Tempo di lettura: 6 minuti

Quest’anno abbiamo deciso di affrontare il Giorno della Memoria a partire dagli occhi e pensieri dei più piccoli e ci abbiamo provato insieme ad Antonio Ferrara, scrittore, poeta e illustratore di adozione novarese. Ha lavorato in una comunità alloggio per minori, esperienza che lo spingerà a dedicarsi anche alla scrittura, oltre che all’illustrazione. Tiene laboratori di scrittura in scuole, biblioteche, carceri, ospedali. Ha pubblicato con diverse case editrici e ricevuto numerosi premi, tra i quali, come scrittore, il Premio Andersen nel 2012 per il libro Ero cattivo, Edizioni San Paolo e, come illustratore, il Premio Andersen 2015 per Io sono così, Edizioni Settenove (testo di Fulvia Degl’Innocenti).

Per Interlinea ha invece pubblicato La guerra di Becky. L’Olocausto del lago Maggiore, eccezionale lavoro di illustrazione e scrittura in dedica e memoria della strage di Meina avvenuta nel settembre 1943 sulle sponde del Lago Maggiore e considerata dagli storici la prima strage di ebrei in Italia.

– Perché Meina, perché questa esigenza? È possibile definire la sua una “memoria militante”?

Per me è stato naturale narrare di Meina: innanzitutto, è vicino a noi [in provincia di Novara], ma soprattutto è stata la prima strage di civili in Italia. Me ne parlò la prima volta il mio editore, Roberto Cicala, insieme a Elena Mastretta (attuale Direttore Scientifico dell’Istituto Storico della Resistenza del Novarese e VCO).

Chi testimonia è un martire, proprio perché costretto a testimoniare. Per questo Becky è una testimone.

La letteratura dell’infanzia deve essere concepita come una forma di testimonianza per chi non ha voce, per chi è dimenticato: significa dare voce a chi non ha voce, raccogliere il testimone dei testimoni. Al contempo, illustrare significa tornare a vedere immagini che hai già visto con gli occhi della mente.

Parlare dell’illustrazione come militanza non significa necessariamente concepirla in termini politici; pensiamo ad esempio all’arte: se spogliata della sua componente politica, l’arte non può che essere progressista e militante, in quanto porta sempre dei contributi alla comunità.

– Levi spesso afferma di sentirsi un “anfibio”, di essere diviso in due metà: in particolare, prima di Hitler era un semplice ragazzo borghese italiano, poi le leggi razziali lo hanno fatto diventare ebreo. La sua protagonista si sente in qualche modo come Levi, dotata di una doppia anima, di appartenere a due nature, se non tre (data la sua origine turca)?

Gli ebrei scoprono e prendono coscienza della loro diversità attraverso la persecuzione italiana e tedesca. Infatti, capisci di essere diverso quando qualcuno te lo dice, ti priva di tutto e decide di etichettarti: da quel momento non sei più come gli altri.

Bisogna pensare alla persecuzione ebraica non come ad un evento eccezionale bensì come ad un’azione ordinaria, una spoliazione sistematica e quotidiana che passò sotto silenzio dei più.

Riguardo la protagonista del mio racconto, posso confermare che anche lei probabilmente ha provato la stessa sensazione.

– Nel capitolo 17 del suo libro scrive che Becky si sente perduta: nel periodo di guerra i bambini si sentivano così davanti alla prospettiva della morte, ma anche oggi le nostre nuove generazioni tendono a provare questo sentimento. Che consiglio si sente di dare loro?

Oggigiorno è sempre più importante spingere i ragazzi alla lettura: solo così potranno immedesimarsi, provare empatia, dare avvio ad un allenamento sentimentale ma soprattutto civile. È stato dimostrato scientificamente che gli adolescenti che leggono molto (gli “adoleggenti”) saranno facilitati ad affrontare le situazioni difficili della vita: questo perché i libri permettono di vivere molteplici vite (“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni”, diceva Umberto Eco). Leggere significa trovarsi realmente in una situazione analoga a quella di un personaggio letterario e saperla affrontare perché già vissuta attraverso un libro. Quindi, a differenza del personaggio, il lettore può adottare soluzioni alternative ad uno stesso problema e anche quando un libro non ha un lieto fine, noi sopravviviamo ai personaggi. Mi piace definire la letteratura per ragazzi un’educazione sentimentale, proprio perché leggere è vivere ogni volta un’avventura, soprattutto quando si cresce insieme al protagonista.

