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A oltre un anno dalla sua immotivata incarcerazione, Patrick continua a rimanere in carcere.

Uno dei suoi legali, Hoda Nasrallah, ha riportato il pessimo stato psicologico in cui versa il giovane, sempre più provato da questa situazione.

Ieri, lunedì 5 aprile, si è tenuta una nuova udienza giudiziaria il cui esito si saprà nei prossimi giorni, anche se la Difesa continua ad essere pessimista.

Tuttavia, gli avvocati hanno tentato un cambio di strategia chiedendo di sostituire i giudici chiamati a decidere sulla sua custodia cautelare. Entro mercoledì dovrebbe essere resa nota una decisione a riguardo.

Nel contempo, diplomatici italiani, francesi, candesi e americani hanno depositato comunicazioni scritte per esprimere l’interessamento al caso, anche se il loro ingresso presso il Tribunale in cui si è tenuta l’udienza è stato impedito dalla polizia locale, nonostante l’autorizzazione del giudice.

Sebbene la tensione sia elevata, continuano ad essere organizzate diverse iniziative per Patrick: sempre più persone manifestano per la sua scarcerazione e molti comuni aderiscono all’iniziativa 100 città con Patrick, organizzata dall’ONG GoFair e sostenuta dalla campagna Free Patrick.

L’obiettivo preposto è che almeno cento comuni italiani diano a Zaki la cittadinanza honoris causa: in questo modo si fornirebbe al Governo italiano potere di trattativa da sfruttare per esercitare pressione sull’Egitto, forzandolo a garantire un processo equo.

Ebbene, alcune città hanno rifiutato tale iniziativa. Questi comuni di centro-destra (Genova, Senigallia, Bellaria Igea Marina, Vercelli) generalmente sostengono che “non ci sono elementi sufficienti di conoscenza sula vicenda”, che “è un’operazione di facciata che non serve alla sua scarcerazione”, oppure che “non sussistono le motivazioni per un accoglimento [di tale proposta]”.

Per fortuna, questi episodi rappresentano solo una minoranza.

Tuttavia, bisogna sottolineare che la Legge 91/1992 all’articolo 9 comma 2 recita che:

“Con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato e previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro degli Affari Esteri, la cittadinanza può essere concessa allo straniero quando questi abbia reso eminenti servizi all’Italia, ovvero quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato [che in questo caso riguarda la salvaguardia di una vita umana – ndr].”

A marzo il PD ha presentato una mozione proprio in riferimento a questa Legge. La proposta è stata firmata dalla Senatrice Segre, oltre che da alcuni esponenti di Movimento 5 Stelle, Italia viva, +Europa, gruppo Misto e Lega, nonostante il Carroccio sia apertamente schierato contro tale possibilità.

Eppure, la famiglia di Patrick afferma che il ragazzo si sente confortato proprio da questi gesti di Solidarietà che gli permettono di resistere alla depressione e alle torture fisiche e psicologiche inflittegli da oltre un anno ingiustificato di carcere.

La scorsa settimana invece la Senatrice del M5S Michela Montevecchi ha presentato un’ulteriore mozione sul caso Zaki: i problemi logistici per un’eventuale concessione della cittadinanza italiana al ragazzo sono molteplici (riuscire a introdurre nel carcere la documentazione affinché Patrick la legga e la firmi – sempre che voglia diventare cittadino italiano – o l’effettuazione del Giuramento), per cui l’applicazione della Convenzione contro la tortura dell’ONU (1984) potrebbe apportare ulteriori pressioni sull’Egitto e spingerlo a scarcerare Zaki, garantendogli un processo leale.

D’altronde, i casi di violazione di Diritti Umani perpetuati dal regime autoritario di al-Sisi sono noti e in aumento.

A inizio febbraio 2021 è stato arrestato Ahmed Samir Santawy, ricercatore e studente di Antropologia presso l’Università centrale europea di Vienna accusato di diffusione di notizie false e appartenenza a gruppo terroristico. Stesse accuse rivolte a Zaki ma si spera non debba subire la sua stessa sorte, anche se le ultime notizie non sono rassicuranti.

Il 23 giugno 2020 degli agenti in borghese hanno arrestato Sanaa Seif, nota attivista egiziana condannata il 17 marzo a un anno e mezzo di carcere con le false accuse di diffusione di notizie false, uso improprio dei social media e offesa a un pubblico ufficiale in servizio, imputazioni che riecheggiano quelle di Zaki.

Solafa Magdy è una giornalista egiziana arrestata nel novembre 2019 insieme al marito e in attesa di processo per le solite accuse (diffusione di notizie false e appartenenza a organizzazione terroristica).

Abdel Rahman Tarek (Mocha), è un blogger egiziano arrestato nel 2013 e successivamente nel 2019 per appartenenza a gruppo terroristico, diffamazione e uso improprio dei social media (inutile sottolineare la scarsa fantasia delle Autorità egiziane nella scelta dei capi d’accusa).

La loro colpa: essere Attivisti e Difensori dei Diritti Umani, crimine insopportabile per un regime dittatoriale e repressivo quale quello egiziano che difatti non si fa problemi a torturare queste persone.

E la lista di nomi non è terminata.

Quello che fa riflettere è la velocità con cui la nave Ever Given, incagliata nel canale di Suez, sia stata liberata. “Ci vorranno settimane”, dicevano, e invece dopo appena sei giorni il flusso marittimo ha nuovamente iniziato a circolare.

Sei giorni per l’economia, mesi e anni (senza alcuna certezza) per gli esseri umani.

Evidentemente le merci (e il denaro) valgono di più della vita delle persone.