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Da qualche mese mi ero trasferita a Como per lavoro. Non mi piaceva stare lì, ma ci stavo. Per fortuna il mio ragazzo era con me e questo rendeva tutto meno grigio e desolante. Pian piano iniziai ad abituarmi a questa nuova vita, molto diversa dalla ormai viziata routine accademica (sveglia alle 11, lezione alle 16, lavoro dal pc…aperitivi).

Le persone del luogo non ci parlavano…non avevamo amici. Eravamo riusciti a trovarci un buonissimo sushi vicino a casa, pure a buon prezzo. Sotto casa nostra c’era una palestra…avevamo pensato di iscriverci, sapete no per fare qualcosa e non stare sempre chiusi nei nostri romanticissimi 40 metri quadrati (forse di meno, non so).

Tutto a un tratto, il panico. Primi casi di covid-19 a Lodi e nella bassa Lombardia. Mascherine, no ai cinesi, sì ai cinesi ma no ai meridionali, sì i terroni no i polentoni, chiudiamo, apriamo, apriamo i porti, chiudiamo le finestre, no forse era il contrario.

Tempo due settimane mi ritrovo a Torino a casa della mia famiglia. Antonio ritorna in Calabria tipo fuga da Alcatraz.

Bè, sono ancora qua. Con smart working e tutto il resto.

Quel luogo da me tanto odiato da mesi tiene in quarantena tutte le mie cose, che sento lontane e insicure. Il mio ufficio è un ricordo, così come il mio senso di appartenenza. Qual è veramente casa mia?

Io qua a Torino mi sento a casa. Le vie che conosco anche dovendole percorrere in modo limitato e con l’ansia del contagio. Mi manca Antonio e la sua casa in riva al mare. Como mi manca? Non lo so. Forse no. Le mie cose laggiù non le sento al sicuro.

Apolide nel mio stesso Paese, aspetto che qualcosa si sblocchi, aspetto un segnale forse anche a me sconosciuto. Vivo come un lungo salto nel vuoto. Voglio tornare alla normalità, ma non so quale sia la normalità che mi piace. Vivere per lavorare o lavorare per vivere era tipo. Io non lo so, ciò di cui ho certezza è che casa è dove senti l’amore.

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