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Tic tac.
Tic tac.
Oscilliamo come un pendolo tra zona gialla, arancione e rossa.
Ci mancano molte cose della routine di un tempo.
Altre le assaporiamo appena, ad ogni piccola breccia aperta nel muro dei divieti.
Spesso necessari, qualche volta esagerati, ma – si sa – prevenire è meglio che curare.
Siamo un collettivo che troppe volte ha dimostrato di non sapersi gestire, con chi possiamo prendercela se non con noi stessi?
La diplomazia mi impone il plurale maiestatis.

In questi giorni che anticipano la Primavera, vorrei uscire.
Ne abbiamo tutti un po’ bisogno: “Oggi usciamo e andiamo… perché no, a farci un bel giro al Mercato!”, dove volti sconosciuti riescono a scambiarsi sorrisi e saluti disinteressati, o quasi.
Dietro la mascherina, forse.
Lavoro di ricordi, ed esco.
Mercato, luogo e teatro di incontro.
Antitesi di Guerra, luogo e teatro di scontro.
Markale, a Sarajevo, è stato Mercato e Guerra contemporaneamente: obiettivo strategico, cuore pulsante della città, ferito mortalmente durante l’assedio del 1994.
Sintesi imperfetta tra esistenza e annientamento.
Mercato è vita, fulcro di persone che lo animano.
Luogo e teatro di incontro: tra domanda e offerta, tra venditori e compratori, tra culture e lingue, tra arti e mestieri, tra merci e dolci, tra vicini e stranieri.
Tutto insieme, nella stessa cornice.
Mercato è qualsiasi luogo di scambio e di confronto.
Mercato di domande: chi più ne ha, più ne metta.
E chi non ne ha, scagli la prima pietra.

Nell’immaginario comune, il mercato prende forma in un susseguirsi di bancarelle che riempiono piazze e vicoli, con una varietà di merce esposta che confonde i desideri.
Un grande vociare sale dalle strade adibite a negozi, dove i venditori sottolineano le qualità delle loro merci con volume crescente e slogan improvvisati.
I dialetti si esasperano nella bocca degli anziani; attecchiscono con costanza in quelle dei bambini; resistono così nel tempo che passa.
Spesso si intrecciano agli altri idiomi e mutano, cambiando sensibilmente il modo di comunicare.
La parola regna sovrana nel campo delle trattative nel mercato: un’arte sofisticata, remota e perenne.
Una comunicazione densa e precisa racconta il frutto del lavoro e si alterna ad un rapido gesto di rifiuto, che vanifica lo sforzo.
Mediterraneo è il rapporto dialettico tra il detto e il non detto e la sua trama non può essere studiata: può essere compresa solo facendone esperienza.

Lo sguardo tiene il tempo, come una lancetta che, procedendo di sponda, si poggia su questo e quello.
L’acqua dei grandi contenitori di prodotti di mare sgorga fuori, spinta dal rubinetto corrente, e scivola sul cemento, dove si mescolano i passi dei passanti, attirati dal buon odore.
Poco più avanti, i prodotti caseari delle campagne limitrofe accendono la voglia di assaggi e di pasti conviviali; poi i profumi di spezie e aromi, coltivati nella stagione.
Lavorazioni di ceramiche e di vetri ispirano regali e ornamenti; tessuti ricamati richiamano l’attenzione di occhi sensibili ai colori sgargianti.
Nell’immaginario comune, il mercato è questo. In realtà, è molto di più.

Il mercato nasce quando l’Uomo si rende conto di essere un animale sociale e che da solo non basta.
È la consapevolezza delle necessità dell’Altro e dei prodotti che offre, è un baratto di sopravvivenza ed è così che prende forma, in tempi antichi.
Mercato è qualsiasi incontro di persone, pensieri e parole, fatiche. Domande.
Mercato è confusione, che nelle aule di scuola acquista funzione esclamativa “Non siamo al mercato!”.
Eppure…quale mercato migliore di quello fra teste pensanti sedute ad un banco di scuola, che alleggeriscono il carico fra un’ora e l’altra, scambiandosi pensieri e idee?
Il “mercato delle idee” è quello degli economisti Mill e Bentham, secondo i quali “la concorrenza delle idee, così come la concorrenza del mercato, determina il meglio. Poiché tutte le verità sono verità parziali e non esistono verità assolute, dal confronto delle verità parziali viene fuori il progresso dell’umanità”.
Quante verità assolute – e quindi fallaci – urlate al vento, in questi anni nebbiosi, “neanche fossimo al mercato!”.

Piazza Mercato e i vicoli di Napoli; il Mercato del Forte a Forte dei Marmi; la Vucciria e Ballarò di Palermo; le macerie di Markale a Sarajevo; la Rambla della Boqueira di Barcellona; il Suq di Marrakech: luoghi che evocano immagini, fantasie, ricordi, credenze, guerre, attentati, massacri, libri, testi.
Luoghi che costituiscono la cultura pop di un paese o di una città: del Mediterraneo, in questo caso.
L’uomo riconosce se stesso nei mercati delle sue città?
L’uomo è protagonista nel mercato o si fa condizionare dalle sue logiche?
L’uomo è capace di sacrificare il bisogno di verità assolute per ritrovare il senso di verità parziali?
O ancora, com’è cambiato l’uomo di mercato?
Mercante, borghese, capitalista, imprenditore, venditore, compratore, passante: tutti agenti di trasformazione sociale.
Si apre una nuova indagine, di mercato.

Illustrazione di Anna Rosa