Tempo di lettura: 6 minuti

Un kilometro. Eppure dovevano essere due. L’aveva percorso miliardi di volte quell’ammasso di rocce che si staglia tra il porto e la spiaggia, una sorta di barriera tra due mondi opposti.

Ogni volta si era chiesta per quanto avesse camminato, ma tempo e distanza erano sempre finiti per essere misurati in pensieri, canzoni ed emozioni.  Si era affezionata a quelle stime, a quei dibattiti interni che variavano dai cinque pensieri felici all’uno triste. Si era promessa allora che non avrebbe mai verificato numericamente, e che anzi non avrebbe mancato, nemmeno una volta, di chiedersi quanto il percorso fosse durato.

Oggi era incerta. Non riusciva a classificare completamente le proprie emozioni, ma il dibattito si era concluso con una media di tre pensieri tristi e uno di speranza.

Sedeva alla fine del molo, sulle rocce più grosse e ruvide. La gonna le copriva poco della gamba, così aveva infilato le mani sotto le cosce a fare le veci del tessuto. Già sapeva che sarebbero diventate rosse e che le palme sarebbero divenute lo stampo dell’andamento grezzo su cui erano premute. I piedi, stanotte, erano a penzoloni dalla parte del porto. Non c’era il viavai del fine settimana, ma comunque percepiva lo stupore dei passanti dietro le luci degli yacht ormeggiati. Mangiavano il gelato e, tenendo per mano chi il figlio chi la fidanzata chi il marito, quasi inconsapevolmente mettevano in proporzione le umili barche dei pescatori poco distanti con i colossi che sognavano di possedere. E mentre si immedesimavano a sorseggiare vino costoso nella vetrina che erano i salottini di quelle grandi imbarcazioni esibizioniste, dimenticavano i pescatori che silenziosamente già preparavano le reti per l’indomani o che, consapevoli dell’alzata prevista per il mattino seguente, già dormivano.

E così ci si dimenticava anche degli impiegati di banca, come lei. Quelli che senza ribellarsi accettavano l’impiego di cassiere in attesa di una carriera che, se anche fosse arrivata, non sarebbe stata soddisfacente. Di loro ci si ricordava quando c’era bisogno di un capro espiatorio. Allora sì che si accendevano i riflettori. Tutti, dagli anziani (i più accaniti di tutti) ai servizi dei telegiornali.

Aveva sempre pensato che se avesse studiato le materie più pesanti, se fosse stata sempre impeccabile, avrebbe avuto successo e con quello la felicità. Adesso, dopo due ore di straordinari perché i conti non tornavano e la ricaduta della colpa su di sé, aveva il presentimento che quel cieco affidamento sullo stacanovismo sarebbe stato la sua condanna più che il suo vizio.

Ripensò all’estate di qualche anno prima, quando aveva conosciuto quella ragazza dai capelli lunghi e increspati dalla salsedine, raccolti in una treccia corposa. Le venne in mente quella sua certezza nella passione per l’architettura. Proprio lì, dove era seduta ora, l’aveva incontrata. Era la prima volta che trovava il “suo” posto contaminato e ne era stata infastidita. Poi, non potendo cacciarla e trovando imbarazzante più che maleducato stare seduta accanto a lei, le aveva rivolto la parola. Anche perché la stava distraendo dalle riflessioni quotidiane, e allora tanto valeva.

Rebecca, si chiamava.

“Piacere, Viola” si era poi presentata lei.

“Sono qui in vacanza con mia mamma, perché mio padre si è già trasferito a Copenaghen”

Così aveva cominciato ad incuriosirla e a portarla ad incalzare la sconosciuta di domande.

“Copenaghen, perché? Se non sono maleducata”

“Deve progettare un ponte. E’ un ingegnere, ma è grazie a lui che ho scoperto l’architettura”

“Studi architettura?”

“Mi mancano tre anni. Per carità mi piace anche studiarla. Ma mi fremono le mani”

E così, senza nemmeno richiederle troppi sforzi nel ricercare domande adatte, le aveva rivelato quell’amore disincantato per la progettazione di edifici. Quanto le paressero magiche le geometrie, le proporzioni, e quanto le piacessero ancor di più se scardinate e rovesciate. Quanta fantasia e quanta arte si potessero inserire in una professione che da troppi veniva etichettata come fredda e matematica.

