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Da ore ormai e spalle delle giacche venivano provvisoriamente  staccate dalle loro maniche, perfezionate, ricucite. Gli orli dei pantaloni accorciati venivano rifatti. Le toppe risultavano invisibili sotto i tessuti pregiati.

Le due donne lavoravano in sincronia, fianco a fianco. L’anziana donna, dapprima scettica nell’accettare il consiglio di Sander, alla fine sveva scoperto in Viola il migliore dei suoi acquisti. Faticava ad ammettere che quel lavoro, che era suo, potesse esserle più piacevole con lei accanto.

I clienti della sartoria  I.W.Hvidberg erano tra i più svariati. Dagli uomini in carriera con i loro completi alle casalinghe con i loro grembiuli. Le due sarte, più degli altri, amavano quelli che portavano un vecchio abito, ormai un cumulo di stoffa di forma vaga, chiedendo una piccola modifica, forse un rammendo di un piccolo buco, fingendo di ignorare i crateri da cui era circondato. Venivano con lo sguardo basso, consapevoli che quel loro capo sarebbe dovuto finire tra i rifiuti da tempo, ma speranzosi che i sarti sarebbero stati al gioco e non glielo avrebbero fatto notare. “Solo un piccolo rammendo qui” chiedevano, troppo affezionati perfino ai danni del tempo.

Erano abiti con una storia più bella degli altri. Viola e l’anziana settantenne muovevano apaticamente le dita sui rasi ancora immacolati, ma si soffermavano con più tenerezza sulle flanelle piene di sfilacciamenti. Silenziosamente immaginavano di quali eventi fossero stati spettatori. Raramente scambiavano qualche parola, senza neppure essere sfiorate dall’idea che fosse strano, senza sforzarsi di trovare argomenti.

Tranne quel giorno, quando la voce del suo capo, divenuta acuta e simpatica con l’età  aveva sorpreso Viola.

“Sai, tu mi ricordi la mia prima compagna.”

Viola l’aveva guardata, curiosa. Cosi lei aveva proseguito.

“Sotiria, si chiamava, in greco significa ‘salvezza’. Sua madre non avrebbe potuto scegliere un nome più azzeccato. Era sempre la salvezza di tutti, me compresa.”

Era stata in silenzio per un po’.

“Mi manca, sai?”

Viola aveva per un momento violato la regola che vietava severamente di fermare le mani.

“Non ti azzardare!” si era affrettata a rimproverarla il capo in un sorriso.

“Sissignore, mi scusi signore.” Aveva risposto con altrettanto sorriso Viola. “Ma almeno, mi parleresti di lei?”

Un sospiro malinconico, poi aveva cominciato. “Era il ’54, avevo appena sedici anni ma già da otto ero nella sartoria. Appena si poteva si aggiungevano mani. All’ora di pranzo era incarico mio e della mia bicicletta andare a prendere il pane così che non si chiudesse bottega. Fuori dalla panetteria c’era una ragazza quel giorno. Aveva allestito un piccolo banchetto colorato che spiccava sul grigiore di quel novembre. Solo la mia bicicletta rossa gli faceva una stentata concorrenza. Appoggiandola al muro avevo tentato di adocchiare cosa fossero quelle indistinte esplosioni di colori, ma ancora non capivo, così mi ero avvicinata. Centrini da tavola in lana. Erano splendidi, ma non dovevano renderle molto. Era magra, i vestiti a poco servivano a nasconderlo. Avevo scelto un centrino verde e l’avevo comprato, lei mi aveva risposto mostrandomi la sua dentatura completa. L’avevo appoggiato sotto il portaspilli e durante il lavoro pomeridiano l’occhio mi ci era caduto sopra varie volte. E così anche a mio padre. ‘L’hai fatto tu?’ mi aveva chiesto, ‘bella manifattura, perché non sei così brava anche sugli abiti dei clienti?’. Allora mi era venuta l’idea. Senza che capisse l’avevo trascinato fino alla panetteria, sperano di trovare ancora banchetto e ragazza, ed ero stata fortunata. L’avevo convinto che ci servisse in negozio, e così avevo trovato un’aiutante, e la mia migliore amica. E’ morta l’anno scorso, felice, di vecchiaia e nulla di più, ma è per questo che sono stata titubante nell’assumerti. Mi sembrava di tradirla, eppure tu, ora, mi ricordi un po’ lei.”

“Davvero? E perché?”

“Perché anche lei veniva da lontano. Era di Zante, quella di Foscolo, anche se le persone spesso nascondono l’isola sotto il suo nome. Dimenticano i villaggi montani come il suo per ricordare le belle spiagge. Eppure lei, di Zante, le spiagge a malapena le aveva viste, e il loro ricordo più vivido risaliva a quando era partita. Così anch’io di Zante ora posso parlarti meglio del suo villaggio montano, delle case in pietra e del mare in lontananza.

Anche a me sembra di sentire la fatica delle salite sotto il sole, dei viaggi avanti e indietro dalla valle. Mi sembra di aver appoggiato i carichi sugli asini, aver munto le pecore, curato il loro pelo. Mi sembra di averlo tosato io stessa, e ancora adesso quando maneggio la lana non riesco a non immaginarmela nel laboratorio a trasformare batuffoli in fili. La tingerli, ancora con quelle tecniche così tradizionali da sembrare troppo lontane per essere state provate anche da lei. Mi immagino sua madre che le insegna a intrecciarli, a creare quei centrini con cui arrivata a Copenaghen cercava di sopravvivere. Eppure se fosse vissuta sulle spiagge forse non sarebbe dovuta andar via dopo il terremoto del ’53. I pescatori in qualche modo si erano rialzati, ma per loro sarebbe stato impossibile. Lei aveva proposto di andar via, tentare qualcosa di nuovo, ma lontano. Non si era accontentata di fermarsi prima, in Grecia, o in Italia, in Francia al massimo, era arrivata a Copenaghen. Era attiva, fiduciosa nella vita e nei suoi stravolgimenti. Per questo tu mi ricordi lei.”

Viola la guardava attonita. Sotiria era più ciò che sarebbe voluta essere che ciò che sentiva di essere ora. Un suo obiettivo che però sentiva ora, dopo il racconto, più tangibile.

Forse l’anziana aveva letto le sue insicurezze, per questo le aveva parlato di lei. Le aveva dato coraggio. Aveva fermato ancora le mani infrangendo la regola. Questa volta, però non era stata rimproverata.

“Vai pure, hai già sforato le tue ore.” Le aveva invece ricordato.

Così Viola l’aveva ringraziata, ed era sicura avrebbe capito cosa stesse ringraziando.

Tornando a casa era passata davanti a una panetteria, si era chiesta se fosse quella di Sotiria, e anche a lei era parso di vederla lì. A casa doveva aver lasciato trapelare qualcosa di quel nuovo entusiasmo, ma non aveva proferito parola del racconto, nonostante le incalzanti domande di Rebecca e Sander.

Era sicura che anche la sua compagna avrebbe apprezzato che quella storia rimanesse un po’ loro, intima. Talvolta le storie nascono per essere raccontate, talvolta tramandate, talvolta trattenute.