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Tempo fa vi parlai di una bambina, di un sogno inquietante ambientato in un futuro non troppo distopico. Penso spesso a quelle immagini, alla maschera di ossigeno che cingeva i nostri visi, alla sua espressione sognante nel riscoprire l’aria sulla pelle.

Penso spesso a quella bambina che nel sogno era mia figlia, ai suoi occhi grigi che riflettevano il colore del cielo ormai rassegnato a soffocare tra le polveri sottili. Penso alla sua innocenza, alla normalità con cui osservava quel mondo gravemente malato, ignara della gravosità del presente, dell’impossibilità del futuro.

Mi sento impotente quando penso a lei. Vorrei poter salvare il mondo, gli oceani, il mio amato Mar Mediterraneo, per assicurarmi che lei possa un giorno affondarci i piedini. Vorrei salvare gli animali, tutti, anche le meduse che ci fanno scappare sulla spiaggia, e quei pesci pulitori che si attaccano ai piedi quando l’acqua è trasparente.

Sogno di lasciarle la libertà di viaggiare per il mondo, al sicuro da pandemie globali causate dall’inettitudine dell’uomo, dal suo egoismo. Sogno di saperla ignara del pericolo che pochi anni prima della sua nascita la Terra stava correndo, per poi raccontarle che i giovani come lei hanno smosso gli animi dei potenti, salvando il futuro, il suo.

Questo è il mondo che vorrei per lei, credo che si chiamerebbe Gaia. Uso il condizionale perché questo futuro è difficile da assicurare, è quasi impossibile, e per lei non vorrei niente di meno.

Uso il condizionale perché è quasi impossibile, ma non del tutto, creare un futuro così. Un futuro di Gaia e per Gaia. Per farlo ci vuole impegno, il mio di certo, ma da sola non basto.

Questo mese vi chiedo sincerità: Avete mai paura del futuro? Vi capita di riflettere sul mondo che stiamo lasciando ai nostri figli?

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