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Bentornate e bentornati ad uno degli appuntamenti più attesi a bordo del nostro
Nautilus: il brunch, l’intervista.
Il primo momento conviviale e di approfondimento del corrente anno di
Redazione coincide con l’apertura della Scuola di Politica di Educare alla
Bellezza, finalmente concretizzata in un momento pubblico, ma aperto a pochi
per esigenze di spazio, che si è tenuta venerdì 26 novembre ed è stata dedicata
ad un tema di assoluta importanza e, purtroppo, di triste attualità.


ll 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale per l’eliminazione della
violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
il 17 dicembre 1999 e già riconosciuta nel 1993.
Da 22 anni, questa data segna l’inizio di un ciclo di eventi ed attività, volti a
sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne – fenomeno
criminogeno infame, vergognoso e insopportabile (come ogni forma di
violenza), sintomo della persistenza di gravi disparità culturali – che per 16
giorni impegnano attivamente Istituzioni e Società Civile sul tema, fino al 10
dicembre, la Giornata Mondiale dei Diritti Umani.
Il 25 novembre è stato scelto in memoria delle sorelle Patria, Minerva e Maria
Teresa Mirabal, attiviste politiche brutalmente uccise per ordine del dittatore
Trujillo in Repubblica Dominicana nel lontano 1960.

Sottolineando l’importanza di queste giornate e condannando fermamente ogni
tipo di violenza, resta inteso che l’evoluzione umana sarà concretamente
compiuta quando queste ricorrenze verranno assorbite intrinsecamente nella vita
quotidiana di ogni essere umano, all’insegna del rispetto reciproco, ogni oltre
differenza presunta o reale: di genere, di “razza”, di orientamenti, di credo, di
qualunque cosa riguardi la sfera della libertà della persona.
Attraverso la lettura e l’interpretazione di alcuni testi scritti da autrici e autori
del nostro TRaMe, con due intervalli musicali dedicati al tema, abbiamo
affrontato una piaga della società contemporanea, tra fatti di cronaca recenti e
passati, fatti di guerra e stupri etnici, fatti personali cicatrizzati come meglio è
stato possibile.

Da gennaio 2021 sono 109 le vittime donne, di cui 93 uccise nell’ambito
familiare; di queste, 63 hanno trovato la morte per mano del partner o ex
partner: numeri agghiaccianti.
Se riflettiamo bene sulla questione, ci rendiamo conto di come la violenza nei
confronti delle donne sia un processo che culmina con il femminicidio, la parte
più visibile di tutte le violenze subite. Infatti, la violenza si articola in diverse
forme, spesso subdole e difficili da individuare:

fisica, maltrattamenti e botte;

sessuale, quando manca il consenso nell’unione sessuale (ricordiamo che
no significa no!). Anche mandare foto esplicite non richieste è violenza.
Revenge porn: previsto come reato anche in Italia dalla Legge 69 del 19 luglio 2019;

psicologica, quando la vittima viene umiliata/subordinata, convinta di
essere inferiore agli altri. Il catcalling non è un complimento, tantomeno
il bodyshaming;

domestica – la forma più diffusa di violenza nei confronti delle donne –
che consiste nell’abuso della donna (fisico, psicologico, sessuale) da parte
di parenti;

economica, che implica sminuire la donna pagandola inferiormente
rispetto al collega uomo a parità di mansione svolta, oppure il controllo
dell’indipendenza economica della donna da parte di un familiare;

linguistica, perché molte parole al maschile mantengono il loro
significato originario, ma se declinate al femminile inevitabilmente
diventano insulti nei confronti delle donne. Prestiamo attenzione anche
alla sintassi: dire che “quella ragazza ha subito una violenza” rende la
donna soggetto della frase, senza nemmeno nominare chi le ha commesso
tale violenza. Una frase simile sembra giustificare ciò che è accaduto alla
ragazza, quando nessuna violenza è mai giustificabile in una società
democratica.
Le violenze non avvengono perché qualcuno lo ha permesso.
Le violenze si commettono perché qualcuno decide di essere violento nei confronti degli altri.

Inauguriamo nuovamente la Rubrica dei Brunch parlando di questo fenomeno
con Elia Impaloni, Presidente di “Liberazione e Speranza”, associazione nata
nel 2000 con l’obiettivo di dare sostegno alle vittime di tratta e sfruttamento
della prostituzione, aiutando anche vittime di violenza domestica.
Ho conosciuto Elia e il suo impegno negli anni di attivismo nella società civile,
motivo per cui mi permetterò – anche questa volta – di dare del tu alla nostra ospite, che ringrazio e che potrò intervistare con la bravissima collega Alessandra Dondi.
Dunque, contenti che abbia accettato l’invito, diamo il benvenuto a Elia, per la quale abbiamo molte domande.

