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Pandemia. Quarantena. Lockdown. Tutte parole semi sconosciute e con cui abbiamo iniziato a fare i conti, da almeno un mesetto, da quando questo virus, questo Covid-19, è entrato nelle nostre vite e le ha sospese. Parole che abbiamo sentito, casomai, nei film apocalittici, o che riguardavano paesi “lontani”, “stranieri”, troppo estranei al nostro modo di vivere e di pensare per essere presi in considerazione.

L’ultima volta che l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, dichiarò pandemia fu nel 2009, a causa dell’influenza H1N1, che colpì un miliardo di persone in sei mesi. È incredibile pensare come un virus, invisibile, possa colpire e modificare così tanto le nostre vite: all’inizio, quando l’epidemia iniziò a diffondersi in Cina, l’opinione generale era che fosse una semplice influenza, qualcosa di molto contagioso, ma essenzialmente non mortale. Ad oggi, questo virus ha messo in ginocchio il sistema sanitario italiano, essendo l’Italia il paese più colpito dopo la Cina, e ha portato a tutta una serie di decisioni politiche, economiche e sociali. La sospensione delle nostre libertà come soluzione per sospendere la diffusione del virus ha portato, in grande, alla scelta di chiudere Schengen.

Lo spazio Schengen è una zona di libera circolazione, in cui i controlli e i blocchi alle frontiere sono stati aboliti. Attualmente fanno parte dello spazio 26 paesi, di cui quattro di questi al di fuori dell’Unione Europea. Oggi, a mezzogiorno, Schengen verrà chiuso, cosi come annunciato dal presidente francese Macron. Le linee guida stabilite dalla Commissione europea riguardo questa chiusura prevedono la libera circolazione delle merci, e prevede anche che gli stati membri si coordinino per quanto riguarda i controlli sanitari alle frontiere: i paesi hanno il diritto di sottoporre chiunque entri nel territorio a controlli sanitari, ma devono anche garantire cure appropriate a chi è colpito, o potrebbe essere colpito maggiormente, dal Covid-19 nel paese di arrivo o in quello di partenza.

Ora, queste decisioni, prese chiaramente nell’intento di riuscire a contenere un virus estremamente contagioso, mi ha anche portata ad alcune riflessioni. Ciò che ho visto in questa prima (prima? Aiuto) settimana di quarantena, è un grande senso di solidarietà tramite social, unito anche, però, ad un ingigantirsi di discorsi pro chiusura: non importa di cosa, frontiere, confini, porte, paesi, basta chiudere. Non voglio chiaramente sminuire l’importanza dello stare in casa, credo che chiunque si sia informato o abbia anche solo passato dieci minuti su un social abbia capito (SPERO) quanto sia importante rimanere in casa per evitare il diffondersi della malattia, ma ciò che mi preoccupa, tornando al principio del mio testo, è la chiusura. La notizia che Schengen sia, temporaneamente (?), soppresso, mi preoccupa molto. Ancora prima di questa pandemia la voglia di respingere e rinchiudersi all’interno dei propri confini nazionali era già ben presente, con i vari partiti di destra ed estrema destra che acquistavano sempre più entusiastici voti, e un Salvini in Italia che declamava a gran voce la chiusura dei porti.

Sono preoccupata che alla fine di tutto ciò dovremmo affrontare un deciso rifiuto all’apertura, al ritorno alla solidarietà, un ritorno ad un normale afflusso di persone attraverso confini solitamente aperti e privi di controlli. Sarebbe molto facile invocare una chiusura, usando come scusa la protezione della popolazione, soprattutto alla luce delle evidenti divisioni all’interno dell’Europa che la pandemia ha mostrato.

Spero prevarrà la solidarietà che è stata messa in moto ultimamente, dalle varie attività social per impedire alla gente di sentirsi isolata alle iniziative messe in campo dai centri sociali, come ad esempio quella di Làbas, centro sociale a Bologna, che ha ideato le “biciclette della solidarietà”: portare beni di prima necessità ai senza tetto e clochard, che si trovano particolarmente in difficoltà in questo momento.

Fermiamoci, chiudiamoci, ma per combattere il virus, non l’umanità.