Tempo di lettura: 14 minuti

Febbraio 2020 – Febbraio 2021.
Un anno di didattica a distanza.
Ogni cambiamento necessita di un tempo adatto per essere assimilato e accomodato (Piaget docet).
Come hanno reagito gli studenti al suono della sveglia sostituitosi a quello della campanella?
Alle lezioni in video call con la tazza di caffè-latte ancora fumante?
Ai compiti in classe sul divano?
Alle interrogazioni in pigiama, sotto il primo maglione trovato sulla sedia?
E i Professori?
Hanno sistematizzato in fretta le conoscenze dei nuovi mezzi informatici?
Sono stati energici motivatori o pantofolai assopiti?
Sono riusciti a tenere a bada quello dell’ultimo banco, ora con la webcam rivolta sulla parete piena di poster e il microfono perennemente spento?
Scopriamolo, chiedendolo, senza filtrare le risposte, ai giovani e giovanissimi studenti e professori di EdaB!

Erika: l’ironica
Tra i mostruosi cambiamenti che la pandemia ha portato, io e altri 8 milioni di studenti italiani abbiamo dovuto affrontare una prova degna di Takeshi’s Castle: la didattica a distanza, comunemente conosciuta come DAD. Possiamo racchiudere il concetto di DAD in questo modo: mentre lo studente è costretto in casa, in preda ad una crisi esistenziale, i docenti ti sommergono di verifiche ed interrogazioni finché il poveretto non rimpiange i collegi di inizio ‘900.
Durante il primo lockdown, la DAD è stata l’unico mezzo veloce, e più o meno efficace, per garantirci la continuità d’istruzione. Essendoci ritrovati tutti in questa situazione da un giorno all’altro, posso affermare che è stata un’ottima trovata, tenendo conto dell’incapacità dei professori di usare le svariate piattaforme e della relativa scarsa preparazione a livello informatico – giustificabilissimo visto il susseguirsi della faccenda in modo rocambolesco.
Non giustifico invece, l’incompetenza e la ancor più scarsa preparazione protagonista della seconda quarantena: a distanza di 5 mesi, non vi è stato alcun cambiamento, anzi, solo regressione. E’ stupefacente il fatto che alcuni docenti non si siano mai minimamente interessati alla salute mentale di noi studenti, anzi ci abbiano riempito le giornate di studio giustificandosi con la frase: “tanto siete chiusi in casa, cosa volete fare oltre a studiare”.

Alice: la riflessiva
Da Febbraio scorso non vado più a scuola in presenza ma seguo attraverso la DAD e, pensandoci bene, non é per niente male.
Sveglia alle 7:55 anziché alle 6, il tragitto casa-scuola di 45 minuti ridotto ai pochi passi tra letto e scrivania, la colazione troppo spesso saltata per non rischiare di perdere il pullman trasformata in una colazione completa consumata nella comodità della propria camera, avvolta in una calda copertina, e preferibilmente entrata in Classroom alla seconda ora: cioè quando non si é più così addormentati da chiedersi perché un secondo prima si era nel mondo dei sogni mentre ora ci si trova davanti ad uno schermo dove, tra le troppe facce addormentate, ne spicca un’unica sveglia che parla in maniera logorroica, ma neanche così attivi da voler seguire e provare a capire cosa stia dicendo quella voce logorroica che ascolti ormai da un’ora.

Potrei trasformarmi io, invece, in una voce logorroica e parlare per ore di come la vita degli studenti, e soprattutto di noi studenti pendolari, il più delle volte su mezzi di trasporto traboccanti di gente ed asfissianti per arrivare a scuola, sia migliorata da quando seguiamo le lezioni da casa.
Se ci sono molte cose positive che abbiamo ottenuto grazie alla DAD, ce ne sono tante altre che ci stiamo perdendo e che nessuno ci potrà mai ridare. Di cosa parlo? Parlo dell’arrivare a scuola e scambiarsi il tipico sguardo da “Mi passi i compiti per oggi?” con il proprio compagno di banco ricambiato puntualmente dalla frase “Perché? C’erano compiti?”. Parlo dei minuti di intervallo che sono sempre troppo brevi ma che con il passare degli anni ti permettono di diventare cintura nera di multitasking. Parlo delle uscite per andare in bagno che si trasformano in eterne chiacchierate con il bidello del piano, delle gite, del potersi guardare attorno e vedere altre persone che, esattamente come te, della Fisica proprio non ci capiscono niente e non solamente un monitor pieno di icone ed iniziali di nomi e cognomi ai quali ormai si fatica ad associare un volto. Quindi, in conclusione sì, la DAD é meravigliosa e credo che seppur con qualche difficoltà stia sostituendo molto bene la didattica in presenza ma se da una parte ci sta migliorando le giornate, permettendoci di seguire le lezioni in tutta comodità tra uno spuntino e l’altro, dall’altra ci sta anche togliendo tante piccole cose che nessuno potrà mai ridarci indietro.