Premessa = il tema merita approfondimenti maggiori: quelle che seguono sono
una selezione di domande scelte per toccare più fattori sociologici, siamo
consapevoli del fatto che non esauriranno tutte le corde che costituiscono
l’oggetto ma ci impegneremo a tornarci su, con un’altra indagine
dedicata, raccontandone – se possibile – le Storie.

– Possiamo definire la violenza di genere come un processo di cui il
femminicidio rappresenta solo la punta dell’iceberg?
Non è necessario arrivare al femminicidio per scoprire che vi è una
punta dell’iceberg. Molto più lenta è la distruzione dell’identità dei figli,
vittime di violenza assistita che diventano essi stessi ogni giorno la punta
dell’iceberg. Dal mio punto di vista, il femminicidio non è considerabile
neanche l’epilogo di una brutta storia. È un fatto gravissimo – e neanche
tanto sporadico – che manifesta l’incapacità di una società civile di
prendersi cura delle relazioni umane.

– Secondo i dati ISTAT dal 2014 il numero di donne uccise dal partner
o ex-partner è in aumento: fino a che punto è da ricondurre alla
devianza del singolo e fino a che punto è un atavico retaggio culturale
maschilista sotteso al possesso della “donna oggetto”? C’è altro?
Come combatterlo?
Si deve combattere la cultura del possesso e la cultura del consumo. Che
diritto ha un uomo nei confronti di una donna con cui è in relazione?
Nessuno, se non quella di rispettarla e amarla. È necessario riflettere a
lungo sul sistema educativo familiare e relazionale di una società civile
responsabile. Se ci soffermiamo sui singoli fatti e sulle singole relazioni,
allora la “donna oggetto” si combatte con la scelta profonda di
considerare l’altro come persona, come un’identità che cresce insieme a
me. Fino a quando le povertà relazionali (che sono trasversali a quelle
economiche) non porranno al centro la dimensione della ricchezza delle
relazioni e non del denaro e del potere, saranno sempre più forti di
qualsiasi piano straordinario contro la violenza di genere o contro lo
sfruttamento. Don Mazzolari diceva che fino a quando si crederà nel
denaro ci saranno sempre persone che verranno vendute. Fino a quando si
crederà che l’esercizio di quel diritto è da consumare, allora si
guarderanno le donne in una relazione come un oggetto da possedere. Vi
sono sicuramente delle devianze dei singoli, ma quello che mi preoccupa
oggi è la prevenzione di una devianza possibile di quel singolo che vive
come figlio una dimensione di violenza intra-familiare
.

– Oltre ad essere spesso saldati, i fenomeni di tratta e
sfruttamento della prostituzione attecchiscono su un territorio poco
attento alle dinamiche illecite che questi comportano: qual è la
situazione nel novarese?

Il rischio che attualmente corrono le città di media grandezza (come
Novara) è di diventare luogo dormitorio di quelle donne che sono
costrette a prostituirsi in casa o nelle metropoli.
In uno degli ultimi monitoraggi, abbiamo incontrato di notte sei ragazze e
due di giorno nella zona di Varallo Pombia.
La situazione pandemica e post-pandemica porta con sé lo spostamento al
chiuso e la tendenza ad utilizzare Novara come città dormitorio e di
transito. L’attenzione della Magistratura è vigile sul fenomeno della tratta
di esseri umani.
Novara vorrebbe diventare, anzi dovrebbe diventare città di riscatto per
queste persone.


– Come nasce la vostra Associazione?
Proprio quest’anno siamo diventati una cooperativa, ma l’Associazione
nasce nel 2000 al fine di contrastare la tratta a scopo di sfruttamento
sessuale. Dal 2012 abbiamo deciso di lottare anche contro la violenza di
genere. Vediamo donne che sono passate dalla Libia che portano ferite
incomprensibili.


– Come operate sul territorio? Come avviene il primo contatto con una
potenziale vittima?

Siamo sempre reperibili telefonicamente sette giorni su sette, ventiquattro
ore su ventiquattro.
Il nostro primo approccio avviene attraverso il tam tam e tramite il
fondamentale processo di sensibilizzazione. Riceviamo differenti
telefonate che implicano scenari d’azione differenti (pensiamo alla
chiamata del privato cittadino rispetto a quella delle forze dell’ordine che
richiedono assistenza per un codice rosa). Tuttavia, anche quando la
donna viene accolta nel nostro centro, i tempi per la sua riabilitazione si
dilatano a causa del trauma subito.


– Quali alternative proponete a chi si rivolge a voi? Avete incontrato
rischi concreti (minacce, pressioni degli aggressori/sfruttatori) nello
svolgere la vostra attività?

