Tempo di lettura: 9 minuti

Benvenuti a questo nuovo appuntamento, a questo brunch in cui tratteremo due anniversari, avvenuti proprio nel mese corrente. Da una parte il 9, dall’altra il 30 novembre. Da una parte i 31 anni dalla caduta del muro di Berlino, Die Mauer, dall’altra i 41 anni dalla pubblicazione di un album iconico per la storia non solo della musica, vale a dire The Wall, manco a dirlo, dei Pink Floyd. Due momenti diversi, separati, in qualche modo antitetici, ma allo stesso tempo indissolubili e intrinsecamente legati. Di questo però ne parliamo tra un attimo e lo facciamo insieme ad un grande musicista, un polistrumentista che ha avuto modo di suonare su palchi importanti di mezza Europa, un fine intenditore e un enorme conoscitore di questo mondo articolato e complesso che chiamiamo musica. In altre parole un amico vero, di quelli con cui bere un’imbevibile birra calda nel peggior locale di provincia e parlare per ore di musica. Sono felicissimo abbia accettato di rispondere alle mie domande, ladies and gentleman, Stan!

Cominciamo subito…

– 13 Agosto 1961. Viene costruito il muro più importante e significativo della storiografia moderna. Chiaramente non ti chiedo dov’eri quel giorno (ride), però ti chiedo dove fossi e che ricordi hai del 9 novembre 1989. Eri un bambino, che memorie hai?

Nel 1989 avevo circa 5 anni ed i ricordi di questo specifico avvenimento sono davvero pochi e sfocati, purtroppo. Però ricordo un’atmosfera di sbalordimento e incredulità aleggiare in casa, il sottile ronzio della tv accesa in cucina e i miei genitori che si parlano a monosillabi perchè intenti a seguire parole e immagini provenienti dalla Germania. 

Magari avessi avuto età da memoria nel 1961! Vorrebbe dire aver vissuto i migliori anni della musica…(ride).

 Sempre a novembre, nel 1979 però esce l’album di cui oggi parliamo. Esce quello che da tanti è considerato l’album più emblematico storicamente della band; eppure, i richiami al muro di Berlino, che sicuramente ha influenzato la stesura dei testi e l’idea del concept, sono quasi nulli e, se presenti, decisamente velati. Certo, lo stesso Waters dirà nel 1990, durante il concerto celebrativo per la caduta del muro: “Se questo concerto vuole celebrare qualcosa, è che il crollo del muro di Berlino può essere interpretato come una liberazione dell’animo umano”, tuttavia questo spaesamento che l’album crea, non lo rende sicuramente immediato. Si può dire che si tratta di un album non facile da ascoltare? Un album che va dosato e capito fino in fondo?

E’ un album che non va capito, va “vestito” a mio parere. Se ci si sofferma sul volerlo capire, oserei dire quasi che si spreca del tempo. 

Stiamo parlando dei Pink Floyd, quindi qualsiasi produzione è facilmente classificabile in “non facile da ascoltare” e per fortuna, aggiungerei. Sono brani e stesure che ti occupano tutta l’attenzione che hai a disposizione e che ti obbligano, anche se non lo desideri, a riflettere. Più rifletti durante l’ascolto, più hai sfumature differenti. Questo album è suddiviso in più parti, “mood” se vogliamo, chi dice 4 chi dice 2 e via dicendo.

E proprio di questo si tratta. 

Mi spiego meglio: la figura del “muro” è presente in ognuno di noi. Che lo si voglia o meno costruiamo muri, in continuazione, che sia per difesa per paura o altri fattori. Resta il fatto che è un percorso, dal primo mattone fino all’abbattimento dello stesso con l’ultima mazzata. Ecco perché questo disco ti regala sfumature del tutto personali pur non conoscendoti. Perché ogni testo, anzi ogni suono (musicale o ambientale), ti porta a ricordare quando hai posizionato molti di quei mattoni. 

