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È naturale perdersi nella bellezza di quest’isola e soffermarsi, con lo sguardo incantato, sul panorama mozzafiato che si estende in ogni direzione. Che il viaggiatore sia nell’entroterra o sul litorale, il suo cuore ha di che interrogarsi sulla mano che ha disegnato questo paradiso, sul vento che ha scolpito la sua geografia, sull’uomo che l’ha presa in prestito venendo spesso meno al suo ruolo di guardiano.
È naturale innamorarsi dei luoghi che offre alla vista, regali che devono solo essere custoditi. E mirati.
Si è detto e si dirà che è come infatuarsi di una bella donna, dalla sagoma perfetta e dal cuore duro, pronta a farsi guardare ma non disposta a ricambiare.
Come il mare freddo che la circonda, che accoglie e rigetta al tempo stesso.
La geografia presenta una regione triangolare, chiamata in origine Trinacria appunto, bagnata da quel mare che è una perenne zona di transito e che l’ha resa bella e complessa com’è: popolazioni e culture si sono succedute e intrecciate nella vita isolana creando e cambiando, ogni volta.
Il versante orientale è bagnato dal mar Ionio e i due occidentali affacciano uno sul Tirreno e uno sul mar di Sicilia, che la separa dall’Africa. Tre nomi, un unico mare. Mediterraneo.
Di cui è l’isola più grande e, storicamente, la più strategica.
L’epoca antica è caratterizzata dalle colonizzazioni fenicie, greche e romane, ancora rintracciabili nelle fondamenta e nei resti dei porti, dei teatri, degli edifici religiosi.
Nell’epoca medievale diventa campo di scontro tra i bizantini e gli arabi, decisi entrambi a dominare un territorio privilegiato sui traffici e le rotte mediterranee. Poi i normanni, gli angioini e gli aragonesi.
Palermo e Messina diventano i punti di riferimento del Regno delle Due Sicilie, con Napoli più a nord.
L’epoca contemporanea affida alla Sicilia un ruolo chiave sia per l’unificazione della penisola, sia per la svolta della seconda guerra mondiale, senza dimenticare che nel bel mezzo della Guerra Fredda è stata l’ultimo avamposto occidentale sotto la Cortina di Ferro, con le annesse conseguenze politiche e culturali, scelte o imposte.
Terra di sbarchi impressi nella memoria storica.
Terra di tradizioni e innovazioni, di incontri e scontri, culture e subculture.
Terra di tesi, antitesi e sintesi. Trinacria.
I fatti e le contraddizioni storiche lasciano momentaneamente spazio a ciò che il viaggiatore può osservare, da una vettura sull’autostrada a due corsie, dalla spiaggia di sassi, dalle acque fredde del mare, da una roccaforte su un promontorio. È la vittoria della bellezza, che si afferma con forza sui pregiudizi e sugli errori di un custode incapace e talvolta sovversivo.
Il paesaggio marittimo fa sponda con quello collinare, in un tetris ordinato di sfumature verdi, tra coltivazioni e pascoli, intervallati da imponenti pareti rocciose.
Qua e là, macerie e resti di casolari in pietra su vasti campi assolati, a testimonianza di una esistenza che è stata, prima delle industrie portatrici di nuove esigenze e delle strade asfaltate, arrivate a disturbarne la vita dei campi. L’estensione del territorio, sia urbano che rurale, disorienta e affascina allo stesso tempo.
Sicilia a perdita d’occhio.

Si parte, dunque, per un tour ipotetico, uno di mille possibili, alla scoperta di una parte del tutto.
Il primo collegamento con la terraferma del Belpaese è costituito idealmente da un ponte, sponsor politico-criminale, immaginato e mai realizzato, sullo Stretto di Messina.
Il viaggio comincia proprio dalla provincia di Messina, una tra le prime colonie greche in Sicilia con il nome di Zancle, che condivide le sue acque con Reggio Calabria, in un perimetro marittimo reso celebre da Omero con il suo mito di Scilla e Cariddi.
Scendendo sul litorale si incontra la spiaggia di Santa Teresa di Riva, spesso insignita del riconoscimento di Bandiera Blu: nei giorni di settembre, crepuscolo estivo, regala la sua tenera ghiaia ad un pubblico sparuto che può godersi l’acqua cristallina senza le folle che la occupano nei mesi di alta stagione.
