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Ricordo esattamente il giorno in cui persi la speranza.
Lo ricordo esattamente perché poco dopo -incredibilmente- la riacquistai.
Di quel giorno non dimentico nulla, nemmeno la sfumatura più impercettibile, piccola come un granello di sabbia lanciato per aria dal caldo Ponente che s’intrufola per le carreteras come fosse il più esperto dei cittadini.

Quant’è bella la mia città. L’ho vista crescere e nel corso dei secoli sono cresciuto insieme a lei.
Insieme é una parola meravigliosa, é un concetto che ti salva.

La notte, quando non esisto, passeggio per la rambla fin giù al mare. E mi riempio di soddisfazione mentre respiro i profumi delle cose che le persone sono venute a comprare da me.

Me ne sto al centro di Barcellona e il Mediterraneo ce l’ho lì che lo posso accarezzare. Mi sento felice. Felice e invidiato; e la cosa mi piace. Dopotutto noi della costa siamo così: selvaggi con uno spiccato ego figlio delle nostre capacità, della nostra arte che ci contraddistingue dal resto della Spagna, dal resto del mondo.

Vivo dove lavoro e lavoro dove vivo. E mentre vivo mi scordo che sto lavorando ma mentre lavoro non mi scordo che sto vivendo perché il mio cuore rosso batte vigoroso sotto al giallo sole che mi scalda el sombrero. Mi rivedo nei colori della senyera e ne vado fiero.

Io me ne frego delle diversità, anzi le accolgo e le valorizzo perché sono la mia essenza. Sono ingenuo lo ammetto. Credo d’esserlo sempre stato perché é nella mia indole. Sono fatto così di natura ma questo é il mio lavoro.

Per me esistono solo due tipi di persone: chi compra e chi vende; non vedo altre differenze e sbaglio lo so. Ma come sbaglio io sbagliano anche gli altri a vedere differenze che invece non esistono. Differenze che dividono e che creano incomprensioni, conflitti e odio.

E pensare che una volta nemmeno io facevo distinzioni. Già perché in origine le genti venivano da me per scambiarsi le cose. Ciascuno portava il suo superfluo per scambiarlo con il necessario di qualcun altro, arrivando da posti lontanissimi che nemmeno riuscivano a pronunciare. Li osservavo mentre allestivano i loro banchetti. Sorridevo mentre a gesti cercavano di farsi capire l’uno con l’altro e rimanevo incantato dalla magia dell’accordo che riuscivano a raggiungere.
Nessuno e dico nessuno é mai andato via da questo mercato che sono io insoddisfatto o a mani vuote; mai! Sarebbe per me un profondo fallimento.

Dopo tutto l’impegno dico io! Non é mica facile svegliarsi tutte le mattine all’alba, sistemare i carretti, allestire i banchetti, esporre la mercanzia e attirare i curiosi. Con me lavorano solo i migliori e i meritevoli. Le mele marce sono riuscito ad allontanarle sempre. Via loro, via la loro negatività e via i loro tendoni sbiaditi. Tranne quella volta.
Quella volta che un intruso ha fatto vacillare tutta la mia esistenza.

Già in precedenza avevano tentato di screditare la mia posizione, di farmi passare per quel che non sono: quello é un posto pericoloso dicevano! Pericoloso io?!
Da me l’unico pericolo é quello d’innamorarsi del mondo intero che puoi scoprire una bancarella dopo l’altra. Pochi passi ti servirebbero per passare dalla Cina all’Africa. Sono un mago lo so, questa é la mia capacità di condensare le culture del mondo in un unico abbraccio.

E se qualcuno provasse a fregarvi il portafogli o a rubarvi qualcosa dal sacchetto beh di certo capireste che non fa parte di me. Perché queste cose potrebbero succedervi dappertutto e lo sapete! Ma a certa gente viene di gran lunga più facile additare la massa che circoscrivere il problema.