I temi che tocca sono poi quelli fondamentali di ogni persona che fa parte di una società, ovvero, scuola, famiglia e relazioni affettive. Tutti fattori da maneggiare con estrema cura e che nella vita di ogni individuo possono significare anche passaggi davvero articolati, talvolta violenti.

Ecco perché lo ascolto in momenti molto lontani tra loro negli anni… (ride)

– Un album che, nonostante un successo immenso (basti pensare al milione di copie vendute solo in Italia) si porta dietro tante difficoltà, penso al rapporto di Roger Waters con il pubblico, motivo principale della scrittura del concept, oppure la posizione di Richard Wright, tastierista della band. 

Quando si parla di artisti penso sempre che a noi è andata bene che loro si siano trovati a condurre vite travagliate, diversamente non godremmo delle loro opere e non potremmo crescere grazie a queste ultime. 

La mia affermazione è a metà tra una battuta e una provocazione, però se quello spettatore canadese non avesse fatto imbestialire Waters tanto da sputargli addosso, noi ora non staremmo parlando di questa opera. 

Ho un amico che ha un tatuaggio che recita “art never comes from happiness”, e se pensi all’atmosfera che ci poteva essere tra i membri della band in quel momento, non esiste concetto migliore. Addirittura Wright venne licenziato dal nucleo e “assunto” come turnista, una situazione tutt’altro che rilassata e distesa.  

– Ma, arriviamo agli aspetti più strettamente musicali. Da musicista, che considerazioni ti vengono in mente dopo The Wall? Cosa ti colpisce maggiormente, a livello di arrangiamento? E soprattutto, il pensiero e il giudizio (se di giudizio si può parlare), che hai dell’album è cambiato nel corso degli anni? 

È maledettamente maniacale, sotto ogni punto di vista, ed è una cosa che adoro (in qualsiasi produzione). Lo studio di come ogni suono debba entrare, uscire, o sovrastarne un altro è affascinante. Gli arrangiamenti orchestrali mi hanno sempre colpito molto, in particolare Bring The Boys Back Home realizzata con la New York Opera, la New York Orchestra e Jeff Porcaro (inarrivabile e storico batterista dei Toto). Mi stupì particolarmente sapere che fu quest’ultimo a suonare le parti di batteria in Mother al posto di Mason, che si dichiarò non in grado date le metriche. 

Oltre agli aspetti strettamente tecnici, è ovviamente un’opera rock pomposa e monumentale. Se pensi all’incedere di Nobody Home sembra quasi di camminare da solo con le mani in tasca, più gli archi si fanno imponenti più si alza un vento che sposta cartacce e foglie. Riesce ad essere tanto avvolgente quanto malinconica. 

– Quanto c’è, a tuo modo di vedere, di Syd Barrett, della sua storia, del suo rapporto con Waters in modo particolare, in quest’album? 

Syd Barret non se ne è mai andato dalla band, a mio modo di vedere le cose. Sicuramente la sua personalità e il rapporto con Waters costituiscono parte fondamentale dei sentimenti che si percepiscono nei brani e nel concetto di “rock star” che viene qui espresso. Non so cosa ne pensi tu, ma in ogni produzione di questa band il fantasma di Barret è onnipresente. È come se lui, con tutto il suo bagaglio, stia sullo sfondo. Come se stessero percorrendo la medesima strada, nello stesso senso, ma su lati opposti. Non so se sia positivo o negativo, è un dato di fatto. Soprattutto è un valore aggiunto, oggettivo.

– Domanda secca, anzi argomentala pure (ride): traccia preferita?

Non mi sentirai dire che è  Another Brick In The Wall, Pt.2. (ride)

È oggettivamente un brano stupendo, dal senso molto forte, che tratta con rabbia il fattore istruzione, le istituzioni e tutto quanto. Senza dubbio, ma l’ho in nausea. Ci è stato proposto in ogni modo, peggio ancora sono stati fatti remix ed altre brutture di sorta. 

