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Caro Joseph,
oggi lavoro di ricordi e poi ci aggiungo un po’ di immaginazione.
Dove abito io non c’è mare.
Se mi affaccio alla finestra, vedo troppo cemento.
Ma oggi lavoro di ricordi e poi ci aggiungo un po’ di immaginazione.
E ti porto in un posto che ora non vedo, ma porto nel cuore.
Ripeto troppe volte “porto”, hai ragione. Perché è lì che ti porto.

Mi affaccio alla finestra dell’ultimo piano di un alto palazzo.
Il cielo regala un mosaico di colori che accompagnano il tramonto sull’orizzonte.
L’occhio si riposa dallo sforzo sull’ampio raggio e converge su un elemento.
Unico e molteplice, che si apre come un ulteriore microcosmo da approfondire.
Un luogo che spiega, che racchiude, che indica, che significa.
Un luogo che plasma e che è plasmato.
Il porto.
E c’è una ragazza.
Ha dei jeans neri, un montone (spero finto) a scaldarla, e lunghi capelli castani.
Cammina solitaria, si toglie la mascherina e respira l’aria di mare.

Il Mediterraneo è fatto di porti. Luoghi storici e fisici.
Punto di partenza e di ritorno. Punto di arrivo. Punto fermo.
Come segnalano i suoi fari.
Elemento artificiale creato sulla predisposizione geografica o elemento naturale razionalizzato dall’uomo, reso utile e vivo, per dare e ricevere. Prodotti e persone. Innovazioni e tradizioni.
Fulcro degli scambi commerciali dagli albori della civiltà, i primi porti sono mediterranei.
Luogo di incontro tra culture diverse e idiomi, che si sono via via contaminati, raggiungendo poi l’entroterra e contribuendo al suo sviluppo.
“La natura del porto dipende da come il mare gli sta dentro”, scrive Predrag Matvejevic nel suo Breviario Mediterraneo, e sentenzia “il Mediterraneo è il mare della vicinanza”: essendo un mare chiuso, avvicina sensibilmente tutti i popoli che vi si affacciano. Un comune denominatore.
Ci avvicina, Joseph. Me, te e quella ragazza, che ora è seduta sul muretto ad ascoltare la sua musica.

Ti piace Storia, Joseph?
Nel passato remoto, la potenza greca sviluppa la sua flotta nel porto di Atene, per estendere il suo controllo sul Mar Egeo. Altri porti sorgono sui litorali della Magna Grecia, come quello di Siracusa, condiviso con l’isola di Ortigia, versante estremo che le appartiene.
Resta nei secoli un elemento fondamentale delle città sul mare, al punto da meritare protezioni: degno di fortificazioni militari nel passato, oggi molti moli esterni sono protetti da blocchi di cemento o grandi pietre frangiflutti per difendere l’interno dalle mareggiate.  
Il molo, detto appunto difensore del porto, può essere sostegno per attracco e ormeggio o dolce passerella per camminate al chiaro di luna, come quello Audace di Trieste.
Dici che dovrei raggiungere quella ragazza, presentarmi e chiederle di passeggiare insieme?
Troppo audace, forse. Sì, troppo audace, Joseph.

Ti piace Geografia, Joseph?
Restando nel Belpaese, le celebri Repubbliche Marinare sono le città portuali di Amalfi, Genova, Pisa e Venezia, indipendenti, forti e ricche: trampolini di lancio per le compagnie di navigazione dall’alto Medioevo sino alla fine del ‘700.
Si ricordano anche Ancona, Gaeta, Noli e Ragusa (dalmata).
Molti porti raccontano le grandi migrazioni verso nuove terre, anche oltre Oceano, i nostalgici saluti, gli eccitati ritorni dopo anni di sacrifici. Lacrime e sorrisi.
Ma questo già lo sai, caro Joseph.

Durante le guerre di dissoluzione dell’ex Jugoslavia, nei porti croati giungono carichi di armi, salpati dall’Italia. Ai grandi porti del contrabbando del secolo scorso, seguono i grandi porti moderni che ospitano container di merce contraffatta, sostanze stupefacenti e talvolta rifiuti: ingenti sequestri nelle zone portuali portano alla ribalta città e Paesi, condizionati dalle variabili criminali che ne compongono il puzzle sociologico.
I porti conservano il fascino della loro storia e delle loro storie, tramandate nei piccoli borghi marinari dove ancora si vive, appunto, di porto, con la sua razionalità economica fatta soprattutto di pesca.

Perché ti parlo del Porto?
Perché è qui che vorrei tu fossi arrivato, in tempo.
Come quella ragazza laggiù.
Sì, intanto sono uscito, e sto camminando sul porto.
Che meraviglia, a quest’ora. Il moto ondoso crea un suono che mi rilassa.
La ragazza è sempre lì, a godersi il panorama.
Mi fermo a pochi metri di distanza.
Guardo anche io gli ultimi attimi del calar del sole. Mozzafiato.
Dovresti vederlo. Dovresti!

Sappiamo che non ci saranno albe o tramonti per Joseph.
L’attuale crisi migratoria è innanzitutto una crisi umana.
L’attenzione odierna è rivolta – ancora – ai porti chiusi e a quelli aperti, capaci cioè di elevarsi o meno alla potenza del loro compito di accoglienza.
O meglio, delle popolazioni che li abitano.
Porti aperti e porte chiuse.
Porti salvagente. Nel mare in tempesta.
Porti di sbarco e attese impazienti di un abbraccio.
Porto di merci e di persone.
Porto d’affari, che non a caso vanno in porto.
Porto di contrabbando, porto d’armi, porto di droga.
Porto sicuro. Tempio di sicurezza in tempi di insicurezze.
“Sei il mio porto sicuro”: una delle più belle dichiarazioni d’amore. E per questo “ti porto dentro”: è solo un gioco di parole, ma probabilmente anche la natura delle persone dipende da come sanno tenere “dentro” gli affetti cari, proprio come il porto di Matvejevic.
Porto e persona, come unità che racchiudono senso e ed esperienza.
Ben oltre un decreto sicurezza. Stay Human!

P.s. : me l’ha confermato, quel giubbotto è un finto montone!

Illustrazione di Anna Rosa