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Chiudi gli occhi. Che cosa vedi? 

Io vedo bambini che giocano insieme al parco. Vedo gruppi di amici che bevono un drink. Vedo persone che cantano a squarciagola durante un concerto. Vedo ragazzi in ansia dentro una classe per l’interrogazione di storia.  

Apro gli occhi. Mi rendo conto come tutte queste situazioni di vita fanno parte di una normale quotidianità che ormai non ci appartiene più da quasi un anno; e sfido, chiunque di voi stia leggendo questo testo, ad aver mai lontanamente immaginato uno scenario storico del genere.  

Mentre scrivo, fuori è una bellissima giornata di fine novembre, cielo limpido e sole tiepido. Sono diversi giorni che la natura ci riserva dei tramonti mozzafiato. Il cielo, con le sue forme e i suoi colori, sembra quasi volerci simbolicamente accarezzare. Sì, forse esagero; ma nonostante tutto siamo ancora liberi di attribuire un significato agli eventi. Dare un’interpretazione delle cose è essenziale dal momento in cui ciò che succede fuori non è sotto il nostro controllo.  

La pandemia ha avuto un impatto altamente emotivo su tutti noi. Questa è probabilmente l’altra faccia della medaglia di questo periodo emergenziale. Oltre la salute fisica, gli effetti psicologici non sono assolutamente da trascurare. In quanto essere umani, tendiamo ad ancorarci a ciò che è certo, conoscibile, controllabile e ci fa sentire protetti. La mente umana ha paura di ciò che riduce la nostra capacità di agire. Il virus ha minato tutte le nostre certezze, in quanto invisibile, imprevedibile e incontrollabile. Come se non bastasse poi, le misure di prevenzione basate sul distanziamento sociale hanno inevitabilmente generato un clima di eccessiva paura e solitudine.  

Piccola parentesi, personale ma doverosa, sulla paura. Spesso la paura è rafforzata dall’uomo stesso. Un esempio a caso? Le immagini e le notizie altamente stressanti e spesso fuorvianti a cui siamo esposti sistematicamente attraverso i canali telematici. La psicologa e docente Anna Oliverio Ferraris in una recente intervista ha, secondo me, colto il punto: “I media non aiutano a gestire la paura in questa situazione perché ci bombardano di notizie allarmanti di minuto in minuto”. Aggiungerei che, oltre a non aiutare, i media alimentano anche un’attesa del negativo che non sempre è giustificata dai fatti.  

Tornando a noi, è importante essere consapevole che la paura, essendo un’emozione primaria, può e deve avere anche una funzione positiva. Se controllata, permette di scegliere razionalmente in una situazione di pericolo, come la pandemia, ciò che è giusto fare per proteggerci. Dunque, non abbiate paura di avere paura, controllandola senza farvi controllare da essa. Ovviamente la paura è legata a tante altre emozioni in questo periodo: tristezza, ansia, angoscia, rabbia, frustrazione. Abbiamo una risorsa interiore di cui possiamo avvalerci in questo clima altamente stressante: la resilienza

La resilienza, secondo la definizione fornita da Luthar (2003), è la capacità degli individui di riuscire a ricostruire positivamente un percorso nonostante l’aver vissuto (o il vivere) situazioni molto difficili, fonti di elevato stress, che possono portare anche a un esito negativo, quale la psicopatologia. L’aiuto della resilienza è fondamentale per non farci travolgere dai fattori di cambiamento negativi e restare ancorati alle opportunità positive che la vita ci offre. Le componenti psicologiche della resilienza secondo Cantoni (2014) sono essenzialmente cinque, tutte attuabili e potenzialmente sviluppabili nella situazione in cui ci troviamo. 