Ho compreso sulla mia pelle che un errore può mandare all’aria l’esistenza di una vita intera. I concetti più antichi e puri che custodivo io: quello dell’aggregazione, del baratto, della genuinità in un attimo mischiati alla rivendicazione, al rancore.
Già un errore. Ho peccato di superficialità e non me lo perdonerò mai.

Sapete quanti traini ho visto passare legati a cavalli e muli in passato? Migliaia! Per non parlare dei pesanti sacchi sulle spalle, delle carriole spinte a braccio, delle biciclette col rimorchio, dei carretti a carbone. Insomma ogni mezzo per la sua epoca! Fino ad oggi, fino ai Van a motore. Un Van bianco che gira a passo d’uomo per il mercato é la cosa più comune che si possa vedere alle prime luci dell’alba, mentre tutti allestiscono con cura il proprio spazio.

Peccato che non fosse l’alba, bensì le 17:00 spaccate e quel Van non andava nemmeno a passo d’uomo. D’incidenti al mercato ne ho visti tanti e la differenza tra un’incidente e un attentato la si percepisce all’istante. Quel Van non rallentava di proposito, quel tizio alla guida le mirava volontariamente le persone che scappavano terrorizzate mentre cercavano di ripararsi dietro le mie bancarelle, sotto al mio cappello. Le investiva noncurante del dolore che avrebbe causato.
Avrei potuto fermarlo, sarebbe bastata una sola bancarella in più per sbarrargli la strada. Così lui di lì non ci sarebbe passato e il mio nome non sarebbe mai stato accostato a quello di una strage.

Invece non me ne sono accorto e ho lasciato che il peggio accadesse sotto il mio naso. Mi sono ritrovato sporco di sangue, invaso da urla di rabbia e di terrore capaci di spazzare dalla mia memoria le grida dei bambini che per anni hanno passeggiato per mano ai loro nonni desiderosi di un churro: “Abuelo me compran por favor?!”.

Tredici persone che giacciono a terra senza vita non le scorderò mai. Le ho viste morire sulla mia anima, per le strade che coloro e che riempio! Le ho riempite io quelle strade! Capite?!
Se no fossi esistito a quest’ora non sarebbe successo!

Sapete come piange un mercato?! Piange verso il basso, come quando qualcosa di prezioso cade a terra tra l’indifferenza: un frutto che lentamente scivola dal banco sa che non verrà raccolto.
Li ho visti rotolare così quei tredici, come mele sull’asfalto rovente in un giorno d’estate.

Ve lo ripeto: sapete come piange un mercato?! Piange verso l’alto, come i palloncini che sfuggono dalla mano del bambino distratto che non può far altro che vederli volare via verso il cielo.
Li ho visti volare verso il cielo quei tredici, via dalle loro vite, dalle loro famiglie e non me lo perdonerò mai.

Quella sera, quando smisi d’esistere, sperai di farlo per sempre, di raggiungere il Mediterraneo e di andarmene via insieme alle onde. Sono pericoloso. Rimasi tutta notte in riva al mare a pensare. Si pensa meglio quando si é sporchi di sale. Perché a me? Perché a questa città? Perché? Ma io sono solo un mercato e certe risposte no le conosco.

So solo che alle prime luci dell’alba, vidi che i mercanti vennero a riaprirmi, a sistemarmi le bancarelle che avevo iniziato a odiare.

Che fate?! Andate via! Sono pericoloso! Loro però non mi ascoltavano…

Cominciarono a ricostruire quel complice brusio che fino a poche ore prima sembrava irrimediabilmente distrutto. Non ci potevo credere! Le persone avevano ancora bisogno di me e io di loro come non mai. É così che mi sono lasciato influenzare, coinvolgere e ho deciso di rinascere. Serve fiducia per certe cose! Aggrapparsi alla speranza ed essere coraggiosi.

La mia Barcellona voleva ricominciare dal mercato. Ricominciare a vivere, a sperare e così, come vi dicevo all’inizio, incredibilmente ricominciai…anzi, ricominciammo: insieme!

Luca Contato