“Poi certamente seguirò mio padre in Danimarca, voglio lavorare in squadra con lui.”

Poi si era spenta, senza lasciare spazio a timori, preoccupazioni, possibilità di fallimento o progetti che non suonassero trasognanti.

Li aveva omessi con una maestria tale che nemmeno Viola avrebbe avuto possibilità di mostrarle qualche dubbio che, in una mente razionale come la sua, non aveva potuto evitare di nascere.

Dentro di sé aveva sul momento deriso la bizzarria di quel turbine di capelli ed entusiasmo.

Adesso, però, le ronzava instancabilmente nella testa la domanda che in conclusione le aveva posto Rebecca. Non le aveva saputo rispondere, ma così come non aveva dato peso al suo incontro quella sera, aveva rimosso quel punto interrogativo.

“A te cosa piace?”

La risposta che le appariva chiara ora, forse le si era formulata allora. E se non lo aveva fatto avrebbe dovuto. A lei non piaceva nulla di ciò che faceva. Lo faceva e basta, perché andava fatto, ed era felice quando l’aveva completato, credeva. Ma quello non era che precario sollievo. Si mens non laeva fuisset avrebbe detto ora Virgilio : se solo allora non fossi stata stolta.

Come sempre accade nella vita è impossibile essere coscienti del presente. La mente sembra programmata per rivivere il passato e progettare il futuro.

Viola aveva sempre progettato il futuro in modo che si abbinasse con il passato. Aveva fatto passare per forza d’animo quel pedissequo intervento su se stessa che la portasse a ritenere di essere sulle rotaie che voleva. Che l’aveva portata a non discostarsene mai.

Eppure quella era stata pigrizia, per quanta energia vi avesse impiegato.

E più passava il tempo più cambiare le sembrava impensabile, folle. Le ruote scorrevano per inerzia su quelle rotaie. Questo era il risultato a cui era giunta.

Era sempre stata un bianco o nero. Più di una volta le era passato per la mente di stravolgere ogni angolo di sé, ma poi le era parso quasi contro le regole mostrarsi diversa da come si era disegnata.

Adesso, invece, mentre scorreva le offerte di voli per Copenaghen, osare si rivelava l’unica carta da giocare. Non sapeva se fosse un asso, o un semplice due di spade. Non le importava. In fondo si può fare scopa anche con quello, e se le circostanze lo permettono la carta in tavolo potrebbe anche essere un due di denari.

Inseriva i suoi dati, poi il codice della carta di credito. Infine sullo schermo compariva un “Congratulazioni, il tuo volo è stato prenotato!” sullo sfondo arancione di EasyJet.

Si aspettava che l’avrebbe ritenuta una pazzia la mattina seguente. Che si sarebbe svegliata e avrebbe compreso di aver buttato al vento qualche risparmio per una brezza di libertà.

Invece il giorno dopo stava davanti alla porta della vicina con in braccio il gatto “Mi spiace signora Anna, per qualche tempo non posso prendermi cura della sua Contessa. Parto per un viaggio”.

Era quasi un anno ormai che lo teneva lei perché alla raggrinzita signora della porta accanto ricordava troppo il fratello felino morto. Ma per quanto quel suo coraggio le sembrasse egoista non poteva permettersi di far vacillare questo suo impeto, aveva paura non sarebbe stato abbastanza forte da reggere l’urto e avrebbe abbandonato.

L’ultimo ad essere informato era stato il direttore. Al telefono gli aveva comunicato che avrebbe sfruttato le due ultime settimane di ferie. Ferie non concordate prima, atto scorretto e non da lei, ma di una lei qualsiasi, una lei che non aveva conosciuto prima e aveva bisogno di farlo. Una lei che lo stava facendo davvero, trascinandosi una valigia casuale dietro di sé e parlando al telefono assorta mentre passava i controlli. Apatica, vuota per essere riempita. Completamente ignara di cosa sarebbe capitato dopo.