Tempo di lettura: 4 minuti

“Nel ralenti a cui ha costretto l’intero mondo, la Pandemia ha tirato fuori fotogrammi, dal film delle vite, che non si potevano vedere: spesso contenevano il volto dell’assassino, o il volo dell’angelo. E nella costrizione all’immobilità ha spalancato quarte dimensioni che si erano abbandonate.” [Alessandro Baricco]

Non so voi ma oggi, dopo 1 anno e 2 mesi (poco più o poco meno) dall’inizio di questo incubo che ci siamo abituati a chiamare pandemia, ho fatto il mio primo sogno in cui tutti indossavamo la mascherina.

Sembra qualcosa di innocuo, insignificante ma se vi fermate per un istante a rifletterci su, vi accorgerete che è tutt’altro che un fattore di poco conto.

La mia mente si è abituata all’idea di qualcosa che fino a non molto tempo fa non aveva neppure ipotizzato; e quando la mente si piega inizia a farlo anche il corpo.

Con questo non intendo dire che non avessi già accettato di buon grado l’uso della mascherina come dispositivo di sicurezza ma la mia paura nasce dal considerarla una cosa talmente “normale” da condizionare il subconscio, insinuandosi all’interno delle mie rappresentazioni oniriche.

È una considerazione che tutt’ora mi mette a disagio perché faccio fatica a cedere il passo e rassegnarmi alla situazione, o almeno è ciò che credevo di fare in maniera consapevole.

Sapere che inconsapevolmente io ritenga ormai normale ciò che stiamo vivendo mi spaventa non poco.

Ho come la sensazione che ad un certo punto senza volermi arrendere mi sia comunque arreso all’idea che le cose non ritorneranno più come prima, che quella paura che abbiamo provato la porteremo con noi per tutta la vita.

Ciò che un tempo mi rendeva felice adesso mi rende inquieto: un abbraccio, un bacio, una carezza.

Le emozioni che riuscivo ad esternare cominciano ad implodere una dopo l’altra in un lento decadimento interiore.

Cosa fare per mantenere una parvenza di normalità? Per non rassegnarsi agli eventi?

Scrivo.

In questo mondo fatto di parole non serve la mascherina, non ci sono filtri che devo necessariamente utilizzare, o meglio, quelli che scelgo di inserire sono frutto di un’azione volontaria, libera ed eventualmente reversibile.

Se c’è una cosa che fino ad oggi mi ha aiutato in questo marasma di informazioni, ipotesi, teorie complottistiche e terrore diffuso è senza ombra di dubbio il vivere per un paio d’ore al giorno nella mia testa.

Un posto caotico magari, inverosimile, affollato da idee utopiche ma indubbiamente libero da tutto ciò che nel reale mi soffoca.

Ma questa pausa dal mondo reale sta diventando sempre più frequente.

Giorno dopo giorno passo sempre più tempo nei corridoi lunghi e ricorsivi della mia mente, poco per volta è il mondo reale a diventare la pausa da quello introspettivo.

Ma in fin dei conti, cosa è rimasto di reale al mondo che viviamo adesso? Tutti percepiamo una precarietà dilagante, il terreno frana sotto ai nostri piedi erodendo ogni giorno un pezzettino di quella speranza che stiamo difendendo strenuamente.

Nulla è come lo ricordavamo e ci siamo abituati a non uscire la sera, a non ritrovarci con gli amici, a non andare al cinema e a vivere come un’evasione il momento della spesa.

Sembra una barzelletta che non fa più ridere.

Qualche giorno fa ho letto una frase, a mio avviso emblematica e che descrive alla perfezione la nostra condizione: “Siamo tutti online ma nessuno è connesso”.

Al momento credo che non ci sia nulla di più vero, perché dietro al like di Instagram, al post su Facebook, ad una reaction durante una diretta, al giocare online in maniera spasmodica e alle videochiamate imperanti si nasconde il profondo bisogno di un “qui ed ora”.

Abbiamo bisogno che la distanza dello schermo venga annullata e rimpiazzata dal profumo di un caffè condiviso al sole, dalle risate dovute al bicchiere di troppo dopo una serata con gli amici, dal caos delle piazze, dall’euforia dei concerti, dal fiato corto dopo una corsa che ti porta a prendere il treno che stai per perdere, dalla musica nelle orecchie mentre l’aereo sta per atterrare e tu immagini ciò che vivrai da lì a poco.

Abbiamo bisogno di qualcosa che ci ricordi ogni giorno per cosa stiamo combattendo e non ci lasci navigare dentro ai frammenti di quello che abbiamo vissuto in un tempo passato.

Questa è una guerra in cui ogni giorno è importante respirare un po’ di vita da dietro quegli strati che portiamo davanti al naso e alla bocca e che, tutelandoci, nascondono parte della nostra identità al mondo.

È una guerra che ci ha lasciato un grande insegnamento:

“Con tutta la freddezza possibile, se si ha fiducia nel carattere mitico della Pandemia si deve raccogliere uno dei messaggi più taglienti che porta nel ventre. Esso dice, con una chiarezza molto sgradevole, che, nel saldo collettivo di un’intera comunità, morire meno e morire meglio non significa vivere di più e vivere meglio”. [Alessandro Baricco]

Lorenzo La Rosa

Foto di Lorenzo La Rosa