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I gabbiani che planano e stridono sopra un gruppo di barche, adagiate sul pelo dell’acqua, che con la luce del sole assume sfumature caleidoscopiche e brillanti. Le voci dei portuali che rientrano dalla pesca, l’odore acre e forte del pesce. Un ponte da cui si possono osservare due diverse prospettive: da un lato lo sguardo spazia, fin dove consentito, fino al mare aperto, verso un confine che pare chiuso, ma che in realtà contiene in serbo meraviglie da scoprire o terribili tempeste. Dall’altro lato un insieme nutrito di barche e un canale destinato a terminare, un orizzonte ben più limitato, ma non privo del suo fascino. Questo è il porto che sono stata abituata a vedere fin da piccola, questa è la realtà in cui sono nata, cresciuta, in cui ho fatto le mie prime esperienze, versato le prime lacrime. Questo è il panorama in cui ho passeggiato in una luminosa giornata di sole, o barcollato in una calda notte d’estate. Ma la realtà del porto, o meglio, dei porti, è complessa, piena di sfumature. Esistono porti che fremono di attività, porti prettamente commerciali, che brulicano di persone, oggetti, pescherecci enormi, navi da trasporto cariche di merci, urla di persone in attività, impegnate a scaricare, caricare, contrattare, imprecare.

Esistono porti che brulicano di persone in vacanza, turisti: vacanzieri impegnati a sfrecciare da una parte all’altra, in arrivo, in partenza. Porti simili a film anni quaranta, con coppie nell’atto di baciarsi, salutarsi, litigare, fingere tristezze non sentite, allegrie non provate.

E poi esiste il lato oscuro dei porti. I porti dell’altra parte, quelli nascosti, quelli che non devono farsi vedere, quelli illegali, infidi, traditori.

Sono i porti che un numero sempre più elevato di persone decide di affrontare, all’insegna del rischio, della paura, del terrore. Questi porti, cosi terrorizzanti, cosi sbagliati, cosi politicamente strumentalizzati, sono un faro di speranza per persone il cui unico desiderio è quello di avere una vita. Una vita che non sia all’insegna della paura.

Una vita che non sia all’insegna della guerra, delle botte, della povertà.

Persone che vogliono una vita migliore non solo per loro, ma e soprattutto per i loro figli, fratelli, sorelle, genitori.

Persone che provengono dagli angoli più disparati del pianeta, ma che sono, e questo è essenziale, questo è il punto cardine, che sono persone. Persone con desideri, paure e pensieri. Persone che hanno commesso errori, persone gentili, persone con una propria storia alle spalle.

E tutto sommato, a ben vedere, questi porti non sono affatto oscuri. Sono immagini speculari dei classici porti prima citati. Sono gli stessi porti, ma come riflessi, come se si guardassero allo specchio, e si vedessero uguali, ma al contrario. Sono porti considerati oscuri dalla paura, dall’intolleranza, dall’ignoranza. Facili bersagli di campagne politiche, facilmente utilizzabili come esempi di ciò che non funziona, di ciò che è sbagliato.

In realtà questi porti dovrebbero essere visti come nicchie di speranza. Molti non ce la fanno, è vero. Molti rimangono al punto di partenza. Ma quelli che riescono, quelli che arrivano, che vengono aiutati, nutriti, protetti, loro sono una speranza. Loro sono quelli che possono ancora farcela, ad avere quella vita tanto agognata. E’ giusto credere che sia possibile. E’ bello credere che lo sia.