Stefania: la saggia
Ormai da un anno passo le mie mattine davanti al computer per la DAD, una parola che ho sentito per la prima volta a marzo 2020.
Non è proprio Scuola, anzi penso che della scuola vera e propria ci sia ben poco…
Devo ammettere che all’inizio non era così male: mi svegliavo tutti i giorni alle 7.50, facevo lezione in pigiama avvolta nella mia coperta calda, mentre ascoltavo i Prof che già alle 8 di mattina spiegavano Fisica e Letteratura e io, ancora addormentata, bevevo la mia tazza di tè caldo; che dire poi delle verifiche “di gruppo”, in poche parole il sogno di ogni studente.
Ripeto: all’inizio non era così male. Ora non più.
Personalmente, dopo un anno davanti ad uno schermo, mi manca andare al bar prima di scuola, mi manca vedere e parlare con le mie compagne, anche quelle con cui mi vedevo meno, mi manca l’ansia prima delle verifiche e le passeggiate nei corridoi per saltare le lezioni e tante altre belle esperienze che che avrei potuto vivere nella quotidianità scolastica e che invece posso solo immaginare.
Alla fine, posso dire che la “Lezione” più importante che ho imparato in questi mesi è questa: non dar nulla per scontato, neanche un caffè alle 7.30 di mattina.

Lorenzo: il soddisfatto
A differenza di molti miei coetanei la Didattica a Distanza mi piace parecchio, perchè – non essendo a contatto con altre persone – le possibilità di contrarre il Covid sono nulle e poi anche perché risparmio circa due ore e mezza al giorno che prima erano occupate dai mezzi di trasporto. Tempo che posso dedicare allo studio e ai miei hobby.
A casa qualsiasi cosa può essere una distrazione, ma riesco comunque bene a seguire le lezioni e capisco che effettivamente mi interessa studiare.
In conclusione, un fatto che considero molto importante è che alcuni professori ci concedono di programmare le interrogazioni e facendo questo i rappresentanti di classe fanno in modo che non ci siano mai più di 3 verifiche a settimana per ogni studente. I miei Professori hanno capito la situazione e sono stati molto d’aiuto per affrontare questa pandemia.

Claudia: la linguista
Il concetto di DAD per me equivale a dover annusare un calzino esposto al sole per settimane con della mostarda avariata al suo interno: semplicemente tento di evitarlo in ogni modo. So che può sembrare un parere crudo o eccessivamente rigoroso ma per una studentessa di lingue “diversamente facili” è solo questa l’opinione possibile da avere sull’argomento, non ci sono molte altre opzioni.
L’arabo sembra molto più arabo se non ci sono professori con lavagne e microfoni a disposizione.
E se l’arabo sembra il doppio più arabo tutto diventa un loop infinito di “studio” e “non sto capendo assolutamente niente”. La situazione, Signori, è abbastanza critica: spero quantomeno di passare tutti gli esami che devo affrontare con dei buoni voti e senza il rischio di perdere pezzi di cervello qua e la.

Camilla: la poetessa
E pensare che, all’inizio, la prospettiva di una didattica a distanza mi era anche piaciuta. Mi allettava l’idea di seguire le lezioni nella loro interezza, senza scappare per il timore di perdere il diretto per casa, il K521, e di non dovere restare sveglia fino a tardi per sistemare frasi sconclusionate e prese distrattamente a causa della stanchezza accumulata in una giornata senza pause. Finalmente, sarei stata in pari con tutto, non avrei dovuto sottolineare le pagine di un manuale su un veicolo traballante, avrei potuto studiare dietro ad una scrivania e non tra schiamazzi, telefonate, canzoni ascoltate a tutto volume e immancabili diverbi mattutini.
La mia repulsione per la DAD aveva già raggiunto il suo culmine dopo due settimane di clausura e di lezioni seguite in sincrono. Ho patito fin dall’inizio la mancanza d’aria, persino di quella viziata e pesante, ma così rassicurante, di un’aula piena.
Mi sono sentita chiusa in una gabbia, illuminata non tanto dalla luce del sole ma da quella dello schermo di un pc. Ho cercato, allora, una via d’evasione: ho iniziato a leggere e a dar sfogo ai miei pensieri, ma i libri, così come le pagine di un’agenda non hanno mai potuto sostituire la vicinanza di un amico o di un compagno di studi, perché sono mute e incolori.

