Tempo di lettura: 3 minuti

A Leonardo e a chi, come noi, ha imparato la Bellezza con le ginocchia sbucciate e un Super Santos.

Il mio nome è Arturo. Come Bandini. E come mio nonno. Il padre di mio padre. Quindi no, non sono figlio della letteratura, ma della tradizione: se mio nonno si fosse chiamato Giuseppe il mio nome sarebbe stato Giuseppe.

La piazza, nei Paesi, è il punto di incontro per antonomasia. Resistono le abitudini inveterate della popolazione, nonostante non abbiano potuto scongiurare di incocciare con tempo e gente. Gli anziani che, con il Borsalino e l’abito della domenica, impiegavano intere giornate in piazza, discutendo animatamente o tenendosi compagnia senza aprire bocca, sono oggi al camposanto e il loro posto è stato occupato dai perdigiorno, che, Dio solo sa come e perché, non solo non muoiono, non invecchiano nemmeno, e continuano a starsene a oziare negli angoli di piazza di cui si prendono cura i raggi del sole. Al tramonto, a conclusione della giornata di lavoro, quand’anche i perdigiorno rincasano, la piazza brulicava, brulica, di uomini stanchi che, con un calice in mano e una bestemmia acerba nella pancia o matura sulla punta della lingua, ingannano la fatica accumulata. E al termine del giorno erano, sono, ora ventenni e trentenni, e ubriaconi senza età, a convogliare nella piazza portandoci abitudini goderecce: languori amorosi, malintesi e speranze.

Tra loro spicca oggi un venticinquenne riccioluto di nome Diego, un amico di infanzia al quale devo, in Campari veritas, il merito e la colpa di oltre il settantaquattro per cento delle mie ubriacature, macinate tutte nella settimana di Pasqua e nelle prime due settimane di agosto.
Il legame con Diego non è però riducibile al poco, seppur consistente, tempo trascorso insieme. Con Diego ho spartito bicchierate, scrittura e molto altro. Non so se spartire la scrittura sia stata la condivisione più importante tra noi, credo però sia stata la calce per costruire un rapporto solo nostro, e non somigliante nella forma e nella sostanza a quello che abbiamo con altri.

Abbiamo spartito la scrittura di una drammaturgia che non è mai stata, per il momento, messa in scena e che Diego vorrebbe tramutare in sceneggiatura. Credo questa sua volontà sia una conseguenza indiretta di un’idea che si porta dentro da molto tempo e che è maturata in intenzione negli ultimi mesi.

–  Voglio uno Steinway & Sons.
–  Uno?
–  Un pianoforte.
–  Tu non suoni il piano.
–  Imparerò.
–  Non accadrà.
–  Perché?
–  Non sei costante, Frana.
–  Tu lo sei?
–  Certo.
–  Non lo sei.
–  Non lo sono e non importa. Io non voglio imparare a suonare il piano.
–  Nemmeno io. Però voglio uno Steinway & Sons.
–  Ascolta.
–  Dimmi.
–  Ho deciso il mio futuro.
–  Sentiamo.
–  Sono serio.
–  Dimmi. Ti ascolto.
–  Voglio diventare un regista.
–  Di Spaghetti Western?
–  Oh non si può parlare con te… non ti applichi.
–  Dai Dié, sto scherzando…

Innamorato della sua terra e geniale nello scriverne, sembra voler fare della scrittura un presbitero di un idolo mendace chiamato regia. Ma chi, se non Diego, può tramutare una menzogna in verità, e illusioni e speranze in realtà? Diego lo vedo come un poeta contemporaneo sprovvisto, agli occhi di ciechi e miopi, di una morale. Ma di morale Diego ne ha eccome, una propria radicata morale, non completamente aderente alla comune, da cui si discosta, come si discosterebbe un Beatnik, e francamente non ci vedo niente di male. D’altronde Diego o lo si ama o lo si critica e chi lo critica non di rado coincide con chi ne è ferocemente invidioso.Mi chiedo come sarà il suo primo cortometraggio. La prima immagine, i colori, il soggetto.
Conoscendolo, punterei i miei soldi su una prima scena con un Super Santos , il pallone dalla inequivocabile colorazione arancio con striature nere – che riprendono lo schema dei vecchi palloni da calcio con le strisce di cuoio – e la scritta gialla.

Quando Diego ed io eravamo bambini il Super Santos non era un pallone come un altro. Era il pallone. Prezzo economico e resistenza fuori dal comune. Il pallone meno costoso era il Super Tele, ma era di plastica leggera ed era impossibile dargli una direzione. Tirarlo con potenza significava perderlo e scavalcare cancelli per recuperarlo. Il Super Santos, al contrario, riusciva sempre a mantenere la direzione, ed era resistente a tutto. Resisteva sotto una macchina e se una moto lo prendeva in pieno, il motociclista era a terra. I fuoristrada lo deformavano, e solo un autobus poteva farlo scoppiare.

Il Super Santos ha voluto dire per generazioni di bambini giocare in cortile e per strada. Correre con una velocità tale da mozzare il fiato. Adrenalina. Concentrazione. Ginocchia sbucciate. Senza novantesimo. Senza triplice fischio.
Le partite potevano durare giornate intere. Interrotte solo dalle voci delle madri che dai balconi gridavano ai figli di salire in casa perché era pronta la cena.

Fotografia di Leonardo Formichella