Per i genitori riporto invece le parole di Filippo Mittino, psicologo e psicoterapeuta: “non bisogna spaventarsi di prendere per mano gli adolescenti nella loro foresta, perché noi adulti l’abbiamo già attraversata”.

– Parliamo ancora del suo libro. Nei capitoli in cui Becky è felice o speranzosa, i colori dei suoi disegni si espandono anche sullo sfondo del testo a cui si accompagnano. Come ha scelto i colori che ha usato per i disegni del libro?

Se notate le illustrazioni presentano in prevalenza toni grigi con poche citazioni di colore. Ho voluto usare soprattutto il carboncino: tramite questa tecnica, è come se il colore si “staccasse” dai disegni.

Quella di Becky non è una storia “colorata”, felice, e lo si può evincere proprio dall’uso dei colori che riflettono le emozioni suscitate dalla lettura del testo.

L’illustrazione, proprio come la scrittura, non deve dirti tutto, come sostenuto dal patto narrativo stipulato inconsciamente tra lettore e scrittore nel momento in cui si legge un libro: si instaura una relazione asimmetrica tra chi è portatore di conoscenza e chi la deve acquisire; tuttavia, questa asimmetria è bilanciata dal rispetto di chi ha le competenze nei confronti dell’altro, ovvero è necessario che il primo faccia un passo indietro per permettere all’altro di avanzare.

– Per Levi “non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio venga compreso e quanto meno si presti ad interpretazioni equivoche”, e questo vale soprattutto per gli scritti di testimonianza. La chiarezza è quindi fondamentale. Lei come è riuscito, all’interno del suo romanzo, ad essere esplicito e al contempo a non eccedere nell’orrore e nella mostruosità?

È difficile scrivere di stragi naziste schivando l’essenza della tragedia. Nel mio libro, in realtà, ho cercato di evitare non tanto tale essenza, quanto la retorica in cui spesso ci si imbatte nella letteratura di testimonianza: grazie al diario di Becky sono arrivato ad una svolta narrativa data dall’episodio chiave dell’uccisione del suo cagnolino, nonché simbolo della mostruosità nazista, della violenza gratuita e di quella “banalità del male” di cui parla Hannah Arendt.

L’uccisione del cagnolino è un fatto solo apparentemente marginale nella storia; ma al contrario risulta emblematico: basti pensare che Becky, a distanza di anni, si ricorderà ancora del suo carnefice e lo riconoscerà per alcuni dettagli che le sono rimasti impressi nella memoria e che istintivamente associa a quell’uomo – il suo zoppicare e le sue mani.

Un altro espediente letterario che mi piace utilizzare è la prima persona singolare, perché chi legge si immedesima nel protagonista. In questo modo lettore e scrittore parlano con la stessa voce.

Mi piace ricordare le parole di Rodari, quando sostiene che a bambini e ragazzi si può e si deve parlare di ogni argomento; è solo questione di tono, di come si racconta.

Qualsiasi storia è degna di essere affrontata.

Antonio Ferrara, ancora prima di essere uno scrittore, è un Uomo ammirevole per la sua capacità di scavare dentro l’animo di chiunque lo circondi, di farlo sentire suo pari, di farlo tornare bambino. Autore poliedrico ed empatico, Antonio, “Nino”, non tace di fronte al silenzio assillante del nostro presente e fa coraggiosamente leva sui suoi colori e sulle sue parole, lapidarie e schiette, per dar voce ai più deboli, ai reietti, o a coloro che vengono reputati tali, riuscendo a recuperare dal rimosso ciò che sempre più spesso viene rigettato oggigiorno in nome di un’irraggiungibile invincibilità: le nostre Emozioni. 

Intervistarlo per noi è stato un onore, oltre che un enorme piacere.

Vorrei ringraziare ancora una volta Ferrara per la sua disponibilità e Saverio Colacicco e Camilla Restelli per aver contribuito alla stesura di questa intervista.

Illustrazione di Riccardo Ventura