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Mi chiamo Giuseppe e ho 70 anni, una moglie, Antonietta, e due figli. Adulti. Uno è avvocato, lavora al nord, l’altro è un professore di lettere.

Li ho cresciuti proprio bene i miei due ragazzi, non lo dico io, ma più volte mi hanno fatto i complimenti. Li ho fatti studiare perché ci tenevo al fatto che si affermassero e diventassero qualcuno e anche perché, detto tra noi, per affrontare la società in cui viviamo oggi bisogna avere un minimo di cultura e di argomentazioni valide ché sennò è un attimo che ti rigirano come un vecchio calzino bucato.

E quindi sì, ho fatto i sacrifici per garantirgli un futuro e vederli realizzati mi fa gonfiare il petto di orgoglio e mi fa pensare: “bravo Peppino, è anche merito tuo!”

Mia moglie, aaaah, bella donna che era. Gli occhi azzurri, i capelli lunghi e neri, lucidi lucidi.

La vidi per la prima volta tra le mele e le pere del mio banco di frutta. Era con sua madre ed aveva, sì e no, 15 anni. Non persi l’occasione di farmi notare e dall’alto dei miei 20 anni, con coraggio e un pizzico di sfacciataggine le dissi:

  • Queste mele sono le più buone che tu possa mai assaggiare. Sono fresche fresche, appena raccolte dall’albero di casa mia, ecco – feci per afferrarne una – provala!

Le sue gote immediatamente si tinsero di un rosso accesso che ben si intonava col rosso delle mele del mio giardino. Era timida e lo capii subito, ma dal suo sorriso capii anche che aveva apprezzato il fatto che le avessi rivolto la parola.

Così divenne un’abitudine la sua e ogni domenica iniziai a frequentare il suo sguardo da dietro il banco frutta di mio padre, dove lavoravo.

Che dire…dopo cinque anni di fidanzamento lindo e casto, diventati marito e moglie, andammo a vivere accanto a quell’albero di mele che mi aveva regalato il pretesto giusto per parlarle. La casa l’avevo ereditata dai miei genitori e l’avevamo resa nostra ristrutturandola qua e là e comprando qualche elettrodomestico nuovo.

In quanto a me, sono calabrese e sono cresciuto tra un fazzoletto di terra che i miei cari possedevano e i banchi del mercato sul quale portavamo i nostri frutti che mio padre coltivava con cura. Era una passione la sua, più volte lo avevo sorpreso a rivolgere la parola ai frutti dell’orto, ma era anche una necessità, campavamo di quello!

 Mi piaceva andare a scuola, però, ecco perché sono arrivato fino alla quinta elementare. Dopo non ho potuto più, con mio grande rammarico. Accompagnavo mio padre al mercato solo la domenica finché ho frequentato la scuola, dopodiché divenne anche il mio mestiere e, giorno per giorno, imparai ad amarlo.

Di gente ne ho vista tanta passarmi davanti e, ad oggi, non credo avrei potuto fare altro nella vita. Ho ereditato una passione, quella di coltivare la terra e un mestiere a cui oggi devo tutto…anche la mia famiglia.

Tiiiiin Tiiiiiin- la sveglia mi regala un brusco risveglio. Mi stropiccio gli occhi e penso “forza! un’altra giornata da affrontare”. D’un tratto un ricordo: un viso angelico, dei capelli bellissimi, una timidezza rara e pure. Lei. Di nuovo!

Mi maledico un attimo e ad alta voce e senza quasi accorgermene dico: “Peppì, hai vent’anni… datti una mossa a rivolgerle la parola a ‘sta fanciulla altrimenti ti dovrai limitare ad un sogno. Ma che dico uno? È la terza volta che la sogno!”

Accidenti a me!

Oggi se torna le parlo, stavolta me lo prometto!