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Ti ho spesso scorto
in angoli sconosciuti
di una mente
che ha innestato
in me,
da che ti conosco,
ricordi mai vissuti
di una vita parallela:
evasione
da un novembre spettrale,
bagliore di un’utopica libertà,
da raggiungere,
con te.

Sai,
si è rivelato
frustrante
non venire mai
a capo
dei nostri taciti enigmi:
cosa volessi da me
e come mi legassi a te
ogni volta
che
mettevamo il punto.

Punto.
.

Per poi cominciare
da capo.

Lo so,
ti devo scrollare di dosso.

Eppure,
immancabilmente,
mi scorgo
(forse)
vinta
da un ricordo remoto
(un sorriso accennato
su un volto glaciale,
uno dei pochi,
che ti ho fotografato in volto)
a bramare
un tuo ennesimo
fulmineo
ritorno:

perché,
in fondo,
so che con te potrei
condividere tanto,
anche se
a parole
ci siamo sempre
ridotti
a due punti
sospesi
nel nulla.

Ma non so
se
stavolta,
dopo il punto (.) ci sarà un a capo.

Forse la nostra pagina
era già
destinata
a rimanere immacolata,
da sempre e per sempre.

Ma chissà
che sarebbe successo,
se l’avessimo colmata di versi
e di strofe composte
sotto l’infinito stellato.
Se tu avessi messo da canto
l’orgoglio,
e se avessi strappato da me
la paura di essere solo
un corpo informe,
uno dei tanti,
che si
sarebbe mischiato col tuo,
o
un nome
associato
ad un’avventura sbiadita,
evocato dopo anni
di oblio
su corde di chitarra.

Chissà.

Punto. Non ce la faccio proprio ad andare a capo.
Spazio bianco.

(scarabocchi, promesse mai proferite cancellate da una riga rosso sangue, inchiostro slavato, forse ora appartieni davvero a ciò che è stato, a ciò che volevamo che fosse ma che non sarà più). Punto.