Nel centro storico sorge la Torre Saracena, una palazzina la cui costruzione risale al Medioevo, chiamata così dagli aragonesi e usata come torretta di controllo per avvistare i pirati turchi – saraceni – e preparare le difese.
Pochi chilometri più a sud, si incontra Taormina, gioiello che si erge sul promontorio del monte Tauro.
Un incrocio di stradine piene di gradini dipinti da tinte sgargianti, affluenti della via principale, Corso Umberto I, calpestata da migliaia di visitatori inebriati dalla vista disponibile dalla terrazza panoramica sul Golfo, posta di fronte al Duomo. Scrittori del calibro di Nietzsche, Goethe, D’Annunzio hanno trovato qui ispirazione e sfogo creativo. Una Grande Bellezza made in Sicily, che vanta una sua “dolce vita”, fatta di trasgressioni e cene a luci rosse. Lo sfarzo smodato e gli scandali, però, lasciano il posto all’incanto dell’Isola “Bedda”, un isolotto privato che sboccia in mezzo al Golfo, raggiungibile da una timida striscia di ghiaia e sabbia, unica parte pubblica tra lidi privati.
Un’autentica perla, che vale il prezzo del biglietto.
Da una parte il mare, dall’altra l’Etna, padrone indiscusso della provincia di Catania, con le sue fiammate di magma incandescente che illuminano il cielo.
Le sue colate convergono nella Valle del Bove, un cimitero di lava formatosi oltre 60.000 anni fa.
Dopo aver percorso mezza A18 (Messina-Catania), passando per la Riserva Naturale de La Timpa, promontorio a ridosso della costa di Acireale, si giunge ad Aci Trezza, patria dei Malavoglia.
Verga a parte, torna in cattedra Omero: i Faraglioni che spuntano a largo della costa sarebbero quei massi che Polifemo, appena accecato, tenta di scagliare sulle navi di Odisseo in fuga.
L’epica omerica spiega, a modo suo, la presenza di questi grossi scogli che ornano il litorale, famoso anche per i basalti collonari, prodotti dal raffreddamento lavico etneo, che ne caratterizzano il porto, e tutta la Riviera dei Ciclopi, che si estende fino ad Aci Castello.
Dopo aver riletto qualche pagina sulle vicende familiari di Padron ‘Ntoni, il viaggio riprende verso sud.
Superata Catania, la Milano del nord per capacità produttive e movida, si apre la provincia di Siracusa, il cui litorale è rovinato per decine chilometri a causa dello stabilimento petrolchimico di Priolo, motore economico e inquinante, con sbocco, chiaramente, sul mare.
Le città adiacenti, come Augusta, sono in attesa di un depuratore da oltre quarant’anni.
Entrando a Siracusa, si ritorna al bello: fondata dai Corinzi, storica rivale di Cartagine, polis tra le più celebri della Magna Grecia, il suo Teatro Greco è stato centro vitale, politico e artistico, della città e oggi arena per spettacoli e concerti.
La parte più antica della città è un’isola, collegata da un piccolo ponte artificiale, chiamata Ortigia.
Qui c’è il Duomo di Siracusa, agli albori tempio greco dedicato ad Atena, poi prima chiesa cristiana dell’Occidente in epoca bizantina, dopo ancora moschea islamica, tornata chiesa cristiana con i Normanni: dopo il terremoto del 1693 che ne ha distrutto un’ampia parte, oggi ha fondamenta – e il lato sinistro – di origine greca, un’altra parete di architettura araba, il tutto saldato dallo stile barocco.
Il Castello Maniace è una fortezza a strapiombo sul mare, voluta da Federico II di Svevia, oggi zona di passeggio romantico; lì vicino c’è una piccola oasi che sfocia nel mare ha sulle sue rive piante di papiro autentico.
Un’altra perla del siracusano è Marzamemi, capitale dello stile barocco, location privilegiata per molti film d’autore: in una serena notte di mezz’estate, la luna piena accompagna il viaggiatore tra le vie colorate dove un tempo tutto era pesca e tonnara.
Si ritorna in autostrada, tagliando la provincia di Caltanissetta per arrivare in quella di Agrigento, dove la Valle dei Templi proietta la mente in un’era lontana.
Patrimonio UNESCO, è il sito archeologico più grande del mondo.
