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Finalmente una novità sul fronte Zaki: lo scorso 14 settembre, dopo 19 mesi di detenzione preventiva, è iniziato il processo che lo vede imputato non più per “minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione e propaganda per il terrorismo”, bensì “solo” per “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”.

Durante la prima udienza, infatti, i capi d’accusa sono stati ridimensionati sulla base di un articolo pubblicato dal ragazzo nel 2019 su Daraj, un sito di giornalismo focalizzato su tematiche poco divulgate dai principali media arabi. In questo testo Patrick trattava delle discriminazioni che la minoranza cristiano copta (di cui fa parte anche la sua famiglia) subiva.

Ma come? Non era stato arrestato per dei post pubblicati su Facebook?

Una volta entrato in aula con le manette ai polsi, ha avuto giusto il tempo di sottolineare di essere stato detenuto oltre il periodo legalmente ammesso per i reati minori di cui è attualmente accusato. Pochi minuti dopo l’udienza era già stata conclusa. Ben cinque minuti di contraddittorio per quasi 580 giorni di carcere preventivo.

Malgrado la durata irrisoria di questa udienza, il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, spiega che “paradossalmente, nonostante le immagini di Patrick in manette e nonostante l’udienza durata cinque minuti – il che fa capire bene come sia disposto il giudice nei confronti di questo processo – Patrick avrebbe anche potuto essere condannato in via definitiva a cinque anni di carcere”. Sembrerebbe esserci ancora della speranza.

La mozione presentata a marzo da vari deputati per chiedere la concessione della Cittadinanza italiana a Patrick è stata approvata da Camera e Senato, ma non è stata avanzata ancora alcuna procedura in tal senso (piuttosto, le pressioni del nostro Esecutivo sul regime egiziano si sono affievolite).

Questa carcerazione ingiusta logora anche lo stato psico-emotivo di Zaki, come è successo nel caso di Solafa Magdy, giornalista egiziana prigioniera di coscienza arrestata a novembre 2019 per “diffusione di notizie false e appartenenza a organizzazione terroristica”. Da quando è stata rilasciata lo scorso aprile, ammette di non riuscire più a uniformarsi alla vita sociale quotidiana: “ho dentro un peso che non se ne va. Non riesco più a fare le cose banali come rispondere a un messaggio, intrattenere discussioni, scrivere commenti. Resto a letto per gran parte delle giornate, ho il sonno disturbato da incubi angoscianti. Di notte mi sveglio all’improvviso urlando di terrore; la paura negli occhi, rivedo le immagini patite in carcere. È come se mi sentissi di morire. Esco poco, ogni volta ci penso su due volte. Quando mi guardo allo specchio vedo la malinconia sul volto e quando, in compagnia di altre persone, sorrido, faccio uno sforzo. Il traffico cittadino mi fa paura, rivedo me stessa dentro i blindati quando dal carcere mi portavano in tribunale per le udienze di rinnovo della detenzione”.

È giunta l’ora di agire per salvare Patrick dalla triste sorte toccata Solafa o a Ahmed.

Se fosse stato libero, in questi giorni starebbe festeggiando per la conclusione del Master intrapreso all’Università di Bologna nel 2019.

Per mantenere alta l’attenzione sul suo caso, il Presidente e il Direttore artistico di Linea d’ombra hanno deciso di dedicare questo festival del cinema a Patrick.

Proprio ieri l’Ateneo bolognese ha diffuso un video – pochi giorni prima della nuova udienza del suo processo, prevista per il prossimo 28 settembre – in cui Toni Servillo legge una delle tante lettere dedicategli, scritta da un suo professore.

Diversi attivisti egiziani hanno ripubblicato l’articolo scritto dal ragazzo, sfidando apertamente il regime repressivo di al-Sisi. Così, mentre queste persone rischiano coraggiosamente gravi ripercussioni per le loro azioni, noi ci limitiamo a predicare la tutela de Diritti Umani senza intraprendere alcuna azione governativa al riguardo.

Ovviamente tutela dei Diritti Umani de jure; garantirli concretamente pare essere troppo oneroso…