Polemiche a parte, credo che sia Comfortably Numb il brano che preferisco. In particolare la parte finale del testo diventa, per me, molto personale quando recita “The child is grown, The dream is gone, I have become Comfortably Numb”. Credo ci sia un punto, nella vita di tutti, in cui la sensazione è quella di aprire le braccia e lasciarsi cadere in acqua gelida di faccia e petto ed in cui preferisci, o preferiresti, essere “piacevolmente intorpidito”. Il bambino è cresciuto, il sogno svanito…ed è ora di andare sul palco (sia inteso come vita o come palco vero e proprio). Come Pink. 

– È strano pensavo, che l’album abbia questa fenomenale potenza espressiva, nonostante una clamorosa e conclamata vena sperimentale, quasi totalmente prog, direi in antitesi con la risonanza straordinariamente popolare che il disco acquisì. Tu che ne pensi?

Penso che sia un fattore sociale e di educazione. So che sembrano quasi i discorsi pedanti dei nostri padri o nonni ma è innegabile che un individuo debba essere educato all’ascolto e alla visione di alcuni prodotti che non sono proprio così terra-terra. Diversamente si sopravvive, ma in un modo superficiale e raffazzonato. Credo che il contesto culturale, in cui si sono sviluppate opere come questa, fungesse sia da educatore che da conduttore per un certo tipo di curiosità e desideri. Tu hai citato il Prog nella domanda, appunto se pensi allo stesso periodo storico, ma in Italia, è facile accorgersi del fermento e della qualità delle produzioni. Pensa al Balletto Di Bronzo, Rovescio Della Medaglia, l’Orfeo 9 di Tito Schipa Jr, la PFM e tutti gli altri e a come fossero apprezzati questi musicisti. 

– Il successo totale di alcuni pezzi all’interno dell’album (penso a Comfortably numb, Another brick in the wall, Is there anybody out there, ecc) ha oscurato forse, alcune tracce che sono passate un pò in sordina, ma che sono necessarie allo sviluppo della trama. Me ne dici una che secondo te è sottovalutata, o comunque poco presa in considerazione? 

D’istinto mi verrebbe da dirti Don’t Leave Me Now. E’ la più dissonante e straziante, a mio parere, e può anche risultare ansiogena dato il respiro umano che si sente in sottofondo. Ciò non toglie che sia fondamentale, dato che descrive il momento in cui Pink implora la moglie di non lasciarlo.

– Chiudiamo da dove siamo partiti, dal muro. L’idea del muro, come un milione di altre cose, mi ha sempre spaventato personalmente e messo paura; si parla sempre di muri che dividono e mai di ponti che uniscono. So che la domanda potrà sembrare banale, ma, in ultimo, ti chiedo, la musica in tal senso può aiutare? 

La musica è un’unione, di più mondi, tutto sta ad ammetterlo. Trovo idiota non farlo, perché così facendo ci si perde la quasi totalità della magia che questa produce, anzi, regala. 

Stiamo parlando di un meticciato che non avrà mai fine, per fortuna. Credo sia una delle pochissime cose che non puoi dominare e che sono impalpabili. Il massimo è che ognuno darà, e ha dato, la sua impronta che sarà comunque sempre diversa dalla mia o dalla tua o da quella di un altro ancora.

Ma sono impronte ed espressioni che ti permettono di crescere e soprattutto di imparare, sempre che tu permetta loro di palesarsi. Hai ragione a dire che ci si sente banali ad esprimere questi concetti, sono talmente naturali e ovvi da far sentire un po’ in imbarazzo chi li esprime. 

Ultimamente mi trovo a pensare che questi concetti abbiano la loro soluzione solo in micro insiemi, nei macro, essendo tali, le voci sono sempre troppe come la polvere che sollevano. Nel micro, cioè nel piccolo mondo che ognuno di noi possiede, è possibile permettere a queste cose di entrare, con i nostri tempi, e se gli permettiamo di porci anche una sola nuova domanda è già una crescita. Magari non sarà esponenziale, non saremo folgorati sulla via di Damasco, ma è sempre qualcosa in più…

Un mattone in più, per un ponte, non per un muro.