La prima è l’ottimismo. Fin dall’epoca romana, Epitteto, esponente dello stoicismo affermava che “Gli uomini non vengono turbati dalle cose stesse, ma dalla loro idea delle cose”. Ogni giorno è possibile imparare un pensiero positivo. Concentrarsi su nuove attività e saper trovare un aspetto positivo nel problema reale, permettono di guardare il bicchiere più pieno che vuoto. Personalmente, grazie ai periodi di quarantena, ho imparato ad apprezzare realmente cose che ho quasi sempre dato per scontate. 

La seconda è l’autostima. Certo, avere troppa considerazione di sé può essere controproducente, ma anche non averla affatto può esserlo. Prendersi cura di sé, accettare i propri limiti e riconoscere i propri meriti è il primo passo per migliorare il proprio tenore di vita. 

La terza è l’Hardiness, o anche detta robustezza psicologica. Essa comprende il controllo, l’impegno e la sfida. Applicata alla situazione attuale, la robustezza psicologica sottintende il sapersi adattare con flessibilità alle attuali restrizioni, ripartendo da ciò che possiamo controllare per fronteggiare ciò che non si può. A tal proposito, ho cercato in questo lungo periodo, di mantenere una routine sana, programmando a breve termine, facendo esercizio fisico e concentrandomi sul benessere personale.  

La quarta è la dimensione delle emozioni positive. Non c’è mai solo il brutto dietro le difficoltà. Focalizzarsi su ciò che si possiede piuttosto su ciò che non si ha è fondamentale. Tante cose ci sono state private, ma altre probabilmente ci siamo ricordati di averle o di quanto fossero importanti. Parlo dell’importanza della propria famiglia, degli amici, degli studi, del lavoro, della propria Casa.  

La quinta e ultima componente è quella del supporto sociale. Il problema dell’isolamento è una delle conseguenze peggiori della pandemia. La condivisione e l’ascolto dei pensieri è fondamentale. Mantenere attivi a distanza i rapporti sociali mi ha aiutato molto a rielaborare le emozioni, a trovare un conforto e non perdere confidenza nelle relazioni.  

Ora è evidente come tutte queste componenti siano fondamentali per il nostro attuale benessere psicologico. Inoltre, diversi studi hanno indicato come la resilienza correla negativamente con egocentrismo, depressione e problemi internalizzanti e positivamente con un buon livello di socialità. Ottimismo, autostima, Hardiness, emozioni positive e supporto sociale possono giocare quotidianamente un ruolo cruciale nel mantenere o recuperare fiducia e speranza.  

A distanza di mesi, siamo circondati da così tante cattive notizie che un messaggio di speranza è diventato quasi utopia. Lo so che non è facile. Penso a chi ha perso una persona cara. Penso a chi sta combattendo giorno dopo giorno contro la malattia. Penso a tutti quelli che lavorano per salvare sé e gli altri. Penso a tutti i rischi che corriamo. Penso a quante cose abbiamo dovuto rinunciare. Non è facile per nessuno. Ed è proprio questo che ci accomuna, oggi più che mai. Nessun tipo di distinzione. Ognuno di noi ha un ruolo fondamentale in questo periodo storico, quello di non mollare e di offrire la propria intelligenza e le proprie capacità a servizio di sé e del prossimo (per di più dal momento in cui il Coronavirus ha acuito un altro virus, quello dell’ignoranza). Per mesi in Italia il mantra ‘Andrà tutto bene’ è echeggiato ovunque. Adesso bisogna crederci in quelle parole, non basta soltanto pronunciarle.  

In conclusione, vorrei soffermarmi sull’immagine che accompagna l’articolo. Ho scattato questa foto qualche settimana dopo la fine del primo lockdown, in uno dei posti più magici dove io sia mai stato. Secondo il simbolismo, si dice che incontrare una farfalla arancione sia un segno che ci ricorda di essere positivi. Questo è stato ed è tuttora il mio leitmotiv. Perché in mezzo a tutta questa incertezza, a tutta questa merda (perdonatemi il termine), a tutti quei cattivi esempi e notizie a cui siamo esposti, sai che c’è? 

Be positive, che non costa nulla e può solamente aiutare.