenza sleale e il ricorso a una liquidità immensa per far fronte alla crisi; dall’altra trasformano quelle attività economiche, come un bar, in un presidio mafioso nel quartiere su cui intendono esercitare il proprio dominio.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito alle manifestazioni violente di Napoli e Roma, ufficialmente contro le nuove misure del Governo volte a controllare la curva del contagio da covid-19, ma il modus operandi dei manifestanti e le prime inchieste dimostrano altro. Si ipotizza una regia di caratura criminale. Qual è il tuo commento?
In questo clima, aumentano il degrado e il disagio sociale, e al tempo stesso le organizzazioni mafiose evidenziano il fallimento dello Stato in situazioni sociali esplosive: a Roma, vedi Tor bella Monaca e Ostia; a Milano, vedi Quarto Oggiaro e Gratosoglio; a Napoli, vedi i Quartieri Spagnoli e le vele di Scampia; e in tanti altri posti, che sono quasi sempre luoghi periferici o avvertiti tali dal punto di vista del potere politico.
Le recenti manifestazioni sono state organizzate dai commercianti, che però poi non hanno preso parte alle violenze organizzate: queste sono da imputare a gruppi violenti ed estremisti, di destra e talvolta di sinistra, ma in questo caso soprattutto di destra, ed elementi delle tifoserie, che molto spesso hanno una doppia appartenenza, politica e criminale.
In Italia, la macchina statale storicamente non è stata pensata per essere compatibile con il ciclo economico, e più la burocrazia è lunga e macchinosa, più aumentano le opportunità di corruzione e tangenti. Anche le banche hanno una responsabilità grave in questa fase, non hanno minimamente semplificato le pratiche di accesso al credito. Tutti questi fattori rafforzano le mafie, dal punto di vista economico e della legittimità sociale, soprattutto nella crisi occupazionale odierna.
“Lo Stato dia come diritto ciò che la mafia dà come favore”: ritorniamo a questo monito del Generale dalla Chiesa, che racchiude l’essenza del compito delle Istituzioni contro le organizzazioni mafiose.

Faccio un altro passo indietro nel tempo: a settembre abbiamo “assistito” al caso Willy Monteiro Duarte, barbaramente ucciso dal branco di Colleferro in delirio di onnipotenza. Devianza e criminalità sono le coordinate sociologiche entro cui leggere i fatti: è il regno di Suburra? Come arginare, combattere e debellare questi fenomeni?
Non è il regno di Suburra – sono contrario alle etichette cinematografiche per descrivere realtà sociali, da Gomorra a Suburra, anche se poi alcune descrizioni sono oggettivamente valide e storicamente attendibili, ma non approfondiscono la questione. È il regno dei clan (i Fasciani, gli Spada, i Casamonica, per dirne alcuni) che nella provincia di Roma e Latina hanno messo radici e dominato, modificando la mentalità delle persone. Nei responsabili del pestaggio si ravvisa sì una mentalità fascista, ma soprattutto mafiosa, che appartiene all’intera comunità: non era la prima volta che queste persone intimidivano e minacciavano, pestavano e terrorizzavano, ma la comunità ha introiettato in sè il disvalore dell’omertà e non parla, non denuncia, non si oppone. Quando uno che denuncia diventa uno sbirro, un Buscetta, un infame, quando questa cultura penetra nella comunità, siamo in presenza di mentalità mafiosa, e non serve essere criminali per averla, come diceva Giovanni Falcone. Questa è la cosa grave: Willy potrebbe essere vivo se quelli che prima di lui hanno subito vessazioni avessero denunciato.
La mentalità mafiosa si combatte e si debella con iniezioni pesanti di cultura civile, attraverso anzitutto le scuole. Come diceva Antonino Caponnetto “la mafia teme più la Scuola che la Giustizia”.
Si combatte anche con la costituzione di reti civiche tra cittadini. Una metafora che uso spesso è quella dei fasci siciliani, che nascono come movimento contadino: un rametto è facile da spezzare, due rametti pure, una fascina di legnetti no. Il senso è quello: creare reti civiche di persone che si comportano interpretando autenticamente lo Spirito della Costituzione.

