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premessa: contiene spoiler, ma dopo un anno!

Gennaio 2020.
Mentre il mondo covava in serbo il germe di un nuovo virus letale, che da lì a poco avrebbe condizionato la vita di tutti, usciva nelle sale italiane un capolavoro assoluto, Jojo Rabbit, siglato Taika Waititi.
Una regia geniale, tenera e disarmante al servizio di una dolorosa, cruda e violenta memoria.
Anche in questo caso, la trama è fortemente condizionata da un atavico virus letale, mai estirpato del tutto, che ha attecchito nel cuore perverso di molti, dei bruti che non hanno seguito virtute e canoscenza.

“Sono disposto e pronto a sacrificare la mia vita per lui!”, afferma il piccolo Jojo, rivolgendosi al suo idolo, nonché amico immaginario, Adolf Hitler, interpretato magistralmente dallo stesso regista (e non poteva essere diversamente).
Jojo ha 10 anni, ha l’anima tedesca e non si sa allacciare le scarpe.
Si prepara a partecipare con l’amico (reale) Yorki al “più grande weekend della storia”: una due giorni, che sa di centro-estivo, per entrare a far parte della Gioventù Hitleriana, imparando precocemente tecniche di guerra e mistificando la storia, gli usi e i costumi della razza ebraica, presentata come diabolica.
Il tutto sotto il comando di una figura chiave: il Capitano declassato Klenzendorf.
La partita dell’umanità si gioca all’inizio del mondo, per come un bambino lo conosce, e per come gli viene raccontato: questo il regime totalitario nazista lo sapeva bene e i programmi di socializzazione primaria e secondaria erano plasmati filosoficamente sul modello ariano e sul rifiuto del mondo ebraico, fino alla sua distruzione.

Durante un’esercitazione paramilitare, in cui si manifesta ai cuori degli spettatori il titolo della pellicola, i piccoli membri della Deutschen-Jungvolk e della Hitler-Jugend sono chiamati a compiere atti micidiali, e qui si comincia a intravedere la sagacia di Waititi nel mixare il Fuhrer, chiaramente psicopatico e irrimediabilmente infantile, donando quella risata che bilancia il peso della scena, sempre gravoso, ma allo stesso tempo sopportabile.
A causa di un fortuito e prevedibile incidente, Jojo si ferisce gravemente e il suo fine settimana euforico termina in ospedale. Il piccolo protagonista, segnato in eterno da un paio di cicatrici sul volto ancora puro e angelico, comincia a guardarsi in un modo diverso.
Sale in cattedra una splendida (più del solito) Scarlett Johansson, nei panni della madre Rosie, con una recitazione dolce e profonda. Donna forte, ostile al regime, innamorata del figlio, della figlia prematuramente scomparsa, e del marito, in giro a guerreggiare (da che parte si capisce alla fine).
Durante  un giro mattutino, lo sguardo di Jojo si scontra brutalmente con alcune impiccagioni di piazza:
“Che cosa hanno fatto?”;
“Ciò che potevano!” è la risposta sconsolata della madre.
Ci pensa ancora Adolf Waititi a raffreddare gli spiriti con una nuotata subacquea gioiosa mentre la gioventù che a lui si ispira rischia di affogare durante un’esercitazione in piscina, metafora dei tanti tedeschi morti in guerra per la sua pazzia.

