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Premessa: il testo contiene due piccoli spoiler sul film di cui tratta, in parte evincibili dai trailer pubblicati, ma non ne compromettono lo sviluppo e il finale
Post premessa: è stato scritto prima delle rinnovate limitazioni indette dall’ultimo DPCM

Apro una nuova finestra.
Stamattina mi affaccio sulla strada che, dalle prime ore dell’alba, si riempie di passeggeri mascherati. Seguo i loro passi indaffarati e svelti, nell’aria ancora fredda.
Intanto le corsie si affollano di auto, in un senso e nell’altro, nella monotonia del quotidiano.
In fondo al viale, dopo il semaforo, si apre una via sulla destra: nel mezzo, si trova la mia sala preferita, quella cinematografica.

La riapertura del Cinema è stata fra le più importanti iniezioni di fiducia – e cultura – del post lockdown.
Dalle prime settimane di Autunno, nelle sale si proietta il film di Mauro Mancini, con protagonista Alessandro Gassman, Non odiare: una storia amara, dai tratti criminogeni e i contenuti devianti; una storia che viene rigurgitata dall’Inferno per poi esserne inghiottita nuovamente, e rigettata fuori un’altra volta; una storia di errori e perseveranza diabolica.
Un’idea sbagliata e letale può resistere nel tempo, costruendo se stessa sull’ignoranza.
Finché non si vince quella, ciclicamente si ripetono gli stessi errori, in forme diverse.

Il padre del protagonista della pellicola è un ebreo deportato che fa parte di quella che Primo Levi definisce “la zona grigia della protekcja” (termine polacco che indica privilegio) nel suo celebre e fondamentale I sommersi e i salvati: un privilegiato, o meglio uno destinato a sopravvivere alla Shoah, offrendo – probabilmente in modo forzato – i suoi servizi da dentista ai carnefici nazisti.
Una situazione storicamente possibile, che rappresenta una delle tante (comunque troppo poche) vicende che si ritrovano nel manuale sull’Inferno scritto da Levi, in cui qualcuno ha beneficiato della clemenza dell’oppressore ma a caro prezzo, cioè costretto subdolamente a sporcarsi le mani e a diventare complice e parte della macchina della morte: “è ingenuo, assurdo e falso ritenere che un sistema infero, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada, le assimila a sé […]. Non basta relegare i collaboratori in compiti marginali; il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più è possibile: così avranno contratto coi mandanti il vincolo della correità, e non potranno più tornare indietro”.
Su queste storie, ciascuna con un diverso grado di correità, l’autore stesso invita a sospendere il giudizio, conteso tra concorso di colpa e costrizione.

Dalle prime sequenze del film, inerenti l’infanzia di Simone Segre, cioè il personaggio interpretato in età adulta da Gassman, si evince nel padre un carattere aspro e burbero, forgiato da un’impostazione autoritaria e forse peggiorata dall’esperienza bestiale del lager.
Un profilo atipico della retorica (significato letterale e non metaforico) degli oppressi, caduti o sopravvissuti: innocente sì ma non di animo buono.
Questo dato non deve soprendere, né infastidire.
Il sistema nazista ha colpito le sue vittime in modo indistinto, tra buoni e cattivi, umanamente parlando: nessuno avrebbe comunque meritato la morte nel campo.
Lo stesso Primo Levi confida (iperbolicamente, a mio modo di vedere; sinceramente, al suo) nelle sue pagine: sono morti i migliori, i sommersi. “I salvati non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio […]. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della zona grigia, le spie. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”.

Un giudizio troppo severo, ma comprensibile: ha visto perire chi ha cercato di difendere un compagno da un abuso qualunque; ha visto sopravvivere chi è entrato in rapporti, più o meno diretti, più o meno consapevoli, con il diavolo; ha visto perire chi ha cercato di mantenere un’identità; ha visto sopravvivere chi ha perso la sua umanità, ridotto a larva dal sistema concentrazionario.
Sistema basato sul concetto della morte comunque: mors tua, sopravvivenza mia, chissà per quanto.
Come giudicare? 

Simone cresce e diventa medico chirurgo.
Una casualità lo conduce ad essere unico testimone di un incidente in cui un conducente d’auto resta gravemente ferito: la sua deontologia lo porta ad intervenire tempestivamente ma, quando scopre il tatuaggio di una svastica sul petto del morente, sceglie di fermarsi nella sua azione di salvataggio.
Inizia da qui un nuovo percorso interiore che porta Simone a riflettere su se stesso e contemporaneamente ad informarsi sulla famiglia della vittima, composta da tre figli che ora versano in difficoltà economiche a causa della scomparsa improvvisa del padre.
Il protagonista decide così di “aiutarli”, cercando un sollievo ai suoi sensi di colpa: assume Marica, la figlia maggiore, come domestica, scoprendo il carattere encomiabile della ragazza, ma si attira l’odio del fratello Marcello, neonazista convinto – di paterna ispirazione – che riconosce nel cognome di Simone le sue origini ebraiche. 
I gruppi di estrema destra, sulle orme squadriste, sono noti alla cronaca per raid e pestaggi inflitti alle loro vittime, discriminate in ogni modo.
È così che Simone e Marcello arrivano a conoscersi: prima le minacce del ragazzo, poi le botte, con l’aiuto di un paio di compari suoi, con il volto coperto.
L’escamotage della trama è indovinato: “mia sorella non lavora per uno come te”.
Uno come te, un ebreo.

