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Ho sempre considerato le faccende religiose come estranee da me. Non per disprezzo, ma per un mio disinteresse personale. Mi sono sempre vista come una persona affetta da mancanza spirituale. Non me ne sono mai fatta un cruccio. Ad essere sincera, fino a qualche anno fa, non ho mai considerato la questione. La mia famiglia non è particolarmente religiosa, le poche volte in cui sono stata in chiesa, ho partecipato con il classico segno della croce, e con le due preghiere che sapevo a memoria, grazie gli anni di catechismo. Negli anni, però, la mia percezione della religione è cambiata. Saranno stati anche i miei studi, oltre alla maturità personale, ad avermi spinta ad un cambio di mentalità. Studiando antropologia, mi sono interessata alle religioni in generale, per una mia curiosità intellettuale, e mi sono posta delle domande, e ho fatto considerazioni. Ciò ha portato ad impercettibili cambiamenti nel mio modo di vedere la religione. Mi ha portata a chiedermi, ad esempio, cosa comporti, ed in quale misura arricchisca la tua vita, vivere con la consapevolezza di credere in altro da te e da ciò che è più tangibile. Avere nell’anima l’idea di un Dio che ti protegge, che ti cura, che ti ascolta. Essere capaci di atti di fede.

Personalmente, negli anni ho maturato l’idea che il più grande atto di fede debba essere fatto nei confronti delle persone, di chi ti circonda. Per quanto sia dotata di un’abbondante dose di cinismo e di sfiducia verso l’umanità, credo che l’uomo possa stupire se stesso e il suo innato egoismo, e che sia capace di atti di grande generosità, protezione e cura in molte situazioni.

Nell’epoca attuale, non sono molte le prove di ciò. Il rifiuto dell’altro, di ciò che non conosciamo, l’odio verso le diversità, la completa incapacità empatica stanno facendo scivolare millenni di evoluzione e cambiamenti verso un baratro profondo. Eppure, sono convinta che atti di umanità siano possibli, ancora possibili.

Sta tutto nelle piccole cose, e nel saperle osservare. Quando sei persa in un vicolo di una città sconosciuta, e guardi tutti con sospetto e diffidenza, perchè l’esperienza e i pregiudizi ti hanno insegnato ad avere paura, prima che a sorridere. Eppure, la persona che ti si sta avvicinando, un completo sconosciuto, sta per aiutarti ad uscire da quella che era una situazione che necessitava di aiuto – ti sei persa come una scema e non sai assolutamente dove sei.

Quando sei in stazione, e il ragazzo che dorme per strada ti avverte che il tuo treno è stato spostato di binario.

Sono piccolezze, che se confrontate con quello che è il buco nero che sta diventando l’empatia umana, paiono nulla. Ma che a te, persona comune, nelle tue giornate fatte di impegni, corse, persone scampate, treni persi, orari mancati, aiutano a non impazzire, e ad arrivare a fine giornata pensando che, forse, una piccola speranza c’è ancora. Che è ancora possibile credere in un sorriso fatto ad uno sconosciuto, piuttosto che ad uno sguardo di paura e ad un cambio di marciapiede.

La spiritualità non è in una particolare religione, in una festa, in un rituale particolare. È quella che impieghi ogni giorno per rendere il mondo un posto un po’ meno tetro, un po’ meno spaventoso, un po’ meno condannato.