Sono arrivata persino a sentire la mancanza della sveglia delle sei del mattino e di quel ragazzo impacciato del corso di Storia che ha sempre cercato in tutti i modi di intercettarmi tra una lezione l’altra in Santa Sofia. Mi mancano le pause pranzo in cui si dibatte, ci si confronta, ci si scontra e ci si innamora. Per non parlare dell’immancabile caffè preso al terzo piano, sezione di giurisprudenza, quello che ti permette di digitare forsennatamente su una tastiera anche alle cinque e mezza di sera, delle amicizie nate prima di un esame e di quella la sensazione di appagamento dopo una lezione particolarmente coinvolgente.
Vorrei riavere indietro una voce che, a pochi metri di distanza, mi auguri il buongiorno in modo autoritario e al contempo amichevole e poi inizi a parlare senza sosta, alimentando la mia sete di conoscenza.
Vorrei riavere indietro le corse frenetiche per le vie di Milano, per non parlare dei pomeriggi passati a studiare in biblioteca, dove in fin dei conti la fatica non la si sente proprio così tanto, perché è condivisa. Perché si è insieme. A casa puoi essere al pari con le lezioni, a casa puoi avere “spazio” per te.

Ma se sei solo, se nessuno in questi mesi si è mai preoccupato per il tuo futuro, inizi a domandarti se sei davvero vivo per chi è la fuori e se in un domani quello spazio “per te” potrai reclamarlo nel mondo.
Perché dietro ad un pc, in una stanza familiare ma priva di stimoli, sentimentali o umani, dopo mesi, inevitabilmente ti sentirai oppresso e ti chiederai se valga la pena impegnarsi tanto, se poi quella luce artificiale proveniente da uno schermo, costante compagno in isolamento, non sarà più sostituita da quella viva del cielo e dei suoi colori.

Matilde: la speranzosa
Un anno da quando ci siamo bloccati, un anno che non rivedo l’Università, un anno da quando non incontro i miei amici di Milano. 
La DAD ci sta mettendo tutti a dura prova, dover rimanere un’intera giornata davanti al computer oltre ad essere pesante a livello visivo, diminuisce la mia concentrazione e spegne in parte l’entusiasmo di poter interagire con i professori e gli altri studenti.
Sento un senso di solitudine nel gestire gli esami e l’ansia che li precede senza poter confrontarmi direttamente con i miei compagni o trovare in loro una fonte di conforto. 
Ora mi sono abituata ma ancora non riesco e non voglio rinunciare all’idea di poter vivere quella “vita universitaria” tanto desiderata durante il liceo. 
Sperando di stringere i denti ancora per poco, aspetto con impazienza il momento in cui rivedrò i colori di Milano e della mia Università stracolma di gente.

Alessandra: la socratica
Qualche settimana di lezioni in presenza per poi passare ad uno schermo – e menomale che i professori si erano già prontamente preparati a questa evenienza. Ecco come è iniziato questo anno di Università. Nonostante le numerose critiche che le vengono mosse, sono dell’idea che la didattica a distanza rappresenti innanzitutto una risorsa: quale sarebbe stata l’alternativa agli insegnamenti in presenza ad inizio pandemia? Certamente, dopo un anno a seguire lezioni e sostenere esami da remoto, la stanchezza inizia a farsi sentire.
Tuttavia, dobbiamo anche ammettere che se non fosse per questo boost tecnologico che la
pandemia ci ha imposto, non avremmo potuto partecipare a molte delle conferenze a cui abbiamo
assistito durante questi mesi.

Detto questo, la DAD ha diversi punti deboli: non tutti dispongono di dispositivi multimediali e accesso ad internet stabile che permettano di seguire efficacemente lezioni (per non parlare di esami e verifiche) da remoto; inoltre, la mancanza di un’adeguata preparazione dei docenti all’utilizzo delle tecnologie proposta dai Ministeri competenti ha mostrato la vulnerabilità di questo strumento.
Le maggiori critiche imputabili al distance learning sono la stanchezza provocata da molteplici ore davanti ad un desktop e la mancata socialità imposta dall’attuale crisi.
A fine febbraio sarà trascorso un anno dal forzato passaggio alla didattica a distanza, e con esso un anno di mancata vita universitaria. Svegliarsi presto, prendere il treno, incontrare i propri compagni di corso, interagire di persona con gli insegnanti… Tutto questo mi manca.
Nonostante non ami svegliarmi presto. Nonostante non mi piaccia salire sulla metropolitana affollata.

