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Ammassati sotto una volta stellata,
tendiamo gli occhi verso la distesa bluastra,
i nostri corpi carcassa premuti e prostrati.

Davanti a noi, il Mare:

pira sacrificale,
culla celeste,
distesa silenziosa,
fauci insaziabili.

Ci chiamano Profughi,
ma non siamo che Uomini
affamati di vita,
con guance scavate
tese
verso l’orizzonte,
in attesa di un
brandello di terra,
un raggio rivelatore,
una goccia salata
di speranza.

Si mormora
che a noi
sia precluso ogni accesso
per la Terra Promessa:

perché laggiù,
per Loro,
siamo Stranieri.

Ma non siamo altro che Uomini,
affamati di vita,
con una fotografia in mano,
o un nome impresso nella mente:
il nome di Lei, per sempre perduta,
e quello dell’altra Lei,
sposa novella,
Terra promessa.

Dietro di noi
l’ombra oscura della Mancanza,
il ricordo oramai sbiadito
di una Madre afflitta,
che ha cucito,
tremante,
le sue dolci iniziali,
su un misero fazzoletto,
ridotto a poltiglia,
a cui ci aggrappiamo
di notte,
quando lo stomaco brucia
e il sonno invitante delle onde,
chiama.

Davanti a noi una sfida, il riscatto,
la promessa di un connubio eterno,
il rinnovo di una vita che si era interrotta
o peggio,
perduta.

In mezzo, il Mare.

Pira sacrificale, bramosa di morte;
culla celeste, ninna nanna materna;
distesa silenziosa, foriera di sogni proibiti,
fauci insaziabili: quanti corpi maciullati ancora, per il trapasso?

In un limbo asfissiante e desolante,
ci troviamo sospesi su un filo blu,
e preghiamo.

Preghiamo il mare, perchè ci risparmi.
Preghiamo il cielo, perchè ci sia Testimone nella nostra Odissea.

Preghiamo affinché Loro non ci chiudano i cancelli della Terra Promessa.

Perché in fondo,
siamo tutti Profughi,
uomini e donne di passaggio,
in cerca del proprio Posto nel Mondo,
agognanti di tracciare solchi profondi sul suolo eterno
di una sfera antica come le stelle,
per rivendicare ciò che, in fondo
ci rende tutti Fratelli:
il diritto alla Vita.