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Non vi voglio raccontare del mio periodo universitario, che peraltro,
nonostante la sua indiscussa utilità, non ho mai apprezzato fino in fondo.

Piuttosto voglio raccontarvi delle Elementari, delle Medie e delle
Superiori. Tutte insieme!

Perché in fondo, quando pensiamo ai banchi di scuola, ci vengono in mente
quelli lì, mica le aule delle Università o il nostro anonimo numero di matricola.

Ci vengono in mente i banchi in legno verde e le sedie scomode ma che ci
tenevano bene dritta la schiena, quelle sedie sulle quali ci piaceva tanto
dondolare in bilico sulle gambe posteriori e sotto le quali qualcuno
c’appiccicava la cicca o ci scriveva col pennarello una frase.

Ci riaffiora alla mente quell’odore di libri e di adolescenza, il ricordo
della maestra che ci rimproverava per nome, della professoressa che
c’invitava alla lavagna per cognome, la bidella che immancabilmente lo
storpiava: “Contratto! Luca Contratto in segreteria”, e i diminutivi che
davamo ai compagni coi cognomi più lunghi: Bono, Baro, Ponc, Rapo…

Ho trent’anni e da qualche mese a questa parte ho la fortuna di ritornare
in quelle scuole e quando questo accade mi rendo conto di avere
un’opportunità davvero speciale.

Mi invitano nelle scuole perché ho scritto un romanzo che, per i suoi
contenuti, é ritenuto d’interesse storico e sociale per le classi e questo mi riempie d’orgoglio e non solo, mi riempie di ansia e responsabilità perché parlare ai giovani di quell’età non é facile.

Per questo cerco di sfruttarla a pieno quest’opportunità! Sperando di
lasciare loro qualcosa e consapevole che, terminato l’incontro, anche io
mi sarò portato dietro qualcosa in più.

Anche noi abbiamo avuto quell’età e sappiamo bene com’eravamo: turbolenti, spensierati, vivaci e facilmente distraibili e ritrovare in loro quello spirito fresco e leggero mi sta facendo bene, risveglia quel bimbo dentro col quale, da troppo tempo, ho smesso di giocare.

Dobbiamo rendere conto ai bimbi che eravamo, spiegargli perché siamo
cresciuti così. É come guardarsi allo specchio, solo che lo specchio se ne
sta appoggiato al muro in fondo al corridoio e ci riflette sempre più
piccoli mentre ci allontaniamo da lui.

A distanza di anni mi arrabbio col bimbo che ero, lo rimprovero per esser
stato poco attento, per essere stato troppo sensibile, per essere stato
meno sveglio rispetto a quelli della sua stessa età.

Anche lui s’arrabbia giustamente con me per tutte quelle volte in cui me lo sono dimenticato, quando per mia testardaggine non voglio dargli retta. 

Beh oggi che vivo -viviamo!- nel mondo degli adulti mi rendo conto che
molti dei suoi ragionamenti, immediati e puri, funzionano meglio di quelli
contorti e senz’anima che mi circondano.

Mi rassicura il fatto che non abbiamo ancora rotto i rapporti, che
nonostante tutto non ci siamo ancora delusi a vicenda e su questo mi ci
concentro molto.

Quando andavo a scuola ero felice ma non ero in grado di capirlo, soffocato
dai compiti e dalle interrogazioni. Eravamo felici per le amicizie -che
oggi ho mantenuto- e in totale sbattimento per i primi amori e quei
casini, quei pensieri che ci riempivano interamente le giornate.

Per chi lo sa, per chi mi conosce, sono cresciuto abbastanza in fretta e
col senno di poi riconosco che, dopotutto, mi é andata di lusso così.

Mi é andata di lusso perché nello stesso periodo, nella stessa situazione,
altri miei compagni si sono persi, si sono rovinati il futuro.

E allora il grazie più sincero va al mio bimbo dentro che ha resistito,
grazie a te sono quello che sono oggi: incasinato, malinconico e
riflessivo ma a te tanto riconoscente.

A scuola ci andavo volentieri ed ero un bambino interessato si, ma poco
dedito allo studio: appassionato ecco; ma si sa che le passioni sono
soggettive mentre la scuola é dannatamente oggettiva.