Ora invece basta impostare la sveglia mezz’ora prima dell’inizio della lezione per essere puntuali.
Quello che più mi spaventa di tutta questa situazione è la ricaduta che la DAD ha sulle nostre relazioni: in una “società liquida” in cui l’individualismo va rafforzandosi e i social media rischiano di sostituire la nostra socialità, come diventeremo noi giovani? Saremo sempre più schiavi dell’interrealtà o sapremo ancora stabilire relazioni reali con altre persone?
Almeno posso continuare con la mia formazione personale…

Antonio: il Prof. di lettere
“Ciò che un medico decide di chiamare malattia, è una malattia.
Ciò che un virologo decide di chiamare virus, è un virus.
Ciò che un epidemiologo decide di chiamare pandemia, è una pandemia.”
Ciò che un insegnante o uno studente decide di chiamare scuola, dovrebbe essere scuola. 

Vacanze di Carnevale del 2020, gli scrutini alle spalle, un paio di giorni per staccare. Una Bellissima Donna in abito nero, décolleté rosa perla e un tavolo per due prenotato da Alessandro Borghese. Non mi soffermerò su di me. Di bellocci ce ne sono in abbondanza, di egocentrici nondimeno, di professori di Lettere capaci di fare un sold out a teatro raccontando Sarajevo e con una qualità di scrittura invidiabile ne conosco uno solo. Il venerdì saluto i miei studenti, pensando di rivederli di lì a pochi giorni, rigenerato da un paio di giorni in cui il mio pensiero sarebbe stata la mia fidanzata.
Ma… gli albori di un lockdown avrebbero determinato un “Adieu Borghese” prima e un “Arrivederci in Dad” miei studenti poi. Senza le condizioni per fare scuola, e il peso di ogni scelta sulle spalle di presidi e insegnanti e studenti, ignorando una verità conclamata: sono uomini e donne, ragazzi e ragazze che, come chiunque altro, hanno affetti e paure e prendono il Covid. 
Ora, in emergenza sanitaria è impensabile che la priorità venga data alla scuola e siamo d’accordo. Ma pensare che scuola siano soltanto pagine da studiare e interrogazioni è becera ignoranza. Com’è becera ignoranza pensare che una voce altalenante, artificialmente assemblata da un computer, possa sostituire sguardi e intonazioni. Ciò che ha ferito il mondo della scuola è stata la Consapevolezza, il dubbio ci abitava in grembo da tempo, che noi docenti non siamo altro che, per un mondo che di scuola non sa niente, babysitter e che i nostri studenti siano solo adolescenti svogliati e incapaci di guardare oltre la pagina mal scritta di un libro di testo orfano di ciò che accade dopo il secondo dopoguerra.
Ma, mai come prima abbiamo creato un noi, non impeccabile certo e forse incapace di guardare lontano, ma congeniale ad affrontare insieme un momento disarmante e provante e, come eroi omerici, abbiamo trovato, gli uni negli occhi sbiaditi da una connessione debole degli altri, il modo di fare scuola, di farla insieme e di farla bene. 

Come ha detto un amico, o meglio un fratello, e anzi non come ha detto, ma come ha scritto: “temevamo, ed era un timore grande, che la nostra vita restasse ferma, con il mondo che andava avanti; ci siamo accorti quanto più spaventoso sia guardare la nostra vita andare avanti, mentre il mondo è instancabilmente fermo.”
La stasi però comporta prima o poi una liberazione, un turning point, in cui cambiano gli equilibri, che porta il cambiamento ad essere nuovamente (e l’avverbio è chiave) stasi, quiete. Quando è iniziata la didattica a distanza ho proposto ai miei studenti di impastare lacrime, parole e rabbia in scrittura educandoci vicendevolmente alla miracolosa opportunità di condivisione e sfogo, e se lo vogliamo, con un pizzico di audacia, di rinobilitare la parola contagio. Una parola che dal febbraio scorso è entrata nella nostra quotidianità facendosi tanto spaventosa quanto tremendamente normale. Una parola che però, di per sé non ha un’accezione cattiva. Contagio è un composto di con e tangĕre, “toccare”, ed è molto di più della trasmissione di una malattia, di un virus da una persona all’altra; è anche, e a mio non modesto modo di vedere, la capacità di tramandare un’idea e perché no, una Speranza …
Ricordando e non dimenticando che “le parole – come direbbe Albus Silente, il preside più importante che abbiamo conosciuto – sono, nella mia non modesta opinione, la nostra massima e inesauribile fonte di magia, in grado sia di infliggere dolore che di alleviarlo.”
Di alleviarlo.

Illustrazione di Silvia Guarlotti

Erika De Luca
Alice Ponti
Stefania Bigogno
Lorenzo Carabelli
Claudia De Luca
Camilla Restelli
Matilde Dalla Piazza
Alessandra Dondi
Antonio Roma