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Credo di non essere poi così male con le parole, quelle scritte per la precisione, perché a parlare a volte faccio confusione, come se soffrissi di una sorta di ansia da prestazione da linguaggio verbale. Ultimamente però, mi sono resa conto di fare una certa fatica a trovare le parole giuste anche quando ho carta e penna davanti, bizzarro, perché carta e penna sono stati per molto tempo il mio unico porto sicuro quando tutto intorno a me sembrava vacillare. Ho iniziato a cercarle, le parole che non trovavo più, in modo quasi aggressivo senza neanche concedermi il diritto di fermarmi, respirare e analizzare perché e soprattutto dove le mie parole fossero finite. Il problema continuava e così, invece di rifugiarmi tra le pagine bianche dei miei colorati taccuini, mi sono abbandonata agli altri amici d’infanzia che saldamente mi accompagnano sempre durante le fasi, spesso altalenanti della mia vita. I libri. Ed è in uno di questi che forse ho ritrovato le parole e con loro, anche un po’ me stessa.

È bastata una parola, a dire il vero un nome, a far scattare il meccanismo. Afra.

Afra, Afra, Afra… un nome che è rimasto bloccato nella mia mente per giorni, come se non riuscissi a mandarlo via, come se lo volessi trattenere ancora un po’ con me. Andava e tornava, con un ritmo ad andamento lento ma costante. Perché Afra non è un semplice personaggio di fantasia ma è la violenza della guerra, la disperazione di una generazione, la rassegnazione, la violazione dell’anima e del corpo. Afra è la Siria. Ma come per la Siria, in Afra ribolle anche una forza impetuosa e un ancestrale richiamo alla vita che incredibilmente la fa sopravvivere. Un fiore che resiste all’inverno. Un cuore che pulsa ancora, nonostante lo abbiamo strappato dal suo petto. Nonostante abbia incontrato il dolore più forte, nonostante abbia sopportato l’umiliazione più grande. Probabilmente è per questo che ero così restia ad allontanarmi da lei, come se sentissi la necessità di conoscere il suo personaggio più a fondo, analizzarlo, magari anche carpirne i suoi segreti e soprattutto capire il suo ruolo all’interno del libro, inizialmente apparentemente marginale fino a diventarne l’epicentro.

Afra trova la sua creazione all’interno dell’Apicultore di Aleppo, un romanzo scritto da Christy Lefteri, figlia di rifugiati e volontaria, da adulta, in un campo profughi ad Atene. La Lefteri ha scritto una storia la cui trama stravolge i ruoli e trasforma in inaspettato l’ovvio, riuscendo, attraverso un linguaggio leggero, ad affrontare una tematica che di leggero ha ben poco.

Il viaggio dei rifugiati verso la speranza di un futuro migliore, con la consapevolezza che prima di arrivare al traguardo, se mai verrà raggiunto, ci saranno mille paure ed ostacoli da superare e ci sarà sempre il fantasma di quello che era e sarebbe potuto essere che verrà a bussare alla porta dei ricordi. I “rifugiati”: quelle anime che vediamo camminare nei video dei reportage in lunghe file e di cui spesso si parla, di cui spesso ci si chiede dove andranno a finire, nella terra di chi andranno a “disturbare”, dimenticandoci di chiederci da cosa stanno andando via e quanti sogni, insieme alle loro case, si stanno lasciando alle spalle.

Man mano che la storia prosegue, ogni pagina diventa più pesante perché un po’ più pesante diventa il cuore del lettore che inevitabilmente viene emotivamente coinvolto nelle dinamiche dei protagonisti. Ogni personaggio è la sfaccettatura più o meno delineata dei diversi aspetti di quello che è il subdolo meccanismo dei giochi di potere da cui, come unico perdente, alla fine si ha solo il popolo.

Mentre leggevo ho avuto la sensazione di aver ritrovato quelle parole che, come ho scritto nelle prime righe, credevo fossero andate perse ma allo stesso tempo, quando ho preso carta e penna per raccontare del libro non avevo bene in mente cosa volessi comunicare. Alla fine mi sono arresa al flusso dei miei pensieri e al sentimento di dolce amarezza che ho provato girando l’ultima pagina e trovandomene di fronte una bianca su cui ho immaginato cosa potesse essere avvenuto dopo. In tutto questo lasciarmi trasportare dalle mie ritrovate parole è successo però, un fatto buffo: non ho parlato del protagonista del libro, Nuri. Preferisco pensare che si possa presentare da sé a chi deciderà di immergersi in questa lettura, senza creare aspettative e senza anticipare gran ché. L’unica nota che mi sento di aggiungere è che, se Afra l’ho vissuta come una grotta in cui sentirmi protetta e abbracciata, Nuri è stato una specie di specchio nel cui riflesso ho ritrovato un po’ anche me stessa, dandomi così il modo, attraverso il suo personaggio, di affrontare quello che da un po’ di tempo tentavo di evitare. Ho cercato di capire lui e lui ha aiutato me.

È questo quello che mi è piaciuto di più del libro, il riuscire ad affrontare un tema sociale di estrema attualità inserendo diversi aspetti che all’interno di questo tema nascono ed evolvono, in maniera tutt’altro che distaccata. Ha reso reale tutto. Ha reso tutto così maledettamente reale che quando ho finito di leggere e ho riposto il libro al suo posto, secondo scaffale a partire dal basso, della libreria in salotto, sono dovuta correre ad abbracciare A. e sussurrargli che siamo fortunati e che dovremmo apprezzare di più ogni singolo istante di questa nostra vergognosamente spensierata esistenza.

Ho chiesto ad un amico siriano di descrivermi con una sola frase il suo Paese. Mi ha detto “Se visitassi la Siria, sentiresti un senso di benedizione ovunque”, così ho pensato che fosse proprio vera la sensazione che ho avuto quando il nome di Afra non voleva più andare via.

In fondo Afra è tutto quello che vorremmo non ci capitasse mai e tutto ciò che di più bello vorremmo custodire.