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Raccontare Elsa Morante con le parole di Antonio Debenedetti

[…] tu che ti leghi per la vita e per la morte, quasi t’identifichi con le cose che fai. Ma vedi, tu appunto hai questo dono di ricondurre ad unità gli elementi più disparati […]. Tu senti che il mondo è fatto a pezzi, che le cose da tener presente sono moltissime e incommensurabili tra loro, però con la tua lucida e affezionata ostinazione riesci a far tornare sempre i conti”.
Scriveva Italo Calvino a Elsa Morante, in una lettera del 2 marzo 1950.

La parabola narrativa di Elsa Morante parte dalla seconda guerra mondiale e arriva alla soglia degli anni Ottanta, cristallizzando in romanzi e poesie la sua visione della realtà del XX secolo. 

Autrice-crisalide, che ha costruito la sua Poetica e il suo stile come un bozzolo attorno alla vocazione di scrittrice (già avvertita nella prima infanzia), riutilizzando tematiche, topoi e modelli narrativi del romanzo ottocentesco, si è affermata nel panorama letterario a lei contemporaneo con estrema indipendenza, disancorata da qualsiasi corrente o gruppo. Il suo bagaglio di letture, vastissimo ed eterogeneo, la sua capacità di rielaborare archetipi e modelli per creare il suo personalissimo stile e i suoi indimenticabili personaggi fanno di lei una figura di intellettuale che modella la propria coscienza metaletteraria e la propria sensibilità umana nel corso delle esperienze della vita.

“La sola ragione che io ho avuta (di cui fossi consapevole), nel mettermi a raccontare la vita di Arturo, è stata (non rida) il mio antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo” scriveva Elsa Morante a Giacomo Debenedetti pochi giorni dopo avergli inviato il dattiloscritto del romanzo.

In quella stessa lettera, che si compone di tre lunghe pagine porta la data del 19 febbraio (l’anno potrebbe essere il 1956) aggiunge un’altra, non meno importante, rivelazione. A Debenedetti, che nel lontano 1937 l’aveva incoraggiata a esordire pubblicando sul “Meridiano di Roma” il racconto intitolato “L’uomo dagli occhiali”, confida di essersi affidata nella scrittura del suo sorprendente romanzo a una specie di memoria che le parlava dentro.

“Nel 1952, trovandomi, per la mia sorte, in uno stato di incompletezza e di solitudine, non vidi altra via che quella di ritornare a una mia rimpianta condizione di ragazzo, che mi sembrava di ricordare…

Mentre scrivevo questa storia, glielo assicuro, non mi è mai accaduto di dovermi richiamare alla mia intelligenza, ma soltanto, davvero, a una specie di memoria.

Questo negare il ricorso all’intelligenza è anche un modo elegante di suggerire l’urgenza e l’autenticità di un’ispirazione che, ne “L’Isola di Arturo”, non viene mai meno. Un’ispirazione che non avverte mai il bisogno di ricorrere ai trucchi che proteggono dalle possibili incomprensioni del lettore. Al contrario aggiunge invenzioni alle invenzioni e incantesimi agli incantesimi.

L’isola di Arturo è oggi un anziano e non ha nemmeno una ruga: il tempo, quello che invecchia i libri alla moda, sembra non aver sfiorato questo romanzo nutrito di fantasie, sogni e misteri tali da far pensare a un racconto avventuroso d’altra epoca.