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La paranoia del regime egiziano per gli studenti universitari sembra non avere fine.

Ad aprile avevamo accennato dell’arresto di Ahmed Samir Santawy, uno studente egiziano frequentante un Master in Antropologia e Sociologia presso l’Università centrale europea di Vienna.

Come previsto, anche la sua vicenda non è finita bene.

A dicembre 2020 era rientrato in Egitto per festeggiare il Capodanno con la famiglia, ma al suo arrivo in aeroporto era stato bloccato e interrogato sugli studi che stava compiendo all’estero e rilasciato subito dopo.

Durante il mese di gennaio la polizia egiziana aveva invece preso di mira i suoi genitori: dopo aver perquisito illegalmente la loro casa in piena notte, avevano cercato Ahmed, che quel giorno era assente.

Il ragazzo, dopo aver preso appuntamento presso la stazione di polizia de Il Cairo per il primo febbraio, è scomparso. Vittima di una sparizione forzata, si sono avute sue notizie solo dopo diversi giorni.

Come Zaki, anche lui è stato bendato e torturato mentre era sottoposto all’interrogatorio.

Ahmed è comparso davanti alla Procura Superiore per la Sicurezza dello Stato* solo due volte a febbraio. Accusato di diffusione di notizie false e appartenenza a gruppo terroristico – stesse imputazioni rivolte anche a Zaki – è stato condannato a quattro anni di pena detentiva per pubblicazione di notizie false sulla base di alcuni post (forse nemmeno riconducibili a lui) divulgati su Facebook in cui avrebbe criticato moderatamente la gestione della pandemia in Egitto.

Dalla pagina Facebook Free Ahmed Samir si apprende che il ragazzo è in sciopero della fame da mercoledì 23 giugno. Sembrerebbe non servire a molto cercare di dissuaderlo dal perseguire questa scelta: “non sono un criminale. O esco o muoio”. A quanto pare, per lui la morte non differisce molto dalla sentenza che deve scontare in carcere, considerando che vi ha già trascorso sei mesi.

Così, se per il caso Zaki permangono (forse) ancora delle speranze, nonostante le sue udienze vengano rinviate ogni 45 giorni, per Ahmed non c’è più nulla da fare.

Ahmed rappresenta la sconfitta dell’Europa prima ancora della vittoria del regime di al-Sisi.

Non possiamo ignorare questi fatti pensando che tanto sia Ahmed che Patrick sono cittadini egiziani e non europei. Giulio Regeni era italiano ma questo non lo ha salvato, tantomeno gli sta rendendo Giustizia.

Entrambi hanno deciso di studiare in Europa e sono impegnati nella costruzione di un mondo più equo, affinché i Diritti vengano estesi a tutti (noi occidentali compresi) e non rimangano un privilegio di pochi.

Eppure dov’è l’Europa per Ahmed? Per Patrick è in corso una mobilitazione internazionale al fine di non disperdere l’attenzione sul suo caso e infatti, in occasione della recente partita degli europei disputata tra Italia e Galles, alcuni giornalisti della Rai hanno indossato un braccialetto recante la scritta #freepatrickzaki. Anche l’ex calciatore Marchisio ha partecipato a questa iniziativa proposta da Amnesty International Italia, che gli ha recentemente conferito il premio Sport e Diritti Umani 2021.

Le parole non bastano più, ci vogliono azioni concrete.

Quanti Regeni, Zaki e Santawy sono necessari prima di un serio intervento ammonitivo nei confronti dell’Egitto?

Scusaci Ahmed. Vorremmo prometterti che non accadrà più, ma non ne abbiamo la certezza.


* Procura specializzata focalizzata sulle indagini relative ai crimini di sicurezza dello Stato