Per fortuna non abbiamo ricevuto alcuna minaccia a titolo personale, o
almeno nessuna che abbia destato preoccupazioni. Esiste però un forte
pericolo per le donne, che a volte viene sottovalutato da molti. Il
momento più delicato è quando la donna esce da quella casa che la tiene
prigioniera, decidendo di allontanarsi dalla relazione tossica.

– Hai rilasciato un’intervista in cui hai chiesto pubblicamente di tenere
alta l’attenzione durante la situazione pandemica; infatti secondo il
Ministero della salute, nel 2020 le chiamate al 1522 sono aumentate
dell’80% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat. Il lockdown
ha acuito il fenomeno. Quali dati hai sviluppato in seno a LeS e come
avete affrontato le limitazioni?

Apparentemente siamo ritornati all’era pre-pandemica. Dopo un primo
momento di silenzio, la situazione è nuovamente scoppiata. A metà
lockdown, le donne in protezione avevano superato la decina. Le
limitazioni negli spostamenti sono state superate con agganci telefonici,
non sempre facili da attuare perché la convivenza non offriva grandi spazi
di libertà. In quel periodo eravamo attivi con un servizio di emergenza:
con le strade vuote, si sentivano solo le sirene delle ambulanze e il
rumore della nostra macchinina che circolava per raggiungere le donne
bisognose di protezione.


– Dietro ogni violenza, ci sono le persone con le loro Storie e per
ciascuna c’è un percorso psicologico privato di medicazione: quante
volte porta ad un risultato di “guarigione” completa? Riescono a
reintegrarsi nella società o trovano ostacoli (paura, pregiudizi)?

È difficile da stabilire perché la guarigione completa non esiste in questo
scenario. Si tratta piuttosto di un rinnovo di guarigione che avviene
continuamente.
Il reintegro non dipende dai pregiudizi ma dalle possibilità concrete di
trovare strumenti e servizi adeguati per il riscatto.


– Sei soddisfatta della legislazione a tutela delle vittime di violenza di
genere? Come potrebbe essere implementata?

Credo che la legislazione attualmente in vigore possa essere migliorata
modificando il metodo di stanziamento dei fondi (smettendo di distribuire
fondi a progetto) e creando delle “stazioni” apposite per le vittime di
violenza in ogni ente che gestisce servizi essenziali.


– Quote rosa e pinkwashing sono correttivi forieri di
integrazione di genere nella sfera pubblica oppure no? Permettono
un effettivo passo verso una vera rivoluzione di genere o sono
semplici anestetici?

Sembra esserci una dicotomia tra due forme: una legata a marketing,
pubblicità, immagine e guadagno e una legata al cambiamento socio-
politico. Chiaramente, ci auguriamo la seconda.


11) Che cosa possiamo fare noi cittadini per combattere la violenza
di genere?

È fondamentale creare comitati e unità di crisi che non portino al
protagonismo soggettivo, ma pongano le basi di un cammino che possa
condurci verso nuove forme di convivenza civile.


12) La scuola può essere centro nevralgico per invertire
definitivamente la rotta della violenza di genere, incidendo sulla
formazione di donne e uomini di domani. Come strutturare questa
azione?

L’istruzione è fondamentale per la creazione di una società rispettosa
degli altri. Gli insegnanti hanno dunque un compito importantissimo:
devono far ragionare bambini e ragazzi sulla società che vogliono
costruire (se inclusiva o fondata sull’odio verso l’altro perché differente,
se accogliente o divisiva, …) perché presto sarà loro compito indirizzare
la società lungo quel percorso che si sono immaginati. Continuiamo a
studiare in profondità la storia, la geografia, la geopolitica, e non
dimentichiamoci delle lotte che ci hanno permesso di godere oggi dei
Diritti, perché c’è ancora molta strada da fare.

Volge al termine l’anno 2021, eppure c’è ancora molta strada da fare.
Questa battaglia di civiltà deve vedere uomini e donne dalla stessa parte,
istituzioni e politica, società civile e magistratura.
Arriverà (speriamo!) un giorno in cui questa ricorrenza non servirà più, ma sarà
ugualmente necessario ricordare che è servita.
L’ennesima ferita aperta nell’animo dell’umanità, che non potrà mai
guarire del tutto. Resterà una cicatrice, un segno.
Fino ad allora, fino a quando non diventerà pratica universale, che questo
“#controlaviolenzasulledonne” valga ogni giorno.


Si concludono così il primo Brunch e la nostra prima Scuola di
Politica (anzi, di Pre-Politica), ma c’è ancora molta strada da fare.

Grazie Elia
Grazie Alessandra, co-autrice, per la preziosa collaborazione