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Se Lea fosse ancora viva, questo sarebbe un mondo migliore.
Un po’ più attento, un po’ più giusto, un po’ più bello.

Lea è una giovane ragazza nata in Calabria, cresciuta nella cultura ‘ndranghetista che respira in famiglia. Come un giovane siciliano ribelle, rigetta quella forma mentis, eppure ne è immersa.
Lea è una giovane ragazza che si innamora del ragazzo sbagliato, Carlo Cosco, un emergente boss che vuole ingrandire gli introiti delle sue attività, spostandosi a Milano.
Lea è una giovane ragazza e la metropoli meneghina ha il suo fascino, così segue il compagno.
La coppia abita in un appartamento di Via Montello: lui gestisce il traffico di droga e un giro di vite di immigrati che vengono usati come spacciatori e delinquenti, e in poco tempo diventa uno dei boss più influenti della tratta Milano-Crotone; lei si prende cura della figlia di quella relazione, Denise, frutto di un amore univoco.

La piccola cresce in una situazione di degrado e violenza, finché Lea, giovane madre, non decide di sciogliere le catene che tengono entrambe prigioniere: dopo l’ennesima retata della polizia, che porta all’arresto di Cosco, decide di lasciarlo, testimoniare e denunciare le attività illecite dell’ormai ex compagno. Doppio affronto, per un uomo di ‘ndrangheta.

Inizia un calvario per Lea, giovane madre testimone di giustizia, e Denise, inserite nel programma di protezione testimoni e spostate in località protetta. Le maglie della giustizia a volte sono larghe e gli uomini di Cosco riescono in più occasioni a rintracciarle: prima le minacce, poi il tentativo di omicidio. Lea e Denise sono sradicate di nuovo, costrette e spostarsi tra ripetute incertezze e le falle di un sistema che non garantisce sicurezza.

Il tempo passa, Denise cresce, Cosco esce dal carcere. In apparenza, cerca di rimediare agli errori di padre malavitoso, tentando di riconquistare l’affetto della figlia, e in serbo prepara la vendetta che costerà la vita di Lea, che intanto decide di uscire dal programma di protezione e incontra Don Luigi Ciotti ed Enza Rando di Libera, con i quali comincia un nuovo percorso.
Chiedendole un incontro pacificatore, per pianificare insieme il futuro della figlia, Cosco convince la giovane donna, che versa in difficoltà economiche, a recarsi a Milano.
Si fida, Lea.
O forse no.
Vuole solo che la figlia abbia un futuro più tranquillo del passato, più sereno del presente.

La sera dell’incontro (24 novembre 2009), alcune telecamere di sorveglianza della città riprendono per l’ultima volta la sagoma di Lea in zona Arco della Pace: di lì a poco viene rapita da un commando di tre uomini, che la caricano su un furgoncino, la portano in un appartamento e la uccidono, mentre Denise è a cena con il padre dai suoi parenti.
Madre e figlia non si incontreranno più.
Denise è già una giovane donna e capisce tutto: denuncia la scomparsa della madre.
E non si arrende finché la verità (accertata da un pentito nel 2012) non viene fuori.
Il pentito che consente gli accertamenti giudiziari definitivi è Carmine Venturino, che si è finto innamorato di Denise sotto la pressione di Cosco, e che ha ammesso la partecipazione al rapimento e all’omicidio di Lea, cominciando a meditare il pentimento durante la relazione con la ragazza.
Tradita due volte.

La crudeltà dell’omicidio,
i resti bruciati per giorni in un bidone a San Fruttuoso, e ritrovati quando il loro accumulo formava un chilo e mezzo di frammenti ossei, con una catenina d’oro,
le bugie raccontate a Denise sulla madre (“è scappata in Australia”, le hanno detto),
le parole dello stesso pentito, cioè ex fidanzato della ragazza, nonché omicida della madre,
sono elementi che completano il quadro di bestialità che la storia affida ai posteri (e che ha affidato alla magistratura).

Lea e Denise erano, anzi sono, un tutt’uno: le scelte della madre sono state prese con forza e coraggio per amore della figlia; le scelte della figlia, che ha denunciato e testimoniato a processo contro il padre e i suoi sodali, sono state prese con forza e coraggio per amore della madre.
Una scelta per un futuro migliore; una scelta per un ricordo esemplare.

Quella di Lea è una delle storie più care al movimento antimafia: il 19 ottobre 2013, in Piazza Beccaria, nel cuore di Milano, si sono tenuti i funerali civili davanti a tremila persone, con l’intervento (tramite un telefono collegato ad un altoparlante) della figlia Denise, ancora sotto protezione a causa delle continue minacce di morte da parte di Cosco: “se questo è successo, tutto questo è successo, è per il mio bene… Ciao mamma”.
Nel pomeriggio di ieri, a sette anni esatti da quell’evento, la città ha intitolato ufficialmente i Giardini di Via Montello a Lea Garofalo, di fronte quel palazzo in cui ha abitato vessata per anni.

Se Lea fosse ancora viva, sarebbe un mondo migliore.
Un po’ più attento, un po’ più giusto, un po’ più bello.
Un po’ più capace di difendere quelle perle che lo hanno percorso, dandone lustro e significato.

Illustrazione di Riccardo Ventura, ispirata alla bandiera per Lea ideata dal coordinamento milanese di Libera