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Camminare per il quartiere di Nyhavn di Copenaghen quel sabato mattina le sapeva di casa. Gli uomini sulle barche del canale si muovevano con la stessa destrezza di quelli da cui si era allontanata. La giornata, meno intransigente sul grigiore del cielo rispetto al solito, sarebbe potuta essere una di quelle in cui con il sacchetto della panetteria contenente la solita conchiglia alla crema di nocciole si avviava verso scuola. Ripeteva le lezioni e con respiri profondi allontanava l’ansia.

Qui i sospiri erano di speranza, la conchiglia sostituita da una blåbœrsnurrer, una treccia al mirtillo della ormai abituale Meyers Bageri dal cui profumo era stata attratta la prima volta all’incrocio tra Store Kongensgade e Landgreven. La scelta era ricaduta sulla treccia e non aveva mai cambiato ordinazione. Aveva voluto essere banale quel primo giorno, lasciarsi trasportare dalla comunanza di “viola” che c’era tra il mirtillo della treccia e il suo nome. Per di più non poteva che essere segno del destino che quel giorno, per sentirsi stereotipo di donna nordica, avesse anche pazientemente raccolto i capelli in trecce. Certamente ci aveva impiegato cinque volte il tempo di una nordica di sangue e non le erano venute belle la metà, ma non si vergognava di mostrarle. Erano il suo inizio.

Questa mattina il panettiere le aveva fatto trovare un sacchetto già arrotolato per lei. Davvero le sembrava di aver costruito qualcosa.

Nel frattempo lo sciabordio e grida del canale si era mutato nel chiasso del traffico, non paragonabile certo a quello italiano. Talvolta si dimenticava di non esservi più, si sorprendeva a controllare di non pestare qualche porta fortuna e si scopriva su un marciapiede più pulito del pavimento di casa sua. Allungava la mano per dare l’elemosina alla solita vecchia sorridente all’angolo, e non trovava nessuno a raccoglierla gridandole una simpatica benedizione.

Poi però scorgeva le vetrine del Klassik Moderne Møbelkunst e la leggera nostalgia era velocemente sostituita dall’idea di Rebecca. L’avrebbe salutata con la solita arrogante ironia di cui aveva imparato a ridere.

Spingendo le pesanti porte d’ingresso aveva però incrociato prima gli occhiali Dolce e Gabbana dalla montatura pesante, poi, nascosto dietro quelli, Mikkel.

“Finalmente hai smesso di farti aprire dieci minuti prima! Hai scoperto che i numeri arabi sono adottati anche qui e finalmente letto gli orari di apertura?” L’aveva accolta lui. Rebecca doveva essere in magazzino, o in bagno, o intenta a servire qualche cliente, perché Mikkel stava coprendo la sua postazione. O forse aveva solo bisogno di recuperare sensibilità alle natiche vista la relazione conflittuale che aveva con l’Ant Chair che per lei era prevista.

“Cos’è? Sedersi sulla sedia di Rebecca implica l’adesione al suo sarcasmo?” Rispondeva lei.

“Scherzo. Non avrei mai ceduto a girare le chiavi prima dell’ora se non mi fossi stata simpatica. Anche se ammetto di averti fatto aspettare apposta qualche volta. Eri troppo carina lì, impalata, con il sacchetto in mano e lo sguardo degli amici di Pippi Calzelunghe davanti al negozio di caramelle.”

“Bene, userò questo mio superpotere di tenerezza per scopi più malvagi. Ma nel frattempo, Rebecca?” Arrivava poi al punto. Passavano i minuti e cominciava a stupirsi di non vederla.

“Non ha turni oggi” Rispondeva lui con finta noncuranza. Ma Viola, italiana, coglieva la falsità in chiunque.

“Dimmi la verità.”

“Non ha turni oggi. Clienti. Scusami ma devo occuparmene.” Era ad un tratto schivo, più freddo del solito. Avrebbe potuto insistere, ma era sicura non avrebbe ricavato nulla da lui, ed era uscita.

La sera a casa non era tornata. Le sue cose erano immacolate, non aveva portato via nulla. Convinta di sapere dove trovarla era andata al Vega, il suo locale preferito. Era piaciuto anche a lei, ma forse solo perché l’aveva vissuto con Rebecca. Entrandoci quella sera sarebbe potuto essere un altro. Non aveva nulla di ciò che si era impresso in lei. Aveva percorso tutti e tre i piani di musica più di una volta. Era passata dal Blues al Rock and Roll alla Techno più di una volta, con sbalzi di era che le avevano fatto girare la testa.

Di Rebecca non c’era traccia. Dopo circa un ora e il fischio nelle orecchie stava quasi per arrendersi quando aveva intravisto i contorni di un viso noto. Sander. Sander senza Rebecca. Un’ombra di Rebecca ma pur sempre qualcosa. Gli si era fiondata incontro.

Come i bambini gli aveva picchiettato indice e medio sulla spalla. Poi aveva avuto paura di averlo irritato e desiderato di aver attirato la sua attenzione in altro modo, ma lui si era voltato cordiale.

“Viola! Cosa ci fai qui?”

“Rebecca, non la trovo”

“Questa sera il pianista è sublime, non trovi?” Sviava la conversazione, sembrava tutti sapessero, tutti fossero tranquilli, ma nessuno volesse parlare. Da una parte razionalmente la rassicurava, dall’altra la innervosiva e accresceva la sua preoccupazione.

