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Conoscete il nome della mia rubrica e conoscete il nome dell’autore. Ma chi sono io? Una storia, un volto e un Testimone di Testimonianze.

Il mio nome è Antonio. Come Gramsci. E come mio nonno. Il padre di mio padre. Dunque no, non sono figlio della letteratura, ma della tradizione: se mio nonno si fosse chiamato Giuseppe il mio nome sarebbe stato Giuseppe.

Ho 29 anni e sono un Restante, uno che ha subito il fascino della stanzialità e della permanenza anziché dell’erranza.
Restanza in apparenza è antitesi di viaggio, del mettersi in discussione, della disponibilità al disordine, all’incontro, alla scoperta.
Ma è in errore chiunque voglia accostare l’esperienza indagatoria della Restanza all’immobilità, alla scelta di non incontrare l’altro e di non fare i conti con le ombre che nutrono il nostro alter ego.
Esiste una maniera spaesante di Restare, ancora più scioccante della ricerca, insicura e spasmodica degli altrove.

Nostalgia, come dice Vito Teti nel suo “Pietre di Pane. Un’antopologia del restare”, è un termine avvincente, denso di Bellezza. “Evoca frantumazioni di tempi e di luoghi, lacerazioni e dispersioni individuali e collettive, partenze, fughe, ritorni, abbandoni, perdite, rinascite. È una commistione felice tra Nóstos, ritorno, e Àlgos, dolore”.
Nostalgia e malinconia, speranza e il rimpianto sono calce di una concreta, contemporanea erranza, che appartiene in modo concreto anche a chi è rimasto.

Concreto.
Una parola di una tristezza pronunciata, morte della Bellezza. Una parola che mi preoccupa e non poco. Il fatto è che concreto è una parola di vetro. Fragile e pericolosa. Da maneggiare con cura perché c’è il rischio di romperla e di tagliarsi.
Che poi, mio modesto parere, 28 anni non sono pochi, ma non per forza abbastanza per una concretezza che implica, a monte, una comprensione di quale sia il proprio posto.

Al momento la mia sensazione è che non solo non ce ne sia uno per me, ma che il solo ipotizzare che in questo momento storico in Europa o nel Mondo ci sia un posto che un uomo o una donna possa considerare proprio sia nient’altro che un’ipocrisia.
E non datemi del cinico.
Mi sono chiesto e continuo a chiedermi in quale delle due Europe sia il mio posto. Nella penosa Europa che mastica omofobia e xenofobia e sputa sentenze sui social, o nella non meno radicale Europa centro sociale?
Non sento di appartenere all’una e non sento di appartenere all’altra.
Non voglio appartenere all’una o all’altra.
Chiedermi oggi che importanza abbia io sia qui, o altrove, è una forma plumbea di autolesionismo.

Non che mi stupisca non appartenere. La non appartenenza è come un abito: abitudine e mania.
Io non appartengo alla mia generazione e men che meno alle generazioni che la precedono.
Sulla mia non ho molto da dire. Credo di esserne sensibilmente deluso. La mia generazione è una madornale, egocentrica e patetica, finzione. Una finzione di cui chiunque sembra voglia ad ogni costo fare parte. Una finzione di bocche che puzzano di alcool e di banalità, ingorde di parole come Bellezza e Libertà, e di una dozzinale quanto pedante retorica come “innamorata della Vita”. Una finzione incapace di dare a queste parole la serietà che merita. Una finzione che non ha alcunché di originale, abituata alla cecità e alla sordità dalle umanità sbandate di cui porta il DNA malato.

Io non appartengo alla mia generazione. E altri come me ne prendono le distanze. Ma siamo complici della finzione. Lo siamo perché ce ne distacchiamo ma non la condanniamo apertamente.
Noi, che non apparteniamo, siamo un agglomerato di tante solitudini di malumore, accomunate dalla mancanza di fiducia le une nelle altre; e da una torrida insoddisfazione, una nube nera che ci ammanta e ci stanca, e che comunichiamo al mondo come comunica chi appartiene alla finzione il bisogno che ha di appartenere.

Una cosa per cui 28 anni non sono pochi e sono anzi abbastanza è sapere che i genitori, che siano assenti o presenti, ingombranti lo sono per antonomasia nel quotidiano di un figlio. Se poi sono presenti, come i miei, ingombrante assume la connotazione di democrazia partecipativa, con mio padre e mia madre che vogliono essere coinvolti e si coinvolgono nelle mie scelte.

La verità è che loro hanno frenato il mio innato, costante e spasmodico vagabondare dispersivo tra le mie molte facce, tutte umorali e contestatrici. Un vagabondare che agisce distrattamente e sottocute e condiziona la mia serenità. E questo freno hanno saputo metterlo insieme e separatamente, e credo sia stato proprio questo il loro merito più grande: voler essere, per me e mio fratello, il Piantagrane, prima di tutto una madre e un padre, e solo secondariamente genitori. Con entrambi noi due abbiamo un rapporto che consideriamo solo nostro, protetto, entro il quale agli altri non è dato intromettersi. E anche quello tra me e il Piantagrane è un rapporto nostro, protetto, per quanto contraddistinto dal continuo alternarsi di abbracci e scazzottate.

Descrivere una madre, un padre e un fratello è sempre complicato. Quando poi si tratta della propria madre, del proprio padre, e del proprio fratello, o di uomini e donne a cui teniamo, la faccenda non è più solo complicata, è imbarazzante e delicata. Si teme sempre di sbagliare e con ogni probabilità si sbaglia. Un particolare che amiamo lo esageriamo, mentre un particolare che non sopportiamo lo nascondiamo. Abbiamo paura di mostrare troppo di loro perché consanguinei, perché vogliamo proteggerli da occhi indiscreti e finiamo col mostrare troppo poco, correndo il rischio di alterarne il ritratto: togliere loro autenticità e realismo, veridicità.

In 28 anni con un minimo di impegno, di gente se ne incontra molta e ho imparato una cosa: siamo tutti sempre il raccolto della semina. La semina degli altri per noi e la nostra semina insieme costruiscono la nostra identità, il raccolto. E il raccolto è un contenitore, accanto ai frutti, che mostreranno sulla propria pelle i segni del tempo e delle intemperie, ferite cicatrizzate che non tolgono succo né inquinano il gusto, ma che ci sono e di fronte alle quali non tutti reagiscono e reagiamo allo stesso modo. Accanto ai frutti quasi sicuramente ci saranno poi delle erbacce e qualche ramo.

In conclusione, la Restanza è una condizione. Può diventare un modo di essere, una vocazione, senza boria, senza compiacimento, senza angustia e chiusure, con un’attitudine all’inquietudine e all’interrogazione. Restanza significa vivere l’esperienza dolorosa e Autentica dell’essere sempre “fuori luogo”, del proprio spaesamento.

Illustrazione di Silvia Guarlotti
Articolo uscito originariamente sul blog Thalleìn di Antonio Roma
https://antonio-roma.com/2020/10/11/nostos-e-algos/