Il 19 ottobre scorso sono stati intitolati i giardini di Via Montello alla testimone di giustizia Lea Garofalo, 7 anni dopo i funerali civili in Piazza Beccaria, eravamo entrambi presenti. Che ricordo hai di quel giorno? Che cosa rappresenta Lea per il movimento antimafia? Milano è una città più attenta?
Lea è una figura legata soprattutto al movimento antimafia milanese e rappresenta una presa di coscienza del fenomeno nel capoluogo lombardo. Il 24 novembre 2009 Lea veniva rapita in zona Arco della pace, portata in un appartamento di Quarto Oggiaro e strangolata: in quei giorni l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti diceva pubblicamente: “la mafia a Milano non c’è”. Adesso nessuno sano di mente direbbe una cosa simile. È stato fatto un grande passo in avanti, e la vicenda di Lea, soprattutto per l’efferatezza dell’omicidio, è stata paradigmatica, al punto che proprio nel 2013 la figlia Denise è stata insignita dell’Ambrogino d’oro. Da quel momento, la maggior parte della società civile è stata più attenta ma resta un problema di formazione: molti sono “contro le mafie” ma poi sono poco formati. Bisogna approfondire le conoscenze, la DDA produce inchieste e documenti ogni settimana.
Molti imprenditori, nonostante le dichiarazioni di principio, non percepiscono questo tema come prioritario. Milano è più consapevole, ma si schiera contro la mafia solo su alcune questioni. Come il caso San Siro, che nasconde il pericolo di una speculazione edilizia miliardaria. Allora mi chiedo: che senso ha commemorare Falcone e Borsellino se poi permettiamo attività per le quali Falcone e Borsellino sono morti? Proprio Paolo Borsellino nella sua ultima inchiesta parlava del riciclaggio di denaro sporco su Milano, lamentando l’assenza di controlli. Milano oggi risulta intermittente nell’impegno alla lotta alla mafia, per questo bisogna pretendere trasparenza, soprattutto su un caso come quello dello stadio, che coinvolge un simbolo che rende celebre la città in tutto il mondo, insieme al Duomo.

Lavori molto con i social network nel campo dell’informazione: possono essere strumenti decisivi per una maggiore coscienza civile?
Al di là del profitto che incamerano le società che li hanno creati, è innegabile che i social media siano fondamentali per permettere la diffusione di determinate informazioni. Tramite WikiMafia diffondiamo conoscenza e consapevolezza, il problema è che lo fanno anche gli avversari della democrazia, e infatti fra teorie cospirazioniste e fake news si fa molta disinformazione, questa è l’altra faccia della medaglia.
Lo strumento di per sé è neutro: dipende dall’uso che se ne fa. Noi lo usiamo per migliorare le conoscenze e la coscienza civile sul tema delle mafie, ma c’è anche chi ridicolizza il tema. Comunque sì, possono essere decisivi. Anche se il tema centrale è traslare quella massa di condivisione e di like in partecipazione civile sul territorio effettiva: un po’ ci riusciamo, dobbiamo fare meglio di così.

Stai per terminare il tuo dottorato di ricerca in Studi sulla Criminalità Organizzata : quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Sicuramente dopo il Dottorato cercheremo di potenziare le reti esistenti con Palermo e con le scuole, sperando di tornare a fare eventi in presenza, lasciandoci alle spalle questo periodo.
Spero di mettere a frutto le mie competenze nel campo della comunicazione e di pubblicare i risultati della mia tesi. Non mi dispiacerebbe restare a lavorare in Università. Resto aperto al futuro e alle opportunità che si pongono, mi piace cambiare e rinnovare le mie ambizioni.
In attesa dei prossimi eventi live, che ipotizzo non prima della primavera 2021, stiamo organizzando una serie di iniziative digitali insieme a Libera sul tema del riciclaggio.

Qual è il tuo augurio per il futuro?
Al di là del fatto che, come è evidente, non usciremo migliori da questa pandemia, il mio augurio è che il movimento antimafia esca da una sorta di sonnolenza e sviluppi ulteriormente la sua rete; al tempo stesso spero che la Politica e i partiti smettano di considerare il tema delle mafie solo in occasione di elezioni o di commemorazioni pubbliche, e che invece diano seguito a queste idee nella loro quotidiana amministrazione della cosa pubblica.
Mi auguro infine di tornare presto a organizzare eventi in presenza: è fondamentale coltivare il rapporto umano senza l’ausilio del PC.

Il tema delle organizzazioni criminali di stampo mafioso è sociologicamente complesso, storicamente endemico e politicamente scomodo, diffuso a livello internazionale ma soprattutto nel nostro Paese, che l’ha visto proliferare, radicarsi, svilupparsi e poi colonizzare lungo tutta la sua dorsale.
Deve essere studiato in modo approfondito: per questo motivo, l’Università Statale di Milano ha creato in seno un vero e proprio laboratorio grazie al Professore Nando dalla Chiesa, e sono molti i giovani laureati, come Pierpaolo Farina, che dedicano parte del loro impegno curricolare, extra-curricolare e lavorativo in questo ambito. Ed è proprio qui, possiamo dircelo chiaramente, che si innesta una parte fondamentale del futuro di tutti.
Che il Suo, anzi Nostro, auspicio diventi realtà!

Illustrazione di Riccardo Ventura