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Viviamo un periodo caratterizzato da una forte dimensione mediatica; tutto quello che succede attorno a noi è inevitabilmente filtrato, amplificato, a volte modificato dai cosiddetti mezzi di comunicazione.

Dobbiamo però chiederci di che cosa stiamo parlando, che cosa effettivamente siano i media e, al tempo stesso, se si tratti o meno di un fenomeno recente. La domanda che dobbiamo porci è: prima della televisione, prima di internet, prima della radio, che cosa succedeva? Quali erano le dinamiche legate all’informazione, alla comunicazione, all’arte? I fumetti, quotidiani, il dagherrotipo, la pittura, il teatro e tanti altri sono da considerarsi dei media vecchi, antichi, obsoleti, passati? E se si, rispetto a che cosa?
È in questa ottica che si inserisce l’archeologia dei media, che pone il medium, vale a dire ciò che sta nel mezzo tra colui che trasmette e colui che riceve, al centro del discorso.

L’archeologia dei media è una disciplina dai confini mutevoli ed in continua evoluzione. Di certo possiamo sostenere che nasca all’interno di una più profonda critica rispetto all’idea di progresso, di linearità come concetti preminenti delle storie dei media tradizionali. L’archeologia dei media si può dunque definire come un modo di fare ricerca, che coglie temi centrali, chiave del dibattito contemporaneo sui media e li analizza su un campo di indagine più ampio, sia storico che teorico. 

Il concetto cardine alla base dell’archeologia dei media è dunque il rifiuto di una concezione evolutiva della temporalità storica; l’interesse e l’attenzione per i media dimenticati, obsoleti e la forte opera di scavo nel passato vengono posti in relazione a tematiche di spicco del presente.

Non è un caso infatti, che molti archeologi dei media siano artisti, che attraverso il ritrovamento e l’utilizzo di strumenti mediali superati, abbandonati, esplorano nuove possibilità e aree di lavoro, anche talvolta reinventando completamente il medium, aprendo la strada a opportunità e occasioni innovative.

C’è quindi una nuova modalità di approccio alle fonti del passato che non porta più con sé l’idea di una storia dei media lineare. Le storie dei media sono intrecciate e i media stessi sono il risultato di dinamiche complesse, che producono diversi livelli di stratificazione. Proprio la creazione, l’utilizzo, il disuso e poi ancora il recupero di media differenti portano ad una storia che inevitabilmente appare imprevedibile e non il frutto di una limpida e rigorosa evoluzione.

Sulla base di questo rifiuto di un’idea di progresso e di linearità dei media, dovremmo chiederci se anche le società si muovono evolutivamente parlando su una linea retta, prive di interferenze o variabili, o se invece la faccenda sia decisamente più complessa di quanto venga semplificata. 

Fotografia di Florian Klauer