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Esattamente il 27 ottobre 2001 arrivavo a Novara insieme a mia mamma. Lasciavo la mia città di mare, dal porto della quale erano partiti dal 1991 tantissime persone..qualcuno era tornato, qualcuno no, qualcuno si era perso in mezzo al mare. Partivo da quello stesso porto, senza nessun documento, solo con la mia bambola e i miei sogni, i nostri sogni e la grande paura di essere rimandata indietro. 


Sono passati 20 anni da allora ed è strano pensare che di tutto quel viaggio mi ricordo nitidamente l’impatto con la nebbia a Novara. Atmosfera che ha richiamato alla mia mente un libro letto un po’ di tempo fa.


“Ne successero di cose a me, alla mia famiglia, al mio Paese e al resto del mondo. Ma il resto del mondo non mi interessava ancora” 


L’Albania del primo Novecento è un paese misterioso, magico e caotico. Un luogo dove gli opposti convivono da sempre: cristianesimo e Islam, tradizioni risalenti all’Impero bizantino, come anche a quello Ottomano. L’Albania è, soprattutto, una società fortemente matriarcale, in cui per il potere che si acquisisce diventando suocere le donne passano la vita aspettando con gioia di invecchiare. 

Meliha è una donna forte capace di seguire i vivi e i morti con lo stesso trasporto. Lei è il cuore della famiglia Buronja all’inizio di questa storia. Tramanderà questa forza a sua figlia Saba, costretta a un matrimonio appena quindicenne, con un uomo che non ama, già vedovo di sua sorella e legato alla sua famiglia da un debito di sangue. 

Saba, come l’intero popolo albanese, dovrà affrontare  tantissime  prove che attraverserà con disperata energia: i figli, la guerra, lo sterminio dei fratelli, fino alla transizione a una nuova era, il comunismo. 

Tutta la seconda parte del libro è raccontata dal punto di vista della nipote di Saba, Dora. Nata durante il comunismo e vissuta durante la caduta del regime, descrive con onestà e durezza quello che era l’Albania e il nostro popolo in quei anni difficili. 


Mi fa strano leggere del mio paese in una lingua diversa. Ho ritrovato vecchie tradizioni dimenticate, come la lettura dei fondi del caffè, i canti funebri, le frasi sentite dai miei nonni. Una mi è rimasta nel cuore “guri rëndë në vëndë të vetë”, ogni sasso pesa al suo posto e io voglio sentire il mio peso sopra questa terra. 


Grazie Anilda Ibrahimi per questo piccolo tesoro che mi ha fatta tornare indietro nel tempo, nel mio paese, nelle mie tradizioni.