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Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere editore, 2017)

L’Italia è una nazione unica e ineguagliabile che attrae ogni anno milioni di turisti non solo per le sue intramontabili bellezze artistiche ma soprattutto per una peculiare diversità che contraddistingue ogni suo territorio.

Una diversità che, come direbbe Franco Arminio, poeta che da anni si definisce “paesologo”, non si trova solamente tra il nord e il sud delle Alpi, ma anche a destra e a sinistra degli Appennini. Troppo spesso, infatti, si parla della contrapposizione naturale, culturale e “morale” tra settentrione e meridione, e mai di quella che si può rilevare tra Levante e Ponente. Allo stesso modo, ci si concentra eccessivamente su ciò che le metropoli cittadine offrono per rispondere alle nuove esigenze della contemporaneità e ci si dimentica inevitabilmente del vero patrimonio culturale e sociale del nostro Bel Paese: i piccoli paesi, dove risiedono le radici di ogni comunità umana.

Perché, in fondo, è proprio grazie ai piccoli centri abitati disseminati in pianure, incastonati tra colline o montagne, affacciati su gole profonde o laghi più o meno cristallini che si può conoscere la quintessenza della nostra Nazione.
In essi, infatti, ci si può immergere in un mondo a parte, quasi arcaico, contrassegnato da differenti accenti, tradizioni, ritmi e modi di stare al mondo.

Oppure, di sopravvivere.

I paesi infatti sono divenuti ormai luoghi desolanti e spopolati, i cui abitanti sono destinati a scontare la pena dell’essere rimasti. Di ciò ne è perfettamente consapevole Franco Arminio che da tempo si prodiga per lanciare un messaggio importante: ossia che i piccoli centri abitati non sono da considerare  luoghi destinati a morire, ma bensì luoghi dell’avvenire.

La paesologia si pone l’obiettivo di guardare i luoghi (dove per guardare si intende effettuare un’azione di ri-guardo) e di prestare attenzione alle aree interne: terre isolate e desolate che ogni giorno vengono abbandonate per traslocare in enormi centri urbani, le “sirene della modernità” baudleriane che intrigano con promesse di un avvenire promettente. Ed è così che, anno dopo anno, i paesi sono stati considerati sempre di più come una gabbia da cui liberarsi piuttosto che come una risorsa e una fonte di opportunità per il futuro.
Ciò che contraddistingue la paesologia è l’attenzione che viene prestata nei riguardi di tutti i paesi, al loro presente e al loro divenire, la sua propensione ad entrare in contatto con i “prodotti tipici” di località desolate che si trovano ormai a produrre solo vecchiaia (e quindi con i “vecchi” che un tempo erano abituati a parlare, mentre ora sono costretti al silenzio, perché non c’è nessuno che sia rimasto per ascoltarli), e di “fare compagnia ad un luogo”, praticando il cosiddetto “turismo della clemenza”.

La paesologia infatti non considera i piccoli paesi come una meta turistica da raggiungere in giornata per tornare poi a “imbrattare” la pianura, ma come luoghi che permetterebbero all’Italia, e con essa gli italiani, di ritrovarsi, riscoprendo le proprie origini. E ciò potrebbe avvenire, secondo Arminio, a partire dall’estate, quando “l’infelicità trasloca dalla pianura al mare”, dove si mantengono purtroppo le stesse grigie abitudini di sempre e ci si segrega nella propria comfort zone.

Al contrario, a detta di Arminio, se si andasse alla scoperta dei piccoli paesi, non solo ci si prenderebbe una pausa dalla frenetica routine cittadina e si farebbe turismo ma si compirebbe persino una scelta politica.
Praticare il turismo della clemenza significa costruire relazioni profonde con luoghi e persone del posto, gustare sapori che rimarranno impressi nei ricordi, sintonizzarsi con un accento diverso dal proprio, imparare persino qualche tipico intercalare, anche se con una cadenza non propriamente autentica e a tratti un po’ goffa.

Ma per fare tutto questo è necessario prenderli sul serio, i paesi.
Perché quello che manca ai paesi è il seme della gioventù.
E alla gioventù intriga più il moderno piuttosto che l’arcaico.

E proprio per questo è necessario portare un po’ della città nei paesi, ma senza dimenticare di rispettare e preservare la loro unicità, che non deve essere smantellata dall’avvento del moderno o del tecnologico.

Oggi, più che mai, l’Italia ha bisogno di contadini, pastori, fabbri e falegnami ma non perché non sia tenuta a stare al passo con i tempi ma perché necessita di ricordarsi che, per procedere verso il futuro, la vita non deve continuare solamente nelle città oramai congestionate ma soprattutto in quei minuscoli centri dove ci si può riscoprire nuovamente italiani.
E che la vita è presente, piccola o grande che sia, ovunque e che non deve essere cercata necessariamente oltre le Alpi o al di là del Mediterraneo.