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Il porto è il giuramento che ognuno di loro fece a se stesso prima di intraprendere il cammino verso la speranza. Il porto è tutto ciò di cui hanno bisogno per concludere quel viaggio iniziato troppo tempo prima.

Lunghe camminate nel deserto rovente. Notti insonni sugli alberi, tra le risa delle iene che aspettavano che il freddo o la stanchezza minasse l’equilibrio dei più deboli.

Infinite pause nelle grandi città, facendo lavoretti improvvisati per raccimolare qualche soldo, nella speranza di non trovare altri malinenzionati lungo il cammino.

Poi c’è stata la Libia, e quelle enormi distese di esseri umani, che non avevano più niente di umano in loro. Né il colore della pelle, livida, arrossata, squamata delle malattie e dalle frustate, né la luce degli occhi, spenta dall’indicibilità dell’orrore visto e subito. Quella parte del viaggio assomiglia tanto alla sua fine, e per molti lo è. Solo i più forti arriveranno alle navi, solo i più forti tra i più forti vedranno il porto e ne toccheranno la terra.

L’odore del carburante dei vecchi barconi è tutto ciò che resterà tra i ricordi dei bambini più fortunati. Altri sogneranno il pianto incessante delle madri finché il ricordo non logorerà completamente le loro anime.

Nonostante il porto sia visibile a occhio nudo da giorni qualcosa, che non è dato loro sapere, impedisce l’attracco della vecchia nave.

La terra lontana di cui hanno tanto sentito parlare è distante quanto la luce di quel faro che disturba il sonno con il suo fascio continuo e intermittente, così vicina da poterne percepire la vita, ma non abbastanza da riuscirne a comprendere l’insensato rifiuto.

Pare ci siano uomini potenti dietro quell’invisibile linea di confine che qualcuno ha deciso di tracciare, e pare che questi uomini non vogliano vederli soffrire.

Non c’è altro che dolore su quella nave. La speranza che ha mosso gli animi di quanti occupano la stiva, si è spenta quando i morsi della fame hanno provocato le contrazioni a quella giovane madre.

I gemiti di suo figlio hanno ricordato a tutti il senso della vita per quache momento, il senso di quel viaggio spericolato, di quella scommessa non ancora vinta. Quando il freddo e l’aridità del seno materno hanno spento le sue grida, la sofferenza è tornata più affilata di prima.

Gli uomini potenti non vogliono scoprire tutto questo, sono troppo impegnati a tracciare confini, promettere giustizia e guardare al futuro. Questo presente così macabro e violento non si addice alle loro narrazioni del mondo, non sta bene sul colore delle loro sedicenti democrazie. Gli uomini potenti chiudono i loro porti, e incitano gli altri potenti ad aprire i loro.

Gli uomini impotenti non vedono differenza tra un porto e l’altro, la terra accoglierà i loro piedi affaticati allo stesso modo, il mare resterà comunque alle loro spalle, il gasolio delle navi non sparirà presto dalle loro narici e la testa continuerà a girare per un po’, prima di riabituarsi alla terra ferma.

Gli uomini impotenti non possono imporsi, gridare, accusare, ribellarsi. Non c’è abbastaza spazio sulle loro navi, né forza nelle loro braccia, né vita nel loro cuore. Loro possono solo pregare che il porto si apra prima che l’inverno chiuda per sempre la partita.

Tra l’uomo potente e quello impotente ci posizioniamo noi, ricordiamolo sempre, che possiamo imporci, gridare, accusare, ribellerci e accogliere.