Il nucleo pulsante della vicenda ruota attorno ad un incontro inaspettato, che distruggerà poco a poco le friabili certezze del giovanissimo hitleriano: Rosie nasconde in un anfratto della casa Elsa, una ragazza ebrea. Dopo le prime reazioni ostili, caldeggiate dall’amico immaginario con quei baffetti assurdi, Jojo raggiunge con Elsa un accordo di convivenza, necessario per coprire l’azione ribelle della madre.
Inizia lentamente un processo di confronto fatto di racconti e disegni, in cui Jojo esprime la sua curiosità sugli ebrei, viziata fino a quel momento dal sistema.
“Come siete fatti, voi?” le chiede; “Siamo come voi, ma umani”.
“Dove vivono gli ebrei?” le chiede; Elsa gli porge un ritratto del suo volto sfigurato e aggiunge “Nella tua testa”.
Inizia una partita tra pregiudizi e reciprocità, una gara a quale cultura vanti i migliori musicisti, letterati, filosofi, uno scontro tra fantasia e realtà.
Jojo impara che cos’è l’amore a contatto con Elsa, in un tenero gioco di lettere in calligrafia incerta, in cui si finge il fidanzato (reale) della ragazza. Mentre i due stringono un legame, Adolf Waititi comincia a perdere ulteriormente il senno, e i suoi folli flussi di (in)coscienza assumono un tono sempre più scontroso.
Il climax più intenso tiene tutti incollati durante un’ispezione da parte della Gestapo nella casa di Jojo: Elsa si improvvisa la sorella maggiore, Inge.
Ansia e terrore per un finale tragico imminente, salvato in corner dal Capitano Klenzendorf.
I motivi di quell’ispezione emergono con prepotenza poche scene dopo, e chi ne fa le spese è la splendida Rosie. Anche lei ha fatto ciò che poteva.
Lo strazio torna in auge, con “Everybody’s gotta live” di Love in sottofondo.

Intanto gli Alleati arrivano in Germania e nei minuti successivi non è Adolf Waititi a mitigare il clima teso, ma le battute del piccolo Yorki, che accoglie con felicità la notizia del rapporto instauratosi tra Jojo ed Elsa, riflette su quanto poco ariani siano i giapponesi, confida al suo amico che Hitler si è suicidato e ha raccontato loro “un sacco di balle” e conclude con un franco “Non so se eravamo dalla parte giusta”, prima di congedarsi, richiamato alle armi (la sua scena con il lanciarazzi è un superbo ricamo di ironia e ingenuità) quando lo scontro è ormai in città.
La guerra è nelle strade, un piano sequenza a tinte leggermente splatter destabilizza Jojo, il resto è sui libri di storia.
Dopo la vittoria degli americani, i sopravvissuti nazisti vengono accorpati per la resa dei conti, Jojo ci finisce in mezzo ed è ancora il Capitano Klenzendorf ad intervenire per evitare il peggio.
Quindi la corsa verso casa per ritrovare la sua Elsa, la ragazza ebrea che in principio tanto detestava, che ora ama sinceramente, che è l’unica persona che gli è rimasta.
Prima le nasconde la verità, perché “Devi stare qui con me”, fuori è ancora pericoloso; poi, nella consapevolezza della libertà negata per anni, Jojo matura d’improvviso, da un calcio alle sue credenze del passato, anche al suo – non più – amico immaginario, e al suo soffice egoismo, invitandola ad uscire.
Jojo si guarda allo specchio ed esclama “Oggi fai ciò che puoi!”, nel ricordo emozionante della madre.
I due escono e l’ultima scena è già un grande cult del cinema, con il loro ballo sulle note di “Heroes” di David Bowie.

Jojo Rabbit è un vero capolavoro.
Racconta la parentesi infernale del nazismo con innaturale sensibilità.
È profondo, drammatico, tragico, con inspiegabile leggerezza.
È una vittoria di un sanguinoso duello ottenuta in punta di fioretto.
È la bomba della diseducazione fatta sistema, disinnescata da un sorriso materno.
È la bestialità dell’uomo, filtrata dagli occhi di un bambino.
È Roland Garros tra il concetto di amico immaginario e nemico immaginario.
È uno schiaffo morale.
È infine sacrificio e speranza.
È un tenero abbraccio che arriva in ritardo. Ma arriva.
Taika Waititi mixa Benigni e Tarantino, il tutto in salsa Pif.

Gennaio 2021.
Dopo un anno esatto, ho avuto il bisogno di rivedere questo film, convinto che sì, la partita dell’umanità si gioca all’inizio del mondo, per come un bambino lo conosce, e per come gli viene raccontato.
Per questo è necessario fare ancora (e ancora e ancora) Memoria, con film potenti come questo!

Credit: Wikipedia