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Chiudo gli occhi ogni volta che ho bisogno di tornare a casa, in quei posti che hanno visto ogni aspetto di me.
Sono i luoghi in cui ho imparato a conoscermi tassello dopo tassello, i luoghi in cui ho riso a crepapelle e in cui ho versato le lacrime più profonde e sincere, sono luoghi in cui torno bambino, i luoghi dei ricordi più autentici che mi hanno cambiato la vita o che in qualche modo le hanno fatto prende una piega diversa e che non mi sarei mai aspettato.
Chiudo gli occhi.


Sento il sole caldo sul viso, un sole sincero, il sole che solo in Sicilia trovi così raggiante e pronto ad accoglierti e regalarti un po’ più di luce del previsto.
È una sensazione impagabile, soprattutto dopo diversi mesi di freddo umido, di grigiore e giornate in cui uno spicchio di cielo lievemente celeste sembra un regalo preziosissimo.
Resto ad occhi chiusi.
Continuo a godere di quel clima magnifico, surreale; godo di quell’abbraccio caloroso, mai invadente, e di un leggero vento tiepido che mi scompiglia qualche ciocca, una carezza di bentornato…
Decido che è arrivato il momento di indirizzare lo sguardo verso l’immensità di quel luogo che è Casa.
Una casa da cui potere partire per migliorarsi, per cercare la propria strada nel mondo ma comunque un porto sicuro che mai respingerà il mio rientro, anzi lo festeggerà con tutto l’entusiasmo di cui è capace.
Con lo sguardo rivolto verso il mio mare comincio la discesa per le stradine strette e intarsiate lungo lo sperone di roccia e argilla che si erge sulla costa; un crocevia di strade, un intarsio di pietra e ceramica negli angoli più inaspettati e nascosti così come in bella vista.
Scendo.
Mi muovo a passi lenti, misurati, soffermandomi ogni qualvolta un brivido corre sulla pelle e mi ricorda momenti traboccanti di emozioni vissuti in quell’angolo di paradiso che si rivela solo a chi ha la forza per guardare oltre, per mettersi a cercare con audacia e caparbietà quello che si cela sotto la superfice fatta di stereotipi, di maldicenze, di cliché, di storie costruite a supporto di idee false.
La mia passeggiata continua, così come continua la discesa verso il cuore un po’ stanco e stropicciato di quel posto.
Percorro con ammirazione un groviglio perfettamente geometrico di scale che, dal vecchio quartiere dei pescatori, degrada sinuosamente verso il mare.
Sono gli ultimi gradini che mi separano dal porto e dal suo carattere un po’ burbero, se vogliamo, anche rozzo ma indubbiamente autentico e dall’indole materna.
Il porto appartiene al mare, ai pescatori e alle loro vite.
Il porto è di quelle mani nodose, vissute, sapienti che ogni giorno districano metri e metri di reti che verranno gettate nelle acque profonde lungo la costa.
Il porto è un crocevia di vite, un gomitolo da cui si diramano infinite possibilità; c’è chi parte per tornare a casa e chi rientra dopo lunghe notti buie di lavoro, c’è chi ha il cuore leggero prima di un viaggio e chi invece porta dentro di sé un macigno legato alla malinconia dell’abbandono.
Il porto non è solo il cuore della mia città, è anche le sue braccia forti pronte a faticare per un futuro migliore, è le sue gambe robuste capaci di sostenere il peso di un passato non sempre facile ma anche abili nel dirigersi verso ciò che potrebbe essere una volta compiuta una scelta, è anche il ventre di un luogo che le emozioni le vive tre volte: con la testa, con la pancia e con il cuore.
Il porto è la testa di casa mia perché è da lì che in passato è iniziato tutto ed è lì che tutto è sempre destinato a tornare.
Vi verrà spontaneo pensare che forse stia un po’ esagerando, che alla fine un porto è semplicemente un porto e che tutti si assomigliano in fin dei conti…
No, nessuno è uguale agli altri e nemmeno simile, perché il porto non è il braccio di roccia che si erge sulla distesa d’acqua e ne abbraccia il corpo liquido, non è l’insieme di barche ormeggiate in ogni suo angolo pronte a salpare, non è l’odore di salsedine, di carburante e di pesce.
Il porto è fatto da chi lo vive, da chi lavora con dedizione; il porto lo vedi negli occhi stanchi di chi è stato mesi in mare e finalmente abbraccia ad ogni sguardo la propria terra.
Un porto è costruito dalle persone che ne mantengono acceso il faro e ne garantiscono il futuro, il porto è un popolo orgoglioso delle proprie tradizioni.
Per questo motivo nessun posto potrà mai essere uguale agli altri e ognuno sarà profondamente diverso nelle storie che ne hanno costruito la Storia. Cammino lungo il molo principale verso la mia destinazione, la sua fine.
La raggiungo alcuni minuti più tardi e rimango a fissare il mare perché so che alle mie spalle mi attende uno spettacolo che ogni volta mi toglie il fiato, mi lascia intontito, incredulo e non voglio che quel quadro di immutabile bellezza mi venga rivelato troppo presto; lascio crescere l’attesa, il desiderio, l’emozione.
Il sole all’inizio alto nel cielo sta per essere inghiottito dal prato azzurro davanti ai miei occhi, un gabbiano vola basso e passando sulla mia testa emette il suo canto, lo prendo come un segno e finalmente mi volto verso la meta iniziale del mio viaggio.
Il tempo si blocca, i suoni sono ovattati.
La luce dorata, calda, generosa del tramonto lambisce ogni angolo della visione che si staglia davanti a me.
Abbarbicate sulla roccia a strapiombo sul mare, una moltitudine di case spalanca i suoi occhi sulla baia. Ognuna di esse ha un vestito del tutto diverso dalle sorelle che le stanno accanto.
Eccolo lì un dipinto dai folli colori che in contrasto con il cielo e più in basso con il mare commuove l’animo, l’accarezza…
Non vedo soltanto colori, forme e costruzioni ma storie che attendono di essere raccontate o rilette.
Ogni colore è un grido di speranza, ogni casa è un richiamo a tornare dagli affetti.
Quell’agglomerato urbano in perfetta sintonia con la natura circostante è così variegato e variopinto per una ragione. I proprietari di quelle abitazioni, i marinai, partendo per mare e lasciando il cuore delle loro vite per molti mesi, ogni anno, non avrebbero ricordato, in passato, la posizione della propria casa, non sarebbero mai riusciti a tornare dalle mogli e dai figli se non fosse stato per i colori con cui ogni piccolo porto sicuro, nel porto, era stato contrassegnato. I colori erano, ma scommetto che sono ancora oggi, le bussole per la loro navigazione verso casa; un piacere alla vista e un abbraccio caldo per il cuore.


Indosso la mia giacca, la sciarpa e uscendo dal solito bar apro l’ombrello. Piove, ma sono pronto per la giornata…dopo essere stato a casa nulla mi spaventa.

Lorenzo La Rosa