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Nella società odierna, è molto difficile imbattersi in dibattiti e discussioni, sia pubbliche che private, che procedano e si concludano in maniera pacifica.

Che si tratti di discussioni pubbliche in televisione, sui giornali, o semplicemente di commenti sui vari social, la tendenza che chiunque può osservare è quella della ferocia e dell’attacco. Ognuno, ogni partecipante in causa, sente il bisogno di prevaricare, schiacciare, umiliare la parte avversa, fino ad ottenere la vittoria o, nel migliore dei casi, una ragionevole soddisfazione (una ragione intesa soggettivamente, sia chiaro).

È come se gli individui non accettassero più di poter avere torto, di poter sbagliare. Tutti pretendono la ragione, e la pretendono perchè i problemi quotidiani sono cosi pressanti, la vita è cosi dura e difficile, che ottenere la ragione sembra un piccolo contentino che può bastare, almeno per andare a dormire se non sereni, perlomeno soddisfatti. Il tutto è alimentato dai cosiddetti social, piattaforme che, dalla loro creazione permettono a chiunque di ottenere informazioni, seguire le notizie, interagire direttamente con personaggi politici e televisivi. Il lato oscuro di queste piattaforme è proprio la facilità con cui chiunque può inserire una notizia, o un commento, senza dover subire un qualche tipo di controllo, e senza il bisogno, una volta fondamentale, di citare e verificare le fonti da cui la tale notizia è stata estratta.

Certo, chiaramente esistono meccanismi, insiti nella rete, che permettono di controllare e bloccare eventuali termini e dichiarazioni ritenute eccessive e brutali. Ma, come stiamo assistendo in questi giorni, spesso queste censure vengono utilizzate contro pagine che vogliono semplicemente diffondere atti di terrorismo ed estrema violenza commessi contro un popolo, come nel caso dei curdi, attaccati e sistematicamente bombardati dalle truppe di Erdogan. Moltissime pagine facebook che sponsorizzavano aiuti e notizie per il popolo curdo sono state oscurate.

Ma per non divagare, tornerei all’argomento iniziale.

Tutta questa libertà offerta dalle piattaforme social sono diventate una sorta di sfogo per gli utenti: ogni notizia ha sotto di essa la sua bella dose di commenti.

Basta prendere una qualsiasi notizia, mettere un commento un po’ più acceso del solito, una risposta a tono, e il disastro è servito: offese, minacce di morte, insulti pesantissimi, il tutto condito dai vari likes di turno. Ci sono commenti che arrivano quasi in contemporanea, non passano neanche una manciata di secondi. Questo significa che ci sono persone, e non poche, almeno secondo la mia opinione, che passa le giornate davanti a questi siti, pronto a offendere, giudicare, pontificare, e, in sostanza, pronto a dare sfogo a tutto ciò che di sbagliato c’è nella sua vita, al sicuro nella sua casa, senza dover affrontare effettivamente qualcuno. I social si sono lentamente sostituiti alla società, hanno iniziato, già da molto tempo, ad offrire quelle possibilità di evasione e di svago che prima risiedevano in altro.

Citando Turner, nei suoi studi sui rituali delle popolazioni ndembu dello Zambia, possiamo parlare della figura del divinatore, ovvero colui che è in grado di risolvere i conflitti sociali attraverso i rituali. Ampliando questa visione, e tralasciando le spiegazioni approfondite sul lavoro di Turner, che richiederebbe circa altri infiniti articoli, si può dire che se in passato gli individui si sfogavano e dimenticavano le pressioni quotidiane attraverso le festività classiche, quali Natale, Carnevale ecc, ora questo sfogo lo troviamo sulle piattaforme sociali, che, in assenza di controlli, permettono sfoggio di brutalità e intolleranza, e la possibilità, per tutti, di esprimere qualsiasi tipo di pensiero e considerazione senza la necessità di informarsi prima.

In breve, credo si possa parlare della fagocitazione del social sulla società. Ora basta una connessione e un pc, o uno smartphone, per dare vita a veri e propri drammi sociali, che non prevedono più la necessità di un posto fisico per essere consumati.