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Il 6 gennaio 2021 è stata sicuramente una delle giornate più difficili per la storia della democrazia americana e, molto probabilmente, sarà anche una data spartiacque per il dibattito legato al rapporto tra i social network e la libertà di espressione.
Può l’Amministratore Delegato di un’azienda togliere l’altoparlante al Presidente degli Stati Uniti?
La risposta è .
Anche se sarebbe più corretto dire Sì, ma…

Procediamo con ordine.
Il 3 novembre 2020 si sono tenute negli USA le elezioni presidenziali che hanno proclamato il democratico Joe Biden 46° Presidente degli Stati Uniti. Lo sconfitto Trump non ha accettato il risultato elettorale e ha iniziato una campagna di disinformazione vera e propria, con affermazioni deliranti volte a screditare la vittoria del suo avversario e a chiedere un nuovo conteggio delle schede elettorali.
Come arrivare il più in fretta possibile al più alto numero di cittadini? Semplice: tramite i social network. Così Twitter e Facebook sono diventati (ancora più di prima) la cassa di risonanza dell’ormai ex-Presidente.
In questo clima di dubbi e incertezze, il 6 gennaio 2021, durante la seduta a Capitol Hill in cui deputati e senatori si sono riuniti per ratificare la vittoria di Biden, è stata organizzata sempre a Washington la Save America March, una manifestazione a favore di Donald Trump, a cui hanno preso parte migliaia di persone. Al posto di stemperare i toni, il Tycoon ha tenuto un discorso in cui ha dichiarato che

non concederà mai la vittoria a Biden

e ha esortato i suoi sostenitori a marciare verso Capitol Hill e

[…] combattere come dannati […] per riprenderci il nostro paese.

Detto, fatto.
La programmata manifestazione pacifica si è trasformata in una rivolta che ha preso d’assalto e devastato il Campidoglio, il simbolo della democrazia americana.
Questo atto di forza ha suscitato indignazione in tutto il mondo, anche se la reazione che ha fatto sicuramente più scalpore è stata quella dei colossi del social networking, come Facebook, Twitter e Instagram, che hanno deciso di oscurare gli account ufficiali di Donald Trump.
“Beh, se l’è meritato. Hanno fatto bene”. Questo è stato il pensiero di molti.
In realtà tale mossa non ha fatto altro che aumentare il dibattito legato agli interrogativi riguardanti il sottile equilibrio esistente tra i social e la libertà di espressione. Thierry Breton, Commissario Europeo per il Mercato Interno, è stato uno dei tanti ad esprimere numerose perplessità su quanto accaduto, definendo il fatto come sconcertante.
E quindi torniamo alla domanda iniziale.
Può l’Amministratore Delegato di un’azienda togliere l’altoparlante al Presidente degli Stati Uniti?

Come anticipato la risposta è .
Il motivo è semplice: dopo quanto accaduto a Capitol Hill, i colossi del social networking hanno deciso di considerare Trump non più come il Presidente USA, ma come un semplice utente comune. Chiunque decida di iscriversi a queste piattaforme accetta – spesso senza prestare attenzione – le Condizioni generali di utilizzo. Leggendole attentamente, si può scoprire che

Su Facebook non sono consentiti discorsi di incitamento all’odio poiché creano un ambiente di intimidazione ed esclusione e, in alcuni casi, possono promuovere violenza reale. […].

https://it-it.facebook.com/communitystandards/objectionable_content

Questo può portare alla rimozione del contenuto e, a volte, al blocco dell’account.
Simile è quello che si evince su Twitter.

[…] Prendiamo provvedimenti contro comportamenti che incitano all’odio verso singole persone o un’intera categoria protetta. […]  Potremmo chiedere a qualcuno di rimuovere i contenuti non conformi e imporgli di utilizzare l’account in modalità di sola lettura per un certo periodo di tempo prima di poter twittare di nuovo. Le violazioni successive comporteranno periodi più lunghi in modalità di sola lettura e, alla fine, potranno sfociare nella sospensione permanente dell’account.

https://help.twitter.com/it/rules-and-policies/hateful-conduct-policy

Quindi le azioni intraprese dai colossi del social networking sono state corrette. Dibattito chiuso.

In realtà non del tutto. Nei giorni precedenti al 6 gennaio i segnali sui social erano molti: oltre ai messaggi del Presidente si moltiplicavano i post, sempre più minacciosi, di gruppi di suprematisti bianchi e di estrema destra, sostenitori di Trump, che facevano riferimento a quanto stava per accadere. Perché questi post non sono stati oscurati? E perché gli account dell’ormai ex-Presidente non sono stati bloccati prima che tutto questo accadesse? E infine… Siamo proprio sicuri che venga davvero rispettata la libertà di espressione da parte dei social network?

Nelle Condizioni generali di utilizzo è implicitamente spiegato che i social utilizzano degli algoritmi di intelligenza artificiale che sarebbero – il condizionale è d’obbligo – in grado di filtrare i messaggi e oscurare quelli ritenuti non adatti. Fosse sempre così, saremmo quasi tutti d’accordo perché si potrebbe evitare che messaggi violenti e inappropriati girino in rete e vengano visti, e in alcuni casi imitati, da frotte di ragazzini che navigano sui social senza averne diritto o filtri cognitivi. Tanto è facile, basta solo iscriversi falsificando il proprio anno di nascita.
Questi colossi del social networking, che si professano paladini della libertà di espressione, non sono poi così trasparenti. I social network sono gestiti da compagnie private che offrono ai cittadini un servizio gratuito. E come fanno quindi a guadagnare? Vendono a terzi i dati che noi inseriamo per ricerche di mercato o per fornirci una pubblicità il più possibile personalizzata in base ai nostri gusti e interessi. Non solo. Guadagnano molto anche attraverso le sponsorizzazioni. E la politica nel 2021 si basa tanto su questo. Non deve essere un segreto che le leggi che permettono la pubblicazione e la copertura dei contenuti sui social rispondano più all’ideologia dei dollari che ad una corretta ed equa applicazione delle regole. Ne sono la prova le moltissime fake news, la miriade di contenuti che incitano all’odio razziale, al fascismo e alla supremazia bianca, che inquinano i social senza alcun tipo di filtro oltre allo strumento attivo della segnalazione di post e commenti. E se a spendere milioni di dollari in sponsorizzazioni è un politico che ha fondato la propria campagna elettorale su slogan nazionalisti e divisivi, saranno proprio i suoi contenuti quelli meglio indicizzati dalla piattaforma. In barba a quanto scritto nelle Condizioni Generali di utilizzo.

Ecco spiegato il meccanismo malato che ha portato all’assedio di Capitol Hill. Trump ha avuto gran parte della responsabilità, ma anche Facebook, Twitter e Instagram ci hanno messo del loro. Salvo poi fare marcia indietro.