Mi sono sempre barcamenato raggiungendo la sufficienza. Stavo nel mazzo e facevo incazzare mia madre a periodi regolari. Però non sono mai stato
bocciato, io!

Nonostante ciò non mi manca per niente il periodo della scuola.

Quando incontro i ragazzi mi perdo nei loro atteggiamenti, nei loro modi di
fare: oggi sono più sgamati e hanno il cellulare ma per il resto sono gli
stessi ragazzi che eravamo noi e chi taglia corto con:”no no! Noi non
eravamo mica così!”, beh si sbaglia di grosso e crea un muro sempre più
difficile da abbattere.

Mi riconosco in Giacomo delle scuole di Baveno, attento e seduto in prima
fila, che vorrebbe alzare la mano per chiedermi una cosa mentre gli
racconto di Sonia e della sua malattia, ma che poi non lo fa, anzi fa di
meglio: mi si avvicina prima di tornare in classe per bisbigliarmela in privato quella domanda, perché un po’ si vergogna di farla ad alta voce, di
passare per il secchione ma che, in cuor suo, sa che a casa non ci vuole
tornare senza una risposta.

Mi riconosco nel bulletto in fondo alla classe che, mentre lo
frego parlandogli dei pirati, gli sto passando il messaggio che il
bullismo é una cazzata gigantesca e che quello che sta facendo ad altri é
sbagliato, un gesto da stronzi, ma lui se ne fotte e andrà avanti così.
Capirà, ma solo in futuro, che quelli che ha preso di mira saranno i suoi
capi, saranno quelli che decideranno di lui e per lui e credo sia giusto
che sbagli con la sua testa.

Mi riconosco nel gruppetto che scruta con sospetto e circospezione Elena di
AISM e la sua stampella mentre, in piedi accanto a me, parla loro del
futuro.

Mi riconosco nella ragazzina che, con le lacrime agli occhi abbraccia
Rossana, la figlia di Becky, dopo aver ascoltato i fatti che nel lontano
settembre del 1943 accaddero a Meina.

Quel momento, quell’attimo di tenerezza mi catapulta al giorno in cui
incontrai Becky: avevo 13 anni o poco più e la sua storia mi colpì
talmente tanto da farla diventare, 17 anni più tardi, il capitolo
principale del mio romanzo. Quel giorno lo ricordo ancora oggi e proprio
oggi, quando alcuni dei miei amici e compagni di allora mi chiedono dove
sia andato a ripescare quella vecchia storia del Lago Maggiore, beh resto
di stucco perché loro di quel giorno al Teatro Verdi di Trecate non
ricordano nulla, non ricordano Becky o peggio, non ricordano le parole che
Becky ci disse. Non ricordano nemmeno la canzone di Guccini che gli
dedicammo e io m’interrogo.

In un’intervista Rossana disse che sua madre, parlando ai giovani, stava
seminando il buono, il giusto e la speranza di un ricordo. Mi riempie di
responsabilità e d’imbarazzo quando dice a me che sono uno di quei semi
che sua madre sparse nel mondo.

Lungi da me emularmi a esempio da seguire, sono un ragazzo, un giovane uomo che ha scritto un libro e che della vita non c’ha ancora capito un cazzo.

Di questo parlo loro, di come una passione possa renderti migliore, di come
i sacrifici, anche quelli non ripagati, ti facciano stare meglio con te
stesso.
Parlo loro dell’importanza di costruirsi adesso, d’appassionarsi e di
scavare a fondo tra gli interessi e più mi fanno domande più capisco di
aver annullato la distanza tra loro e me, d’aver aperto un varco in quel
muro di diffidenza generazionale: i ragazzi che ascoltano e l’adulto che,
per forza di ruolo, ha qualcosa da insegnare.

Quando torno tra quei banchi di scuola i ragazzi mi insegnano tanto e
questo glielo dico! E se non sono loro a farmi delle domande beh, sono io
che le faccio a loro!

É suonata la campanella!

Il titolo del libro?!… Non ha alcuna importanza adesso che sto salutando con
un sorriso mezzo pronunciato e la mano timida il bimbo che ero quando
stavo tra i banchi di scuola, augurandomi d’incontrarlo presto… 

Luca Contato.