“Sander, Rebecca è scomparsa, da stamattina”

“Tornerà, fidati. Perché non ti siedi con noi?  Ti prendo un Old Fashioned, li fanno benissimo qui!” Aveva sorriso, gli aveva indicato i suoi amici al tavolo che apparivano informali e allegri, con sicurezza fatto un cenno al cameriere.

“Sander, non sono tranquilla.”

Aveva inalato una quantità di aria che le era parsa infinita, poi l’aveva condotta ad un altro tavolino. L’ Old Fashioned era arrivato davvero e non poteva contraddirlo. Incredibilmente buono. Sul tovagliolino bagnato con una mezzaluna di drink scivolato dal bicchiere aveva scarabocchiato qualcosa e l’aveva messo nella tasca della giacca di Viola.

“Lo leggi domani mattina, adesso, ARRENDITI AL SABATO SERA!” Si era alzato avviandosi con gli altri nella sala del Rock and Roll urlando l’ultima parte della sera.

Viola non sapeva se ad accettare fosse il cocktail o lei stessa, ma alla fine aveva ceduto.

Il biglietto da leggere la domenica mattina era stato aperto, per la verità, non prima del mezzogiorno. Colpevole, l’alcol della sera prima.

Un po’ sbiadito poteva ancora leggersi un indirizzo. 31, Otto Benzos Vej, Århus.

L’aveva digitato su Google. A 300 km da Copenaghen, i treni dalla stazione partono ogni 1-2 ore, il biglietto costava 7 corone danesi.

Mezz’ora dopo si era trovata più addormentata che sveglia alla stazione centrale, il biglietto in mano e il treno pronto al binario, per quanto per la partenza avrebbe aspettato un po’.

Si era seduta sul sedile rivolto nella direzione opposta a quella del treno. Le era sempre piaciuto vedere l’espressione del viaggiatore che osservava il paesaggio che lei avrebbe apprezzato dopo, e mentre quello scorreva sul finestrino cercare di supporre se avesse suscitato in lei le stesse emozioni che avevano colto l’altro.

Questa volta le era andata male. Il casuale compagno di viaggio aveva cominciato a russare sonoramente a due minuti di distanza da Copenaghen e aveva smesso all’annuncio dell’arrivo ad Århus, ma solo perché con un tocco di scocciatura quello di fianco a lui l’aveva scosso senza troppi scrupoli.

Tra sé un po’ maliziosamente aveva pensato ‘Ben gli sta’. Le aveva rovinato il gioco.

L’indirizzo corrispondeva a un blocco condominiale in mattoncini di un marrone caldo. Sul tovagliolo Sander aveva aggiunto ‘Citofona Besozzi’. Aveva risposto una voce anziana, in danese, ma Viola aveva prontamente ovviato al problema scandendo “Sono V I O L A”.

Aveva captato solo il suo di ciò che l’anziana in qualche suono duro e sconosciuto aveva comunicato a chi era con lei. Il portone si era aperto. Poi la voce di Rebecca l’aveva informata “Quarto piano”. Il tono non era identificabile. Né infastidito, né stupito, né felice, né rassegnato. Poteva essere la voce del navigatore.

Quando le aveva aperto però il suo sguardo era commosso, forse un po’ imbarazzato. Un qualcosa che mai avrebbe disegnato su Rebecca se le avessero chiesto di fare un ritratto che la rappresentasse, eppure forse il più vero che le avesse visto.

“Vieni” L’aveva invitata ad entrare, senza chiedere perché e come si trovasse lì.

“Lei è Jonna, la donna di casa, sta preparando le frikadeller, ti piaceranno, sono polpette di carne macinata servite con patate lesse e cavolo rosso. Lei le fa da vera danese ma in fondo hanno qualcosa di quelle che mi faceva anche mia nonna.”

Jonna aveva superato la cinquantina, non tingeva i capelli ma aveva un aspetto ancora ordinato ed elegante. Al sentirsi nominare, nel dubbio, aveva emesso un “Goddag”, un “Salve”.

Dall’altra stanza a una bambina era scappata una risata.

“Seguimi.” Aveva detto Rebecca prendendomi la mano, forse felice di finalmente condividere qualcosa di grande con qualcuno. Di essere stata cercata, che qualcuno non le avesse dato retta quando categoricamente vietava di farlo, in una parte di sé sempre sperando di non essere ascoltata.

Nella sala arredata in modo sobrio ed elegante stonava un tappeto colorato su cui si rotolavano riccioli morbidi e sorridenti, imploranti pietà dal solletico dell’uomo che la tormentava dalla sedia a dondolo in legno chiaro levigato.

“Papà, lei è Viola, te ne ho parlato. Viola, loro sono mio papà e mia sorella.”

Non doveva avere più di tre anni. La donna con cui il padre l’aveva avuta non aveva potuto tenerla, aveva una famiglia; il marito avrebbe anche  sopportato di convivere con la consapevolezza di un tradimento, ma non con la presenza di una figlia non sua in casa. E così era rimasta a loro.

Viola la guardava a distanza con tanto affetto che la bambina doveva sentirla abbracciarla.

“A volte mi sembra solo che abbia bisogno di una madre. Allora vengo qui.”