Su questo ragionamento talmente immediato, superficiale e vuoto, si edifica l’odio di Marcello, e ci riversa tutta la rabbia della morte del padre, della vita sacrificata e tutti quegli elementi devianti che hanno modellato la sua identità di naziskin.
È stato cresciuto da (e come) un camerata, pensa come un camerata, parla come un camerata, saluta come un camerata, grida come un camerata, picchia come un camerata, frequenta solo chi è camerata. Ecco il quadro di socializzazione che offre lo spaccato del racconto, inserito nei bassifondi di una Trieste che coltiva in serbo il suo lato peggiore. 

Simone si troverà di fronte alla scelta di denunciare l’accaduto o meno, e poco tempo dopo, a fare i conti con il suo potenziale umano, che va oltre la logica, e che segnerà in modo definitivo il corso delle storie dei personaggi coinvolti.
Al di là del messaggio del film, sul quale sarebbe necessario sviluppare un ragionamento ma al tempo stesso ingiusto spoilerare il finale per coloro i quali hanno questo titolo nella lista di “film da vedere covid permettendo”, l’attenzione va concentrata sul perché è stato importante lavorare su questa trama.

La cronaca degli ultimi anni è piena di casi del genere.
L’ondata di revanscismo nazifascista ha coinvolto tutta l’Europa e in modo particolare quei paesi che più di altri hanno vissuto il dramma del totalitarismo (quello vero), della Shoah, della repressione nazifascista: Italia, Polonia, i Balcani.
Quelli che erano dapprima sparuti gruppi di spavaldi che occupavano angoli di piazza hanno via via rimpolpato le fila poggiando sul malcontento dilagante e malcostume imperante: tratti criminogeni e contenuti devianti, appunto.
Trovando incredibilmente e in modo più o meno velato assit politico: pur di ottenere voti, si piega il fianco al delirio. Oppure si delira insieme. Non so cosa sia peggio.
Sentimenti di odio rinnovato riempiono gli animi canalizzati contro questo e quello, in assenza di un pensiero critico.

Incoraggia, ma non basta, la sentenza contro Alba Dorata, organizzazione greca neonazista sfociata in partito politico di estrema destra, che la dichiara “organizzazione criminale” per i gravi reati di cui si sono macchiati molti suoi esponenti.
Eppure, per quasi trent’anni ha avuto spazio di manovra e ha riscosso consenso popolare. Un insulto alla storia europea.

Gli autori del film omaggiano Liliana Segre, scegliendo lo stesso cognome per accompagnare la trama: la senatrice a vita, sopravvissuta ai campi di concentramento, esempio di vita per chiunque, lustro per ogni essere pensante e vivente, ha tenuto il suo ultimo discorso pubblico, affidando ai ragazzi presenti l’esperienza dell’indicibile: “il capo dell’ ultimo lager in cui ero stata buttò la pistola. Pensai di ucciderlo. Ma non lo feci e divenni una donna libera e di pace”.

Apro la finestra.
Mi affaccio e, nella movida risorta, vedo un ragazzo che cerca di sedare una rissa.
“Milza e fegato spappolati, pancreas, aorta toracica e polmoni lesionati, e addirittura una spaccatura di circa 7 centimetri sul cuore. Nessun organo interno, praticamente, è stato risparmiato dalla furia degli aggressori, secondo quanto ha riferito il medico legale del Policlinico di Tor Vergata, Saverio Potenza. E sono state proprio le emorragie interne a causare la morte del 21enne, ucciso perché stava cercando di sedare una rissa che non lo vedeva coinvolto”.
La stessa Liliana Segre paragona la crudeltà nazista a quella del branco, facendo riferimento agli assassini di Willy Monteiro Duarte.
Che motivi hanno avuto, loro, di agire in questo modo scellerato?
Erano forse oppressi in un sistema basato sul concetto di “mors tua, sopravvivenza mia, chissà per quanto”? No.
Sono stati obbligati a fare del male con un fucile puntato alla tempia? No.
Hanno deliberatamente massacrato di botte un ragazzo indifeso? Sì.

C’è un doppio filo che unisce gli oppressori di cui sopra, seppur di diverse epoche:
il primo è l’ignoranza, che si fa sistema;
il secondo è la devianza, che si fa subcultura.
Il secondo è l’evoluzione del primo.
Crea un circolo vizioso che si autoalimenta,
lascia morti per strada, e politicamente
fa sponda o trova eco sempre dallo stesso lato.

Rileggo Primo Levi per la centesima volta.
Che cosa ci ha insegnato la Storia?
Che cosa abbiamo sbagliato?
No, forse non meritavamo la tua onestà intellettuale, caro Levi.
La tua capacità di analista oggettivo dell’indicibile.
Ci hai raccontato l’Inferno per filo e per segno, avendone fatto tragica esperienza.
E noi siamo ancora qui, a scongiurarlo, per poi trovarci a fare i conti con quelle idee ogni giorno. Sarebbe stato meglio non avere avuto il tuo monito. E quello della Storia.
Saremmo deficienti inconsapevoli. Invece no. Siamo deficienti ignoranti.
Perché il plurale, ti chiedi, caro lettore? Perché le colpe e le responsabilità sono da ricercare anche negli altri schieramenti: nelle azioni che non sono state compiute, nelle posizioni che non sono state prese, negli spazi lasciati vuoti, scoperti e indifesi.
“Non odiare” è il comandamento che propongono il film, Liliana e sicuramente Willy.
Ci provo, d’accordo. Ma non dimentico. E non perdono.

PS: i versi citati sono tratti da “I sommersi e i salvati” di Primo Levi, Einaudi

Illustrazione di Anna Rosa