Qui, la mitologia greca si fa architettura: si possono mirare i resti di dieci templi dedicati alle divinità dell’Olimpo. Il viaggiatore può adoperarsi in selfie acrobatici e restare incantato sull’idea di un tempo passato, non vissuto ma immaginato. Tra quelle antiche rovine, la storia resta immutata.
E intorno la vegetazione prospera rigogliosa, ad impreziosire la cornice grafica.
Onorando il richiamo del Mediterraneo, si ritorna sulla costa, sino alla Scala dei Turchi, una parete di roccia calcarea, messa lì, a respirare mare, in secoli di storia. Un grande sorriso bianco, che si apre sul blu, riflettendo la luce del sole, tra due spiagge zeppe di turisti, più o meno abili scalatori.
Dopo una sosta nella città termale di Sciacca, si ritorna nell’entroterra, alla scoperta di un altro gioiello: Caltabellotta, chiamata Triokala dai colonizzatori greci e Qal’at Al-ballut dagli arabi, luogo in cui termina la guerra dei Vespri Siciliani contro gli angioini.
Grazie ad una scalinata attorcigliata sulla parete rocciosa, è possibile raggiungere uno dei punti più panoramici della Sicilia: su questa terrazza naturale, la vista si estende sulle colline e sui campi sottostanti per centinaia di chilometri, fino a raggiungere il mare di Sicilia. Per quasi 360°, lo sguardo del viaggiatore si perde tra i colori rurali, fino ad una tavola blu, che bacia il cielo azzurro all’orizzonte.
Sicilia a perdita d’occhio.
Oltre il confine fra terra e mare, non visibile, l’Africa, quella dei porti sicuri.
Nel mezzo, barconi e corpi senza vita.
Sicilia, terra di sbarchi.
E oggi?
Quante emozioni contrastanti, qui sopra.
Il tour riprende verso l’estremo occidentale, la provincia di Trapani, le sue contrade, le sue saline, i suoi vasti campi. Da Erice arroccata e avvolta nella nebbia che sale mentre scorre la giornata, allo stagnone di Marsala che porta a Favignana, passando dalla Riserva dello Zingaro: il viaggiatore deve solo scegliere dove andare.
La Tonnara di Scopello, tra altri Faraglioni, è una chicca per i bagnanti, addossati non a caso gli uni agli altri, come tonni: gli appassionati di immersioni, però, possono godere serenamente della vita sottomarina.
Dirigendosi a nord, tocca alla provincia di Palermo.
Trappeto e Corleone sono agli antipodi: la prima affaccia sul Tirreno ed è patria dell’opera sociale di Danilo Dolci; l’altra nasce in una zona montuosa e sembra respirare a fatica, portando il peso di cognomi violenti e sanguinari. Si arriva poi nel capoluogo di regione.
Guidare nella giungla palermitana è un’esperienza mistica: non contano i segnali convenzionali, conta l’atteggiamento dell’autista. Una guida spavalda e prepotente annienta le logiche condivise, ma dà valore alle abilità del viaggiatore paziente. Oltre la strada, “è città greca per le sue origini, per la luminosità del suo cielo e per le mètopi del suo museo, di bellezza non inferiore a quelle di Olimpia. È città romana per il ricordo delle sue lotte contro Cartagine e per i mosaici della villa Bonanno. È città araba per le piccole cupole di alcune sue chiese, eredi delle moschee. È città francese per la dinastia degli Altavilla che l’abbellirono. È città tedesca per le tombe degli Hohenstaufen. È città spagnola per Carlo Quinto, inglese per Nelson e Lady Hamilton”. Roger Peyrefitte riassume così l’ingranaggio palermitano.
Il vento forte che ne scuote la costa, addensa nuvoloni plumbei e agita le onde, scolpendo in un moto quotidiano e perenne le rocce che la circondano, imponenti e maestose.
Questo vento forte scombussola i pensieri.
Le onde si increspano di continuo.
Ad un tratto, il ricordo di un boato. Non è l’Etna. È Capaci. È Via D’Amelio.
Insomma, Sciascia chiosa così: “la contraddizione definisce Palermo”.
La contraddizione definisce la Sicilia, storia antica incorniciata in deliziosa geografia, con quell’immenso Mediterraneo a cullarla.
Meta caldamente consigliata, bella e complessa com’è.
Sicilia a perdita d’occhio.

Ph: Lorenzo La Rosa