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Da che cosa viene rapito lo sguardo di una donna che si affaccia dal suo balcone sul Molo Audace di Trieste?
Che cosa osserva un uomo che si affaccia alla finestra della sua camera sul Golfo di Napoli?
Che odori porta il mare che bagna Genova e che profumi si respirano sulle coste ioniche?
Sono molte le risposte a queste domande, ma è innegabile che il Mediterraneo sia fra esse un comune denominatore.
Quel mare nostrum, latinismo d’epoca romana, che è foriero di storie, culture, tradizioni e migrazioni. Quel mare nostrum da cui nasce la storia della penisola prima italica, poi italiana, ma che non appartiene solo al Belpaese.
Ancor prima, è l’epica omerica a muoversi tra le onde mediterranee, raccontando gesta eroiche e mirabili viaggi.
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” scrive nel 1300 Dante, affidando questi versi all’astuto Ulisse, cuore impaziente e pellegrino, che conduce i suoi compagni di viaggio oltre i confini della loro cultura, posti in quelle colonne d’Ercole sullo stretto di Gibilterra superate dalla nave greca e dalla curiosità dell’uomo, e infine a morte certa, magistralmente narrato nel 26° canto dell’Inferno della Divina Commedia.
Ma il senso di questo viaggio, fantastico e letale, racchiude l’attitudine umana a voler conoscere, a soddisfare il bisogno nato dalla curiosità, a fare esperienza di quel che non si sa. 
Senza freni né bende, senza timori né inibizioni, senza catene né muri.
Non sono bastati vent’anni lontani dalla patria, dagli affetti e dalla casa a placare la sete di conoscenza di Ulisse, che sfida le convenzioni sociali del suo mondo, forando le barriere culturali del suo tempo.
Nella grande opera letteraria dantesca, emerge qui un forte punto di rottura tra coscienza etica-religiosa e quella scientifica, e con l’esempio di Odisseo questo scontro viene fatto risalire già al IX secolo a.C., poi approfondito nella trasformazione e nella corruzione dei valori nell’evoluzione
storica dell’Occidente, e ciclicamente ritorna, fino a stabilizzarsi nella contemporaneità.
Questo perché il Mediterraneo porta con sé anche dilemmi e contraddizioni, sintesi e innovazioni.
Le stesse lingue e le scritture dei popoli affacciati su questo mare rappresentano da sempre la commistione continua tra molti dialetti e idiomi, un reciproco scambio forgiato da secoli di traffici, commerci, spostamenti e da quel bisogno di comunicare, che da sempre contraddistingue l’uomo, e dall’intenzione di prolungare la sua memoria.
Un’eredità perenne, lasciata ai posteri.
Talvolta semplice narrazione del passato, talvolta spiegazione approfondita di una realtà complessa, talvolta monito da non sottovalutare. 
Perché la storia è magistra vitae e il Mediterraneo è una grande enciclopedia. 
Anche le forme artistiche nate su queste ampie coste o nell’entroterra sono condizionate dalle molte correnti soffiate in lungo e in largo dai venti, così è possibile trovare similitudini tra gli affreschi greci, rumeni e slavi o tra lo studio dei colori elaborato dai maestri italiani, spagnoli e arabi. 
Oltre le variabili culturali e storiche, è la geografia stessa a ricordare come il mare possa accomunare paesi e regioni lontane. Per esempio, alcuni prodotti della terra sono tipicamente mediterranei, come la canapa, che può essere ritrovata in Egitto così come sulle coste adriatiche istriane. O ancora la salvia, la lavanda, l’erica e la ginestra spuntano lungo la dorsale mediterranea.
In diverse zone costiere è possibile osservare grossi meteoriti di pietra, sparsi qua e là, ad avvisare le imbarcazioni: come i faraglioni di Capri, le rocce della Siria o della Catalogna, a ridosso della Sicilia o di Malta, o ancora il faro incastonato su uno scoglio di fronte la Provenza, dove il fiume Siagne ha la sua foce.
Sono apprezzabili e validi i tentativi di creare una raccolta unica su ciò che il Mediterraneo implica, declinato nei suoi molteplici caratteri e nelle sue varie espressioni.
Nel suo Breviario Mediterraneo, Pedrag Matvejevic, racconta con stupore il ritrovamento nella biblioteca nautica di Amalfi delle carte di Zacharias Lillius risalenti al 1493 dal titolo Orbis Breviarium e commenta: “Quanto più possiamo sapere di questo mare, tanto meno lo guardiamo da soli. Il Mediterraneo non è un mare di solitudine”.
Un capitolo storicamente in divenire è quello delle grandi migrazioni, di natura bellica, coloniale, coatta, commerciale, sperimentale, alla ricerca di rinnovate condizioni di vita. Mille rotte si sono intrecciate su queste acque e nuove ne sono nate. Sarebbe sbagliato omettere la grande capacità di accoglienza e ospitalità dei popoli mediterranei, oggi forse in crisi, a causa del disfacimento dei valori e dell’oblio della memoria. 
Nella mappa dei continenti sui cui l’Uomo è solito studiare, questo mare, chiuso e aperto al tempo stesso, è al centro, in mezzo, come ricorda la sua etimologia.
Come un cuore pulsante, tra vene e arterie colme d’acqua e di vita che si avvicenda, che si aprono a Est e a Ovest, tramite stretti e canali, in uno scambio continuo, dando eco agli accadimenti del mondo.
Il Mediterraneo è al tempo stesso destino e scelta, meta e fine, ricerca e viaggio, unione e diversità: nel rispetto di questa complessità, è una rete di sapori e di saperi che, riscoperta e tutelata, può riavvicinare popoli e generazioni.
Così, una donna affacciata dal suo balcone sul Molo Audace di Trieste e un uomo affacciato alla finestra della sua camera sul Golfo di Napoli posano gli occhi su cose diverse ma incorniciate nella stessa atmosfera, mediterranea; così gli odori del mare che bagna Genova e i profumi che si respirano sulle coste ioniche possono evocare ricordi e gusti diversi, ma sullo sfondo resta ben concreto, denso e liquido, il Mediterraneo.