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Siamo entrati con i piedi di piombo in una nuova fase di questa nuova vita che il 2020 ci ha riservato. Con diffidenza siamo usciti dalle nostre case, come animali che lasciano il rifugio dopo l’attacco di un predatore e, passo dopo passo, stiamo riacquistando fiducia verso il mondo.

Fin dall’inizio della pandemia non abbiamo fatto altro che attenderne la fine. Ogni giorno è attesa, siamo sospesi in un limbo, convinti che questa non sia vita. Aspettiamo il futuro per tornare a vivere, sicuri che andrà tutto bene.

Il sollievo provato per l’inizio della fase due mi ha provocato una profonda inquietudine, tanto che la notte successiva alla presentazione del nuovo decreto ho fatto un’incubo:

Il sole sorgeva caldo in un lunedì di maggio, ma non era questo l’anno né questa la realtà. Per uscire era necessaria una maschera, di ossigeno. L’aria era ormai irrespirabile a causa degli altissimi livelli di inquinamento. Tenevo la mano ad una figlia che magari avrò che, con l’innocenza di chi scopre la vita giorno dopo giorno, mi chiedeva che cosa significasse “futuro”.

Se ne avete voglia psicanalizzatemi pure, ma non ci vuole Freud per tirare fuori le mie paure da questo sogno. Un nemico letale ci ha recluso per due mesi dentro casa e non vediamo l’ora di tornare alla vita di prima, senza pensare alle conseguenze che la normalità potrebbe provocare sulla vita di altri esseri umani.

Ogni mese scrivo qui della necessità di essere altruisti, di restituire al mondo ciò che ci ha donato, ma nemmeno quando il pericolo è immediatamente fuori dalla porta siamo in grado di pensare all’altro. La mia speranza che l’uomo si possa sacrificare per garantire un futuro a generazioni che ancora non sono nate, per persone che non può vedere, non è mai stata a livelli così bassi.

Ora arrabbiatevi, ditemi che stiamo già vivendo troppi drammi per poterne sostenere altri, ma non mi sentirei onesta se non lo dicessi chiaramente: la prossima crisi globale sarà climatica e quando inizierà, il punto di non ritorno sarà un ricordo molto lontano. La prossima volta che la nostra quotidianità cambierà sarà per sempre, perché non abbiamo un pianeta 2 sul quale ripiegare.

Bicchiere mezzo pieno: Il punto di non ritorno è vicino, ma non è stato ancora raggiunto. La quarantena ci ha insegnato quanto un’azione comune sia possibile ed efficace, perché non immaginare una nuova quotidianità dalla quale ripartire?

Bicchiere mezzo vuoto: Le spinte economiche richieste per recuperare le perdite avute in questi mesi di fermo, potrebbero provocare una spinta uguale e contraria nelle intenzioni degli Stati di prendersi cura dell’ambiente.

Sfida del mese: Rispondete alla domanda della mia futura figlia, aiutatemi a togliermi questo peso: cosa sarà per lei il futuro?